Storia

  1. LE ORIGINI
  2. IL CAMMINO PREPARATORIO
  3. UN OBLIO SECOLARE
  4. DUE CONTROVERSIE SPINOSE
  5. NEL 1700 UNA NUOVA CHIESA
  6. TRA RIVOLUZIONE E RESTAURAZIONE
  7. DA CHIESA MADRE A CHIESA CASERMA
  8. UNA CHIESA SOLLECITA DEI PROBLEMI SOCIALI
  9. IL PROBLEMA DELLA NUOVA CHIESA
  10. DAGLI ANNI ’50 AI PRIMI ’90
  11. LA NUOVA CHIESA PARROCCHIALE

1 – LE ORIGINI

L’ospizio-ospedale di San Biagio
Nel groviglio delle vicende medioevali, mentre l’Italia sopportava le lotte per l’emancipazione comunale, la Brianza viveva uno dei periodi più dolorosi, agitata da guerre intestine durante le quali città come Milano e Como si fronteggiarono anche per l’assegnazione dei Vescovati. Erano i tempi del “timor delle streghe”, delle superstizioni,dei”giudizi di Dio”, in cui di poco conto era tenuta la vita umana, tanto che un nobile per l’uccisione di un plebeo era punito “con pena di libbre sette…” A nulla erano valse le prediche dei riformatori: le cose di religione erano lasciate in condizioni miserevoli. Monza, caduta nell’orbita milanese, era in attesa del grande Federico Barbarossa.
S. Biagio viveva la sua vita di borgo, che sarà chiamato “fuori le mura” quando fu cinta e fortificata la città. Acquistando man mano importanza sia perché era luogo di passaggio verso la terra di Brianza, sia perché era considerato luogo di sosta e ospitalità. Nella carità e nella socialità affonda pertanto le sue radici la comunità di S. Biagio.
Nella borgata, presso una piccola chiesa sorgeva un “ospizio-ospedale” e una “confraternita” laica animava e amministrava l’opera caritativa. Come era uso in quel tempo, che vedrà prima sorgere e poi diffondersi l’operosità dell’ordine degli Umiliati. È noto infatti che nel medioevo presso molte comunità religiose erano esercitate funzioni di assistenza sociale attraverso l’opera svolta per mezzo di ospedali e senodochi (ospizi) che si ritengono di origine orientale e importati in Italia dai monaci. Questi luoghi sorgevano presso le strade più battute, aperti ai pellegrini e ai poveri: erano per lo più autonomi rispetto al monastero ed esercitavano, in periodi di barbarie, la carità cristiana.
Probabilmente con lo stesso stile, e secondo le forme che ormai erano consacrate dall’uso, sarà stato condotto anche l’ospedale di S. Biagio, che era gestito da una comunità formata di uomini e donne, anche uniti in matrimonio.
Fatto peculiare, però, è la donazione dell’ospedale S. Biagio alla Santa Sede. Infatti, essendo papa Innocenzo II, questi, con bolla del 15 ottobre 1141, si rivolge “al dialetto figlio Adamo maestro dell’ospitale che è presso S. Biagio vicino a Monza ed ai suoi fratelli, presenti e futuri, che sono da sostituire in perpetuo”. E, dopo aver detto che per divina disposizione il Papa deve accogliere i pii voti e “inclinare le orecchie alla giuste domande”, afferma: ” … perciò considerano che tu, figlio diletto nel Signore, offri a me e al B. Pietro il nominato ospitale con tutti i suoi appendizi, con l’assenso di Arnaldo e di Giovanni e di altri vicini dello stesso luogo, sotto il censo dei denari di moneta antica di Milano, pagando annualmente a noi ed ai nostri successori, accettiamo con paterna benignità e con questo scritto lo confermiamo, stabilendo che tutti i beni, lo stesso ospitale ora possiede e che potrà acquistare, rimangono fermi al medesimo ospitale e ai poveri”. Questa donazione fa sospettare tentativi di ingerenze esterne, forse locali, nella conduzione dell’ospedale; infatti non si può non pensare agli avvenimenti che alcuni anni prima interessarono il monastero monzese di “Ingino”, anch’esso posto sotto la protezione pontificia nel tentativo di evitare intrusioni da parte dei Canonici monzesi. La situazione di dipendenza dall’ospedale verrà, per così dire, giuridicamente confermata prima da “Eugenio Vescovo Servo dei servi di Dio al diletto figlio Adamo…e ai fratelli di Lui…” con bolla del 24 aprile 1151, e poi da “Adriano Vescovo Servo de;servi di Dio alla diletta figlia in Cristo Citegemma, direttrice dell’ospitale che è situato presso S. Biagio vicino a Monza”.
In questa bolla che è del 4 novembre1157 il Papa assicura che “conviene che non manchi l’Apostolico presidio a coloro che eleggono una vita religiosa…” e che accondiscende “…alle giuste domande” seguendo “l’esempio di Innocenzo ed Eugenio Romani pontefici…” e accetta “…la predetta Casa Ospitale in cui siete obbligati al divino ossequio sotto del Beato Pietro…”.
“Ad indizio di questa protezione conseguita dalla Sede Apostolica” dovranno essere pagati “sei denari”.
Da questo documento si ricava una notizia particolare:l’ospedale di S: Biagio, nell’anno 1157 è diretto da una donna, Citegemma, dal Papa chiamata “diletta figlia in Cristo”: è documento ufficiale che ne legittima la funzione. Dallo stesso documento poi risulta chiaro che gli “ospedalieri”,uomini e donne, conducevano vita religiosa.
Comunque, ancora una volta, viene salvaguardato integralmente il patrimonio dell’ospedale, che era di una certa consistenza
Conferma indiretta della dipendenza dell’opera caritativa di S. Biagio dalla S. Sede si ha con la bolla del 30 marzo 1169 di Alessandro III: tra le chiese assegnate alla Basilica di S. Giovanni Battista di Monza, figura anche “S. Biagio”, senza però l’aggiunta, come avviene per le altre chiese, della dicitura “cum hospitali”. Divisione netta dunque tra l’uno e l’altra: questa sotto la giurisdizione ecclesiastica locale, quello sotto la protezione diretta della S. Sede romana.
Alessandro III con bolla del 5 giugno 1170 confermerà le precedenti decisioni papali e lo stesso Papa nominerà, non si sa però in quale anno amministratore dei beni dell’ospedale un certo canonico Martino. Forse le cose cominciarono a non andar bene. Di certo, però nel 1215 due laici erano ancora ministri dell’ostello di S. Biagio: sono Angelo Fornicati e sua moglie Libera che ricevono del grano da parte dello stesso ospedale . Se certa è la presenza di quest’opera caritativa nel borgo monzese, mancano però precise notizie sul tipo di conduzione e sulle sue strutture. La S. Sede dà tutela garante ma se da una parte protegge da interferenze esterne ed interessante, dall’altra proietta l’opera di carità di S. Biagio in un gioco molto più vasto di interessi. Infatti, quando forse incuria, insensibilità, indifferenza caratterizzarono la conduzione dell’ospedale, cioè verso l’anno 1233, da Roma venne chiara, e con durezza di parole, la soppressione, “…abbiamo considerato essere più opportuno che i beni, totalmente appartenenti alla S. Sede e che sono intestati all’ospedale di S. Biagio, nel quale, come abbiamo saputo,non viene osservata la dovuta ospitalità, siano tramutati in finalità pie…”.
Il tutto pertanto viene devoluto a favore delle monache del “Monastero di S. Maria delle povere alle chiese di Milano” al fine di provvedere al “mantenimento di quelle persone che, avendo rinnegato la vanità del secolo rinunziarono al mondo con i vizi e le concupiscenze e crocefissero se stesse per il mondo….”.
E cosi l’ospedale di S. Biagio passa al “Monastero, con tutti i possedimenti e le pertinenze in perpetuo… Con l’impegno tuttavia che ivi si facciano celebrare i Divini Uffici da alcuni uomini religiosi”. È soppresso dunque l’ospizio e con questo tutto quello che in S. Biagio di Monza era per la carità della popolazione locale e di passaggio: dal 1233 fino al secolo XVIII ogni cosa sarà per il “mantenimento” delle suore di S. Apollinare in Milano.

La Parrocchia
Non è possibile stabilire dai documenti esaminati quale fosse la vita religiosa tra la popolazione del borgo monzese nella cui chiesa era stata prescritta la celebrazione dei Divini Uffici Tale disposizione è stata probabilmente osservata comunque, se si considera il fatto che una confraternita di “Disciplinati” fu fondata a S. Biagio nel 1557. Se ne parla espressamente nel documento del 22 lulio1582, riguardante la visita pastorale di S, Carlo Borromeo alla chiesa del borgo ancora prima che fosse eretta in parrocchia .
L’Arcivescovo “visitò la confraternita dei Disciplinati di S. Biagio martire che iniziò già venticinque anni fa, ma che non fu mai canonicamente errata o ispezionata. I confratelli sono in totale quarantacinque circa. Portano un abito bianco e tutti i giorni festivi si riuniscono insieme a recitare L’ufficio della B. Vergine secondo il rito romano, riformato da Pio V come ufficio da usarsi dai Disciplinati e trascritto in lingua volgare. Hanno le comuni regole emanate per i Disciplinati. Si confessano tre o quattro volte all’anno ma non ricevono collegialmente la santa Eucaristia .Non hanno alcun reddito eccettuate alcune elemosine che raccolgono tra di loro e che spendono per la cera e per altri ornamenti dell’altare. Fanno celebrare Messe per i morti dopo la festa di S. Biagio, acquistarono cibarie con soldi raccolti fra di loro e mangiano insieme. La confraternita è retta da priori secondo le regole e le prescrizioni dell’Arcivescovo. Essi sono eletti e rinnovati ogni anno senza la presenza di alcun sacerdote. Di tutte le cose della scuola si tiene un libro dei conti che prima c’era in mancanza di tesoriere”.
È da notare che il fenomeno dei “Disciplinati” ebbe il massimo sviluppo nel sec. XVI in Piemonte, e Lombardia e Veneto; essi si dedicarono ad opere assistenziali ed ebbero funzione di arginamento delle eresie anche sotto la spinta dell’opera di S. Carlo Furono poi chiamati di S. Gerolamo. Dunque a S. Biagio un’altra opera laicale teneva accesa la vita religiosa, in povertà e nelle pratica della spiritualità cristiana contro la decadenza dei tempi.
Perciò ecco sorgere l’esigenza dell’erezione in parrocchia della chiesa di S. Biagio. Infatti, in un atto notarile stilato nell’anno 1566 il sig. Giovanni Pietro Landriano fu Francesco di Milano, il sig. Francesco Soroldoni, i sigg. Fratelli Giovanni e Michele Casati ed altri abitanti del borgo, anche a nome dei vicini, s’impegnano di pagare, per il mantenimento di un eventuale parroco e per un tempo massimo di tre anni, la somma di duecento lire imperiali che sarà versata in tre rate finché la chiesa non sarà provvista del suo beneficio. Dal documento, in più parti illeggibile s’apprende inoltre che altri borghigiani aderivano all’iniziativa con un documento redatto “sulla pubblica strada del detto Borgo di S. Biagio” e che i sopraccitati Landriano e Soroldoni furono poi ricevuti da S. Carlo nella casa dell’Arciprete di Monza “sig. G. Battista Castano”. Qui S. Carlo si dimostra disponibile all’erezione della chiesa di S. Biagio in parrocchia precisando che la “promessa di pagare le suddette duecento lire imperiali fino alla costituzione del beneficio è necessaria per il sostentamento di vita del sacerdote perché è di giovamento che tale chiesa venga eretta in parrocchiale”. Sono interessanti le seguenti clausole: “la somma verrà raccolta in chiesa con la bussola…”, “…i denari verranno riposti in una cassetta chiusa da due chiavi custodite dai sigg. Michele e Giov. Antonio Casati”. Anche in questo documento non compare nessun nome di sacerdote che esercitasse la funzione di cappellano o di vicario nella chiesa di S. Biagio. Gli impegni assunti prevedevano che il primo versamento sarebbe stato effettuato a Natale.
Purtroppo il documento notarile del 1566 rimane un atto isolato, anche se prodromo di successivi avvenimenti: infatti passeranno più di dieci anni prima che sia effettuata un’altra visita pastorale, che avverrà nel 1578. A parte le carestie allora ricorrenti, tra cui quella del 1570 nel milanese, la terribile peste del 1576 paralizzò certamente ogni vita civile e religiosa.
Un certo Moretto, “garzone di lana” prese il morbo a Milano e lo portò a Seregno e tutta la Brianza fu colpita dal contagio. “Allora l’ardimentoso Carlo Borromeo, non ponendo limiti alla sua carità, precipitava colà donde gli altri fuggivano, negli ospitali degli appestati, li incoraggiava, amministrava loro i Sacramenti, lodava i frati che generosamente ponevano la loro vita per la salvezza dei propri fratelli”. Si dice che a S. Biagio di Monza il contagio sia stato portato da una “mercantessa girovaga” proveniente da Mantova. Allora la municipalità fece “vegliare da fitto cordone di guardie le porte e le mura verso il borgo infetto… E intanto il buon arciprete Maggiolini si lamentava con il buon Cardinale Arcivescovo che né preti, né frati non volevano saperne di entrare nel borgo appestato per i necessari soccorsi agli infermi. Egli stesso prendeva la nobile risoluzione di andarvi di persona…” e provvedeva “… con santa ardore e abnegazione di martire a prestare assistenza agli infermi, a curare il trasporto dei morti, cui più non bastavano, a contenerli, i cimiteri delle chiese, a mandar soccorsi là dove più erano reclamati”. Il santo Arciprete, preso anche lui dal terribile male, la sera del 6 settembre morì. Il pericolo fu grande, la paura e la tristezza immense. Ogni cosa cadde così in abbandono.
Significativa è, a questo proposito, la seconda visita pastorale del 1578, quando, cioè, ormai passato il pericolo, S. Carlo erige parrocchie nella Pieve di Monza: nel mese di giugno diventano parrocchiali la chiesa dedicata a S. Bartolomeo di Brugherio e quella dedicata a S. Rocco presso le cascine Bovati e Caprotti, di S. Fruttuoso.
La chiesa di Biagio invece dovrà aspettare fino al 1584, ma viene ugualmente visitata nel 1578. Dal documento redatto si ha l’impressione di una vita religiosa sì esistente, ma stentata, tanto che la relazione si chiude con una triste considerazione: “La chiesa rimane derelitta”. Dunque il giorno 12 giugno 1578, Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano, è a S. Biagio. La chiesa “fuori della porta di Monza” è “visitata” e di questa visita viene redatta una scrupolosa relazione dalla quale si ricava che la chiesa ha un altare “addossato al muro” e “rivolto a mezzogiorno”: non ha predella ed è cinto da balaustre; con la pietra santa ci sono un piccolo crocefisso, due candelabri di bronzo e due di legno ; la costruzione ha due porte, di cui una porta sulla facciata; c’è anche una porta per il custode. Ci sono, inoltre, due campane, ma una è rotta, e non si sa se la chiesa, come le campane, siano state consacrate. Eccetto la “cappella maggiore” che è protetta da un soffitto, il resto della chiesa è coperto dal solo tetto. Naturalmente non mancano le finestre che sono tre e sono protette da grate di ferro battuto e alcune hanno le tende per l’estate. La chiesa, però, non sorge isolata, poiché sulla sinistra c’è una casa e sempre sulla sinistra , ma verso la metà della chiesa, ci sono le rovine di un’antica cappella. Nell’interno della chiesa vi sono sepolcri con molti corpi di morti, ma il cimitero si trova fuori, davanti alla chiesa, recintato con barriere di legno. Sopra la “cappella maggiore” c’è un locale nel quale si “riunivano a tener consiglio quelli della scuola” che sono poi i disciplini. C’è anche un altro locale posto sul lato dell’epistola e, sempre da questa parte. Gio. Pietro Landriano aveva già, nel 1578, iniziato la costruzione di una cappella. La descrizione, seppur particolareggiata, risulta, in conclusione poco chiara, soprattutto se la si raffronta con lo schizzo, sommariamente tracciato nell’anno 1577, dove risultano indicati i muri perimetrali e il progetto di ampliamento: la piantina “S. Blasij. Modoetiae” è conservata presso la Curia di Milano. Pertanto risulta difficoltosa una precisa ricostruzione della chiesa del 1578. Infatti si parla di “cappella maggiore” e non pare esistessero cappelle minori, poiché non vengono descritte; si intende; si intende forse per cappella maggiore solamente la parte della chiesa dove si trova l’altare. Si parla di campane, ma non di campanile. La costruzione, con i ruderi della vecchia cappella, con la casa del custode, con i locali annessi, risulta piuttosto articolata, ma in modo scomposto: tutto sommato, si ha la sensazione che gli interventi siano stati sporadici e improvvisati. La chiesa è povera e questo è rilevabile dal fatto che i paramenti “come da inventario” si conservano in una sola casa. Ci sono anche dei piccoli redditi: la casa del custode dà un reddito di “venti lire”; un canone di “lire dieci” è a carico del sig. Gio. Battista Casati, e veniva incassato dai sindaci della scuola e adoperato per le necessità della chiesa. “Un certo Giacomo”, poi, pagava un canone alla chiesa per una “certa vigna fuori la porta di S. Biagio”, ma al momento della visita pastorale, i frati Domenicani (di S. Pietro Martire) erano subentrati a questo Giacomo e nessuno più pagava nulla. Ora, il monastero dei Domenicani “è in possesso di questa vigna e ne gode i frutti illecitamente”. La relazione, come si è detto, termina con una nota di tristezza: “I membri della scuola non sono molto numerosi perché la maggior parte di essi perì a causa della peste e i sopravvissuti non si riuniscono più qui e la chiesa ora rimane derelitta. Ogni tanto vi si celebra la messa”.
Il problema dell’assistenza religiosa era molto sentito dalla popolazione, soprattutto se si tiene conto che il borgo di S. Biagio ero isolato dalla città, la quale, circondata da mura, rimaneva inaccessibile durante la notte. Lo stato di preoccupazione per il timore di rimanere senza. Sacramenti, unitamente al bisogno costante di conforto e di assistenza spirituale,traspare chiaramente da un documento, senza data e conservato presso l’Archivio della. Curia di Milano tra i documenti dell’anno 1583, ma certamente databile alcuni anni prima, poiché sembra rispecchiare lo stato di abbandono dell’anno 1578. È una supplica a S. Carlo che si articola in tre parti: nella prima si ricorda una promessa fatta nel 1567; nella seconda si esprime lo stato di disagio dei “poveri” del borgo; nella terza si rinnova la richiesta di erigere in parrocchiale la chiesa di S. Biagio. Infatti il testo cosi dice: Ill.mo e Rev.mo Cardinale I poveri del Borgo di S. Biagio, visitati nel 1567 dal Rev.mo Sig. Moneta ebbero promessa che la loro Chiesa sarebbe stata eretta in parrocchiale. Ciò non è ancora avvenuto cosi che quesiti Poveri Uomini sono rimasti sempre, e lo sono tuttora, senza Messa. Molti di questi poveri , non possono avere il conforto dei Sacramenti in punto di morte, trovandosi isolati dalla città . Nel Borgo vi sono molte persone bisognose di assistenza , spirituale e i vecchi infermi e decrepiti non possono ascoltar la Messa . Pertanto hanno deliberato di ricorrere umilmente a Lei, supplicandola, affinché si degni di erigerla in parrocchia, in adempimento alla promessa, in modo che i suddetti Poveri non patiscono ulteriori disagi. Umilmente si raccomandano a lei, offrendosi di pregare Iddio per la consolazione di sua Signoria Illustrissima”.
È un grido di dolore, ma anche la petizione di un diritto che proviene più che da una promessa, da uno stato di necessità.
Il documento non a caso si trova tra quelli del 1583, poiché ormai, è pensabile che si stesse, per cosi dire, istruendo la pratica per la decisione definitiva. D’altra parte con la ripresa della vita, dopo il flagello della peste del 1576, anche a S. Biagio le cose cambiarono. Ne è testimonianza un’altra relazione redatta nel 1582, quando il luglio, S. Carlo di nuovo visita la chiesa di S. Biagio. Nella seconda descrizione della chiesa, rispetto al 1578, si notano, in meglio, alcuni cambiamenti: sulle pareti ci sono immagini dipinte, ora c’è la sacrestia dietro l’altare, unica è la nuova e unica la porta; due sono le finestre, più un finestrino ovale sul frontespizio; c’è il campanile con due campane; un locale sopraelevato per le adunanze dei “Disciplinati” infine, all’esterno, sul fianco orientale della chiesa “vi sono viti appoggiate alle pareti della chiesa e della cappella”. I “secolari” abitano le “case della chiesa” che è a queste collegata tramite una porta.
Appare chiaro che la chiesa del 1578 ha subito rifacimenti o adattamenti: là si parlava di due accessi per i fedeli, ora è indicata “una porta unica”. Ma ciò che più interessa non riguarda la struttura muraria del tempio, ma la ripresa della vita religiosa. Ora “si celebra la messa quotidiana: nei giorni festivi la fa celebrare il sig. Gio. Pietro Landriano per sua devozione e nei giorni feriali la fa celebrare il vicinato del borgo con uno stipendio di lire… Il cappellano è uno dei tre monaci di S. Francesco di Monza”. Inoltre risulta che la controversia coi Domenicani per la famosa vigna sia finita. Quel possedimento di sedici pertiche chiamato “campaccio” è stato acquistato dai sindaci della Confraternita, i quali, è lecito supporlo, erano di fatto gli amministratori della chiesa. Gli stessi “Disciplinati”, visitati, con la chiesa, da S. Carlo, sono, nel 1582, numerosi (quarantacinque) e attiva risulta la loro associazione.
La relazione del 1582 termina dicendo chiaramente: “questa chiesa è da erigersi in parrocchia”, e una nota aggiunta in data posteriore, afferma: “Fu eretta in parrocchiale l’anno 1584, il giorno 18 giugno, come risulta dalla visita pastorale dell’anno 1596”. È la prima testimonianza.

2 – IL CAMMINO PREPARATORIO

La fondazione della Parrocchia
Sebbene le sollecitazioni alla erezione della parrocchia di S. Biagio risalissero al 1566, è avvertibile un certo indugio da parte di S. Carlo.

Il Borromeo stava attuando il progetto di separare dalla Chiesa madre di S. Giovanni Battista di Monza, tutte le chiese e i territori situati fuori delle mura viscontee. E così, nel 1578, eran sorte le parrocchie di S. Anastasia a Villasanta, di S. Stefano a Sesto S.G., di S. Giuliano a Cologno Monzese, di S. Bartolomeo a Brugherio e di S. Rocco a Cascina Bovati e Caprotti (l’odierna S. Fruttuoso).

Sabato 7 luglio 1582 veniva fondata infine la parrocchia di S. Gerardo. Rimaneva S. Biagio. L’estrema povertà degli abitanti del borgo di S. Biagio, fuori delle mura di Monza, costituiva un freno alla istituzione della parrocchia autonoma, perché S. Carlo desiderava che i futuri parroci avessero sufficienti mezzi di sostentamento. Si trattava di garantire una rendita annua di circa 400 lire imperiali e del loro reperimento fu incaricato l’arciprete mons. Camillo Aulario.

In una lettera del 19 luglio 1583, l’arciprete comunica alla curia che l’obiettivo sarebbe stato raggiungibile sia mediante l’assegnazione dei redditi del soppresso chiericato di S. Fedele, sia per mezzo delle contribuzioni promesse dal nobile Gio. Pietro Landriano e dai signori Casati, abitanti nel borgo. Altre persone promettevano la fornitura di cera, di olio e di suppellettili.

Infine ricordava la contribuzione che sarebbe derivata dagli abitanti delle cascine di Bettola, S. Alessandro, Casignolo, Baragiola, Gasletto e S. Lorenzo, condizionata però dal distacco di queste cascine dalla parrocchia di S. Rocco di cascina Bovati e Caprotti, costituita il 15 giugno 1578. Infatti gli abitanti di questa zona non gradivano questa dipendenza e avevano inviato due suppliche al cardinale chiedendo o di ritornare sotto la Chiesa Madre Arcipretale o di essere aggregati alla istituenda parrocchia di S. Biagio. In tal caso, i loro versamenti sarebbero andati alla nuova parrocchia. Queste popolazioni gravitavano su una chiesa della quale il canonico Campini scrisse: “Denominossi S. Rocco in strada, perché nella via magistrale di Milano, a differenza dell’altro che poscia divenne parrocchiale… La chiesa su la strada di Milano fu fatta di limosine raccolte dai Monzaschi dopo la peste del 1480 e la cura di questa opera la presero in prima cura Madonne del Terzo ordine di S. Domenico della parentela dei Barlassina”). Occorre tener presente che le relazioni tra questa zona e S. Biagio risalivano ai secoli precedenti perché qui c’erano alcuni terreni appartenuti all’antico ospedale di S. Biagio.

Quanto prospettato nella lettera dell’Arciprete ebbe preciso e puntuale riscontro in atti notarili.

Il 23 agosto 1583 il notaio Giuseppe Casati redige un rogito nel consueto latino curiale, in casa canonica e alla presenza dell’Arciprete. In base ad esso “i sigg. Giovanni Casati fu Bernardino, Bernardo Casati fu Gio. Antonio Battista Casati fu Andrea, Dionigi Casati fu Luigi e Giacomo Torazzi fu Giov. Angelo, tutti abitanti nel borgo di S. Biagio di Monza… promettono di dare e pagare ogni anno al rev. Curato o alla suddetta chiesa, secondo la forma e la convenzione prescelta dall’Em.mo Cardinale per l’erezione a parrocchia della chiesa di S. Biagio di Monza, la somma di 100 lire imperiali con tutte le spese. Questo sia per dote della chiesa e per mercede al curato eligendo”.

Una settimana prima della fondazione della parrocchia, il giorno 11 giugno 1584, nuovamente nella casa canonica e alla presenza dell’arciprete, davanti al notaio Gio. Andrea Visconti “spontaneamente comparvero le persone (cioè gli abitanti di Bettola, S. Alessandro, Casignolo, ecc.) i cui nomi e cognomi sono descritti nel presente istrumento”. Proseguendo nella traduzione dal latino, si legge che “tali persone offrono e promettono di pagare annualmente al curato o parroco che l’ill.mo e rev.mo sig. Arcivescovo porrà nella chiesa di S. Biagio, sita nel territorio di Monza, diocesi di Milano, la somma di denari annotata nella lista in calce all’istrumento stesso. Le somme descritte e annotate saranno versate ogni anno purché le medesime persone siano aggregate alla erigenda parrocchia nella chiesa di S. Biagio e per l’avvenire non debbano essere sottoposte alla parrocchia di cascina Bovati”. Segue l’elenco di dieci massari residenti a Gasletto, Casignolo, S. Alessandro e S. Lorenzo con l’indicazione delle rispettive somme offerte. Copia dell’atto notarile è conservata nell’archivio parr. di S. Biagio. L’arcivescovo Borromeo accolse le richieste e li unì a S. Biagio. In tal modo la gente di S. Rocco “in strada” rimase solo sei anni sotto la giurisdizione dell’altra S. Rocco, la parrocchia di cascina Bovati e Caprotti, ora S. Rocco e S. Fruttuoso. Rimaneva da definire l’assegnazione dei redditi del chiericato di S. Fedele, appartenuti agli Umiliati, che eran stati soppressi.

L’Arcivescovo è d’accordo di concederli alla nascente parrocchia. Ma immediatamente prima di rogare l’atto di fondazione, fa redigere dal notaio Gio. Pietro Scotto un istrumento col quale viene imposto a quelli di S. Biagio un onere annuo di 60 lire imp. a favore del curato di S. Gerardo, da detrarsi dai redditi del chiericato di S. Fedele. Una tappa fondamentale nella vita della comunità.

Il giorno tanto atteso dalla gente del borgo di S. Biagio fuori delle mura di Monza fu il 18 giugno 1584. Una decina di persone si trovarono riunite nella casa canonica di mons. Arciprete, presso la collegiata di S. Giovanni Battista. Il cardinale arcivescovo Carlo Borromeo presiedeva la riunione nella quale il notaio curiale Gio. Pietro Scotto era incaricato di redigere l’atto giuridico di fondazione della nuova parrocchia staccata dal duomo di Monza.

Comparenti, da un lato, “i sigg. dottori in utroque iure mons. Antonio Seneca, decano della chiesa milanese, e mons. Camillo Aulario, arciprete della collegiata e insigne chiesa di S. Giovanni Battista di Monza”; dall’altro lato, “il sig. Battista Casati fu Andrea il sig. Giuseppe Casati fu Stefano, il sig. Giovanni Casati fu Bernardino e il sig. maestro Giacomo Torazzi fu Gio. Angelo, tutti abitanti del detto borgo di S. Biagio di Monza, agenti e facenti le cose sotto specificate, tutte e singole, a nome proprio e anche a nome di tutti gli altri da unirsi alla detta chiesa di S. Biagio”; “… presenti il molto magnifico sig. Giovanni Ambrogio Cisnusculo, figlio del fu magnifico Ludovico, della parrocchia di S. Andrea alla Pusterla Nuova di Milano Porta Nuova e il sig. Luigi Trezzi fu Cristoforo, abitante a Monza. Testimoni idonei”.

Nel documento è specificato che la sua stesura fu preceduta da un colloquio fra il santo arcivescovo e l’arciprete, il quale fornì delucidazioni su tutte le questioni pendenti e manifestò pieno consenso alla erezione della nuova parrocchia. L’atto notarile, redatto in lingua latina, è molto lungo e complesso. Inizia con la rituale sacra attestazione e l’indicazione cronologica. “Nel nome del Signore. Nell’anno 1584 dalla sua nascita, nella dodicesima indizione, nel giorno di lunedì 18 del mese di giugno, regnante S.S. Gregorio XIII, per la divina provvidenza Papa, nel tredicesimo anno del suo pontificato”.

Di seguito vengono elencati i motivi di dislocazione e le esigenze religiose e pastorali che hanno determinato la decisione arcivescovile, e cioè “che la curazia di Monza si estende per circa due miglia fuori della Porta di S. Biagio e Carrobbiolo, ove trovasi il borgo di S. Biagio; che vi sono molte persone sia nel borgo che nei suoi dintorni; che inoltre esistono numerose cascine distanti circa due miglia dalla chiesa madre di S. Giov. Batt.; che Monza è città cinta da mura con porte che vengon sbarrate all’imbrunire e non son riaperte se non con la piena luce del mattino e che ciò impedisce alla popolazione suddetta sia di accedere alla chiesa collegiata, per notevole tempo, per ricevere i sacramenti e per assistere alla messa e agli uffici divini, come pure di poter raggiunger la chiesa. a causa dell’inclemenza del tempo, talvolta persino nei giorni solenni”.

Poi è menzionata la supplica dei poveri di S. Biagio e sono sunteggiati gli atti notarili del 23 agosto 1583 e dell’1 1 giugno 1584, dei quali si è parlato nelle pagine precedenti.

Non tutti i requisiti strutturali, richiesti ad una parrocchia, sono però posseduti al momento. Infatti si evidenzia come “la chiesa di S. Biagio non abbia sede idonea per l’abitazione del Rettore esistente pro tempore e sia priva di sacrestia e bisognosa di altre riparazioni, restauri, ornamenti e suppellettili necessarie affinché sia effettuata la separazione” dalla chiesa madre.

Per ovviare a queste carenze viene sollecitata “la costruzione di una casa, come abitazione del Rettore pro tempore, adatta e comoda, secondo il giudizio e l’approvazione dell’ill.mo Arcivescovo e dei suoi incaricati sul posto… Secondo la forma e la modalità in uso è da rimettere la somma di 150 monete d’oro per la suddetta abitazione”. E l’arcivescovo ingiunge: “Quegli abitanti sempre e in perpetuo ripareranno, restaureranno e orneranno la detta chiesa di San Biagio e la sua sacristia…”. Al lungo preambolo fa seguito la parte istitutiva, solenne e categorica, chiara espressione della volontà e della potestà del cardinale.

“Nell’anno e nel giorno sopra menzionati. L’ill.mo e rev.mo padre in Cristo, Carlo, di Santa Romana Chiesa Vescovo, Cardinale prete del titolo di santa Prassede, Arcivescovo della santa chiesa milanese: con la mente e l’animo rivolto alle disposizioni del sacro Concilio di Trento, soprattutto a quelle relative alla salvezza delle anime e alla serenità del clero,… non volendo che perdurino le difficoltà e i pericoli lamentati e poiché a Lui spetta provvedere in merito per dovere del suo ministero,… invocata la grazia dello Spirito Santo… da ora e in perpe tuo divise e smembrò e separò come divide, smembra e separa il Borgo di san Biagio fuori le mura del territorio di Monza… Da ora la chiesa di san Biagio, eretta in parrocchia autonoma, sia provvista di Curato che ivi risieda ed eserciti il ministero a favore delle persone del borgo e delle cascine, sia dotata il campanile, battistero e cimitero e goda e fruisca di tutti gli altri privilegi e prerogative di cui godono e fruiscono comunemente le altre parrocchie della città e diocesi di Milano”.

Nel contesto di questa canonica erezione a parrocchia è delineato il territorio giurisdizionale e sono elencate dettagliatamente le località e le cascine assoggettate:

“Il Borgo di S. Biagio fuori le mura del territorio di Monza; la cascina detta di S. Andrea presso S. Pietro, la cascina della Congregazione dei Chierici regolari di Carrobiolo di Monza, la cascina Balossa dei Pessina la cascina detta la Pesenta degli eredi del sig. Vincenzo Pesenti; la cascina di quelli di Serenio da Omate e del sig. Gaspare Zucca, la cascina denominata del Zucca del sig. Simone Casati, la cascina del sig. Melchiade Casati; la cascina detta Fornaci in Valera del sig. Girolamo Casati; la cascina della Birona del sig. Gerolamo Casati; la cascina e le fornaci de Scotti alla Valera, la cascina del sig. Giuseppe in Rabia; la cascina del sig. Fabrizio e le fornaci Aliprandi; il Borgo della porta di Carrobiolo con le cascine e i mulini denominati del Velate, Roncone e Ligolte; la cascina di Casignolo; la cascina Bettola, il mulino denominato Gasletto con le cascine, la cascina o le cascine di S. Lorenzo, la cascina di Triante; la cascina del sig. Dionigi Bulciaghi; la cascina di S. Alessandro, il mulino del Castello, la cascina di S. Pietro di quelli di Aro, il mulino dei Cappellani ducali di Monza, tutte le altre cascine, inoltre, e le località, le case e i mulini esistenti fuori la porta di Carrobiolo che ancora non sono aggregate ad alcuna parrocchia, e tutti i templi, gli abitanti, famiglie e residenti, le chiese, le cappelle e gli oratori, le persone che ora sono e quelle cui capiterà di stare nel detto borgo, nelle sue cascine ed entro qualsiasi suo confine e territorio; il chiericato della chiesa di S. Fedele… C’è un reddito annuo di 220 lire imperiali derivato da circa 118 pertiche, con gli oneri su essa gravanti e comunque oggi stesso imposti poco prima del presente istrumento”.

La terza parte del documento è dedicata al beneficio parrocchiale e alla congrua, già da allora a carico dei fedeli. Si tratta del verde attorno alla chiesa della proprietà del Campazzo delle contribuzioni rogate il 23 agosto 1583 e l’l1 giugno 1584 e infine di tutti i beni e diritti del chiericato di S. Fedele.

L’ultima parte del documento è decretoria: “Inoltre decretò e decreta che i suddetti vicini di S. Biagio, che si accollarono l’impegno, siano tenuti e obbligati a spendere e sborsare entro un anno la somma di 150 denari d’oro per costruire una abitazione al Rettore pro tempore…

Sempre e in perpetuo, pot, nella chiesa di S. Biagio e nella sua sacristia si faranno le riparazioni, i restauri, gli abbellimenti e le manutenzioni di tutte le cose necessarie alla cura d’anime”.

Non manca la sollecitazione e l’aiuto concreto del pastore: “E si costruisca, il più presto possibile, la casa sopra menzionata e siano fatte tutte le altre cose di cui si è detto sopra. Per questo scopo da ora l’ill.mo e rev.mo Cardinale Arcivescovo diede, trasmise e assegnò e conferì alla chiesa di S. Biagio 100 monete d’oro, appartenenti ai redditi del chiericato di S. Fedele da pagarsi dal depositario di questo chiericato di S. Fedele. Tale somma sia destinata alla edificazione della abitazione predetta e alla riparazione della chiesa”.

Poiché preoccupa la sorte della chiesa di S. Fedele, “decretò e decreta inoltre che la chiesa di S. Fedele sia riparata e mantenuta riparata a spese della,gente della parrocchia di S. Biagio”. L’ultima disposizione stabilisce: “Decretò e decreta, infine, che, in segno del rapporto e dell’antica dipendenza dall’Arcipretato della chiesa collegiata di Monza, il Rettore pro tempore est . stente nella chiesa di S. Biagio, ogni anno e in perpetuo, nel giorno della Natività di S. Giovanni Battista si rechi col popolo, in ordinata processione, alla chiesa collegiata di S. Giov. Batt. e qui, durante la celebrazione della Messa solenne, offra un cero del peso di due libbre, di cera bianca, all’Arciprete esistente pro tempore”.

San Biagio di Monza fu l’ultima parrocchia fondata da S. Carlo. Infatti, dopo pochi mesi, e precisamente “verso la terza ora di sabato 3 novembre l’ottimo padre ci abbandona” (Bascapè). Aveva compiuto da pochi giorni 46 anni.

3 – UN OBLIO SECOLARE

L’arduo avvio della comunità parrocchiale
Ricerche archivistiche effettuate nel 1984, in occasione del quarto centenario della parrocchia, hanno consentito di individuare chi fu il primo parroco di S. Biagio e quale fu l’anno del suo insediamento. Tutti gli elenchi dei parroci di S. Biagio iniziavano dal 1598 col nome di don Giuseppe Intronino.

Ma i quattordici anni trascorsi dalla fondazione della parrocchia non potevano che alimentare l’ipotesi che il primo parroco fosse finito, per secoli, nella dimenticanza più assoluta:

Il reperimento di tre documenti permette di stabilire che il primo parroco fu don Gerolamo Donesani, il quale iniziò il suo monastero a S. Biagio nel 1587. Inoltre, dagli stessi documenti possiamo avere un’idea dei primi difficoltosi passi della comunità parrocchiale.

Il periodo di tempo intercorso fra il giugno del 1584 e l’anno 1587 occorse indubbiamente per la costruzione della casa del parroco, decretata da S. Carlo Borromeo.

Il primo documento recante il nome di don Donesani è stato reperito nell’Archivio della Curia di Milano. Si tratta di un’ordinanza del foro arcivescovile emessa il 5 maggio 1590.

Con essa s’ingiunge al Capitanato di Monza di convocare i parrocchiani capifamiglia “affinché facciate la suddivisione fra di essi del debito di cento lire, secondo le possibilità delle persone…”. Tale debito, originato dall’atto istitutivo stesso della parrocchia, è relativo alla congrua del parroco, secondo l’impegno assunto davanti a S. Carlo dal sig. Torazzi e dai tre Casati, a nome dei parrocchiani. L’intervento del Capitanato di Monza è stato appunto ottenuto da questi rappresentanti del popolo di S. Biagio “dopo un lungo dibattito nel foro arcivescovile di Milano, presente il rev. Donesani, Parroco della chiesa di S. Biagio, fuori delle mura di Monza…”.

Ma il Capitanato di Monza non ottenne risultato, anzi complicò le cose, tanto molti capofamiglia decisero di rivolgersi al procuratore legale cav. Ottaviano Scotto perché li rappresentasse nella vertenza. Allora, secondo una delibera dell’arcivescovo Visconti, ispirata alle consuetudini del tempo, fu compilato l’elenco “di tutte le persone idonee a ricevere la sacra Comunione e in base a tale elenco si fece la suddivisione per il pagamento, come consta dagli atti, rogati il giorno 15 luglio1590” dal notaio Gio. Paolo Staurenghi.

Ma la diatriba sul pagamento della congrua proseguì finché, per la meditazione del Vicario Generale della diocesi, mons. Mora, fu raggiunto un accordo che fu siglato il 16 gennaio 1591 con regolare atto rogato anch’esso dal notaio Gio. Paolo Staurenghi. Del documento, redatto in latino, sono state trovate fortunosamente due copie, autentica, in archivio parrocchiale.

Da esso emerge il nome del primo parroco e l’epoca della sua venuta ma il suo valore intrinseco è notevole perché testimonia il raggiungimento di un “modus vivendi” tra il parroco e i suoi parrocchiani. Nel preambolo si dice che “Tra il rev. Gerolamo Donesani, curato di S. Biagio fuori della mura di Monza e i suoi parrocchiani abitanti nel borgo denominata di S. Biagio e nel borgo Carrobiolo e di alcune cascine… sorse una controversia relativa al pagamento e all’esazione delle 100 lire imperiali, secondo l’impegno assunto all’epoca della fondazione della parrocchia fatta dal Card. Carlo Borromeo”.

Il documento notarile prosegue rifacendo il lungo iter della vicenda. Anzitutto menziona la ricusazione di rappresentatività da parte di molti capifamiglia nei confronti delle persone presenti alla stesura dell’atto di fondazione della parrocchia e cioè del Torazzi e dei tre Casati.

“Costoro -si obietta- si erano assunti l’impegno a nome di tutti i parrocchiani, senza avere né il legittimo mandando né l’autorità” di farlo.

Con un lungo elemento di nomi, cognomi ed eventuali soprannomi, il notaio precisò chi furono gli oppositori: 42 abitanti del borgo di S. Biagio e 5 residenti in borgo Carrobiolo. Venne poi recepito l’accordo già intervenuto tra le parti e rogato il 2 novembre 1590 dal notaio monzesi Giov. Batt. Aguggiari.

In base ad esso fu decisa la rinuncia al proseguimento della vertenza, l’inammissibilità reciproca di richiesta di spese, legali, la decorrenza del pagamento delle cento lire della congrua al parroco, per i ricorrenti, a partire dall’anno 1590. Per gli anni precedenti, che eventualmente risultassero scoperti, i 47 oppositori dichiararono che il rev. Curato… non sia tenuto a chiedere e la pendenza nei confronti dei cinque sopra menzionati e cioè: Dionigi Casati, Gio. Casati, Giacomo Torrazzi, Bernardo Casati e Battista Casati se prima non abbiamo insieme sborsato per i tre anni 1587, 1588, 1589 le somme di cui saranno trovati debitori del curato…”. È cosi confermato che il curato arrivò nel 1587. Fu anche stabilito che “per il futuro, in perpetuo, il pagamento delle 100 lire imperiali avvenga il primo settembre di ogni anno”.

È una scadenza, dopo la stagione del raccolto delle massi e del fieno, collegata con la realtà agricola del borgo. Viene poi prospettata una rateazione per i versamenti del 1590 e 1591 con la possibilità che “la somma venga ammassata e depositata presso il rev. Canonico Benedetto Brambilla che a ciò è stato depurato col consenso delle parti”.

E infine si torna a ribadire la ripartizione dell’onere, secondo i criteri enunciati dall’arcivescovo Gaspare Visconti: “Fermo restando il reale esborso delle stesse lire duecento per il 1590 e il 1591 da depositarsi, si applica la riserva di pagare al curato quello di cui risultato debitori per il tempo passato in ragione dei cinque soldi per ognuno che fosse in età di comunione”.

In chiusura, una clausola a carico del parroco. “I medesimi concordarono inoltre che il rev. curato e i suoi successori protempore saranno tenuti a celebrare un volta alla settimana nella chiesa di S. Croce degli orfani, nel citato borgo di Porta Carrobiolo, che è nel territorio della sua parrocchia. Questo a soddisfazione e comodità della gente che abita vicino alla chiesa di S. Croce. Ciò avverrà dopo che gli abitanti del suddetto borgo di Carrobiolo avranno chiesto e ottenuto dall’ill.mo e rev.mo Arcivescovo o dal suo Vicario Generale il permesso che celebrando una messa alla settimana in quella chiesa il curato di S. Biagio soddisfi il dovere di parroco pur non celebrando nella sua parrocchiale. Inoltre se il curato, per qualsiasi impedimento legittimo, non sarà in grado di farlo in tale caso, sia ritenuto esonerato e si consideri come avvenuto ai fini di questa convenzione”.

Dopo pochi mesi, e precisamente il 2 maggio 1591, un altro istrumento, anch’esso rogato dal notaio Staurenghi, vede comparente il rev. Donesani per definire l’onore verso il parroco di S. Gerardo. Questo terzo documento che riporta le generalità del primo parroco di S. Biagio è stato reperito presso l’archivio parr. di S. Gerardo.

È in sostanza una ricevuta di pagamento per il 1590 delle 60 lire imp. dovuto per il chierichetto di S. Fedele, come era stato disposto da S. Carlo. Per gli anni precedenti il rev. don Giuseppe Ferrare, parroco di S: Gerardo, dichiarò di rinunciare a qualsiasi somma “in adesione alle richieste del molto rev. Vicario Generale della curia arcivescovile di Milano”.

GIO. PIETRO LANDRIANO
Fra i testimoni presenti al rogito sopra citato ritroviamo il “magnifico” sig. Gio. Pietro Landriano Parecchie volte ci siamo imbattuti in questo laico che indubbiamente costituì per circa venticinque anni un punto di riferimento per la comunità cristiana del borgo di S. Biagio, unitamente ai signori Casati. Il “magnifico” sig. Gio. Pietro Landriano, figlio del fu “magnifico” sig. Francesco, come viene appellato in tutti i documenti che lo menzionano, apparteneva alla nobile famiglia milanese dei Landriani da secoli in possesso dei feudi di Vidigulfo e Landriano, nel Pavese

La sua casa milanese, nel 1566, era nel compromesso della parrocchia di S. Stefano in Brollo, ma l’ultimo atto notarile del 1591, lo indicava residente a Monza. In effetti, qui aveva possedimenti, indubbiamente nel territorio di S. Biagio, tant’è vero che sorse controversia per una tassazione imposta su questi beni dalla Magnifica Comunità di Monza per far fronte alle spese di mantenimento e alloggiò della guarnigione spagnola.

Il 24 gennaio 1581 venne stipulata una transazione tra i Procuratori della Comunità di Monza e il nobile Gio. Pietro Landriano. Dal documento apprendiamo che questi rivestivi l’importante carica di “secretario dello ecc. mo senato di Milano”. Nel XVI sec. il senato di Milano, nell’ordinamento dello stato, veniva subito dopo il governatore e il Consiglio segreto. Esercitava prevalentemente funzioni giudiziarie e amministrative ed era investito del particolare diritto di “interinazione” cioè di registrazione e apposizione della formula esecutiva degli ordini sovrani, con la possibilità di negarla emotivamente. Tale diritto “a Milano costituì lo strumento istituzionale per la rivendicazione della autonomia dello stato nei confronti della Spagna”.

“Il senato aveva, per l’elaborazione della sua consulta un corpo assai scelto di segretari, cancellieri coadiutori, quasi tutti appartenenti alle migliori famiglie, a loro volta affiancati da numerosi scritturali ed altri addetti”.

Fu dunque un personaggio autorevole quello che, assumendosi la rappresentanza dei poveri di S. Biagio, insieme al nobile Francesco Soroldoni, si recò nel 1566 dal card. Carlo Borromeo, il quale espresse parere favorevole alla costituzione della parrocchia autonoma di S. Biagio. Negli atti delle visite pastorali di S. Carlo si legge che, nel 1578 dopo la peste, il Landriano stava facendo eseguire lavori nella chiesa a sue spese, mentre nel 1582 faceva celebrare la messa domenicale per sua devozione. Il suo nome si trova citato in altri documenti del 1583 e 1584, relativi ad impegni assunti per la nascente parrocchia. Da ultimo, nel documento notarile del 2 maggio 1591, lo ritroviamo accanto al primo parroco in veste di testimone, ma trattandosi di un pagamento e conoscendone la disponibilità e generosità, è lecito pensare anche ad un altro ruolo, più oneroso. Le scarse e scarne notizie pervenute sul primo decennio della parrocchia non consentono di tracciare un quadro più approfondito della situazione. L’esistenza di soli documenti notarili che, per la loro specificità, riferiscono soprattutto questioni economiche, può indurre a una valutazione parziale e riduttiva della realtà, certamente varia e complessa, anche sotto il profilo religioso, morale e pastorale.Del resto, avendole apprese dalle pagine del capolavoro manzoniano, sono a tutti note le tristissime condizioni di vita politica, sociale ed economica, delle popolazioni lombarde della fine del 500 e prima metà del 600 In una grida del marzo 1595 si legge: “Tanti e tali sono gli omicidi, svaligiamenti, rubamenti di case, violenze, sacrilegi ed altri misfatti che da banditi ed altri malviventi vengono commessi, che sforzano il castellano Padilla a pensare a nuove provisioni…”.

La funzione di laici, come Gio. Pietro Landriano, in una società cosi desolantemente priva di valori morali, fu quella di mantener viva la luce della fede, di essere esempio di testimonianza e di impegno concreto, di farsi intermediari per comporre dissidi, conflitti e tensione inevitabili in una giovane comunità che doveva operare un radicale cambiamento di vita e costumi.

Inoltre occorreva far accettare l’impegno di contribuire al mantenimento del clero, corsa del tutto nuova. Infatti questo onore non esisteva precedentemente per la gente del borgo, quando dipendeva dalla chiesa madre, perché il ricco patrimonio della arcipretura di S. Giovanni Battista esentava i parrocchiani dal pagamento di qualsiasi decima.

Un parroco dietro sbarre
Non è noto esattezza, come e quando terminò la permanenza del rev. Donesani a S. Biagio. Un documento dell’Archivio della Curia di Milano riferisce che la parrocchia era vacate nel luglio 1596. Il più antico libro di anagrafe conservato nell’archivio parrocchiale inizia con la registrazione del battesimo di Domenico Contra, amministrato il 4 gennaio 1598 da don Francesco Bianchi il quale prosegui senza mai definirsi curato.

Il 19 ottobre 1598 incominciarono le scritturazioni di don Giuseppe Intronini che si qualifica “curato di S. Biagio”. Negli stessi anni era avvenuto il cambiamento del titolare della sede arcivescovile. Morto il 12 gennaio 1595 il Card. Gaspare Visconti, i milanesi fecero pressioni su papa Clemente VIII affinché Federigo Borromeo, cugino di S. Carlo, fosse nominato loro Arcivescovo. Il papa accondiscese e la domenica 23 agosto 1595 il nuovo pastore fece il solenne ingresso nella città natale. Non meno zelante del santo cugino, egli si diede a percorrere tutta la diocesi. Il 3 luglio 1621 il card. Federico Borromeo visitò la parrocchia di S. Biagio.

Gli atti della visita pastorale sono una fonte preziosa di notizie e forniscono un quadro poco confortante della situazione ambientale e religiosa della parrocchia.

Ancora una volta il dato più appariscente è la povertà degli abitanti che si riflette nella pochezza degli arredi sacri. Ma la cosa più preoccupante è l’incuria e la trasandatezza addebitate a don Intronini 49 pagine, in latino, della relazione evidenziano alcune spiacevoli constatazioni. “La grande pisside argentea ricolma di particole, e che il parroco asserisce bastante per tutto il popolo, è ricoperta da un velo indecente, riposta in un tabernacolo ottangolare dipinto e ornato d’oro. Detto tabernacolo, pur congruo, è però vecchio, scolorato e squallido…”.

Nel battistero “si richiede l’immagine di Nostro Signore con la raffigurazione di S. Giovanni Batt. Che battezza il Cristo; siano sostituiti i vecchi cancelli di legno e quanto prima siano riparati i muri di questa cappella… ”

C’è un’osservazione, tipica di un cultore dell’arte come il Card. Federigo: “… Le immagini di S. Biagio e di S. Sebastiano, dipinte sulla parete dietro l’altare, sono prive di senso artistico…” All’epoca della fondazione della parrocchia S. Carlo aveva decretato la presenza di strutture come il cimitero il campanile, la sacristia e la casa del parroco. Dopo 37 anni, ecco la situazione:

“Il cimitero è situato dalla parte dell’epistola, verso occidente, circondato da ogni parte da pareti. Non vi si trova eretta nessuna croce di ferro, secondo la forma prescritta. Non c’è torre campanaria ma verso occidente, in alto c’è una struttura ad arco che sorregge due campane consacrate, dicono, dal rev.mo Vescovo Cattaneo. Non c’è alcuna sacristia e le suppellettili sono conservate, in modo del tutto indecente, in un armadio collocato in una stanza delle case parrocchiali della chiesa. Detta suppellettile, che si presenta consunta e corrosa per la vetustà, è inventariata a parte… La casa parrocchiale è vicina e contigua alla stessa chiesa; consta di quattro locali al piano inferiore e di due locali al piano superiore. Detta casa ha estremo bisogno di lavori di restauro e di riparazione”.

Ancora S. Carlo aveva assegnato alla parrocchia il beneficio del chiericato di S. Fedele, “fissando un onere annuo di 10 denari d’oro a favore del parroco di S. Gerardo e a carico del rettore di questa chiesa di S. Biagio; ma questi si rifiutò di pagare”. Neppure la chiesina di S. Fedele è agibile, nonostante le raccomandazioni e ingiunzioni fatte a suo tempo dal santo Arcivescovo. Anzi, “il suddetto Oratorio è utilizzato ogni tanto a ricovero del bestiame e per ammassare il raccolto al tempo delle messi…”. Seguono un paio di osservazioni sul comportamento di don Intronini e un tentativo di analisi della situazione religiosa, alquanto deprimente. “Per negligenza del parroco, il beneficio è male amministrato e neppure, il medesimo, si preoccupa di apportare miglioramenti ai beni della dote parr. “.

Severo il giudizio su uno sconcertante comportamento: “Inoltre, il parroco, tutti gli anni esige cinque soldi dai parrocchiani d’ambo i sessi, quando si accostano al SS.mo Sacramento della Eucaristia, nel tempo di Pasqua ed è allora che il parroco prima di dare la comunione, li costringe a versare i detti cinque soldi: cosa assolutamente indecente e non tollerabile anche se la tassa fu regolarmente convenuta…”. “Quelli cui è lecito, per l’età, ricevere il SS.mo Sacramento dell’Eucarestia, sono in numero di 800, in tutto però (le anime) sono 1200”. Per evidenziare meglio le difficoltà della cura d’anime, in rapporto alla vastità del territorio parrocchiale, vengono elencate 28 cascine con l’indicazione della lontananza, in miglia, dalla chiesa parrocchiale e precisando inoltre che, in tutto, le cascine dipendenti erano 36.

S. Carlo aveva fondato la “congregazione della dottrina cristiana”. A sua volta, per i ragazzi e i giovani, il card. Federigo Borromeo aveva introdotto in Milano e diocesi le “scuole della dottrina cristiana”, fondate dal card. Bellarmino, chiamate da lui scuole de’ Giovani della Madonna. A S. Biagio “l’esercizio della dottrina cristiana risulta poco frequente a causa della negligenza del parroco, il quale, non solo ai ragazzi, ma addirittura ai giovani e agli altri, permette di giocare ai dadi davanti alla chiesa. Una volta tanto, in chiesa parrocchiale, si tiene la scuola, alla quale partecipano solo gli uomini. Infatti le donne, già dall’anno passato, smisero di frequentarla e non è nota la causa di questo. Le donne, però, si ritrovano presso la chiesa di S. Gottardo dove si dice che la predetta scuola viene tenuta abbastanza di frequente”.

Poco tempo dopo il suo ingresso in diocesi, nel 1595, il card. Federigo aveva decretato l’istituzione in ogni parrocchia della confraternita del SS. Sacramento. Ma l’illustre visitatore dovette costatare che il suo decreto, qui, non era applicato. Il parroco si era limitato a far eleggere dal popolo due sindaci: Bernardo Fossati, detto Porrino e Dionigi Ferrari, detto Mazorino, col compito di raccogliere elemosine e gestirle per le necessità del culto eucaristico.

Continuava ad esistere la confraternita dei Disciplinati, aggregatasi nel 1606 all’arciconfraternita della carità di S. Gerolamo in Roma. Contava 25 membri, ma, vien detto, pochi si accostavano ai Sacramenti e non tutti intervenivano alle processioni cittadine.

“Il parroco esibì i libri parrocchiali e, per primo, una notula in cui è descritto lo stato delle anime nel corrente anno. Poi un libro, iniziato il 21 agosto 1620, nel quale sono segnati i battesimi e i matrimoni, e l’ultima registrazione è del 25 giugno dell’anno presente. Il parroco, interrogato, disse di non esser solito a richiedere la presenza della madrina, nei battesimi. Non ha altri libri parrocchiali. Non esibì alcun libro dei morti, ma soltanto una notula che riporta il numero delle messe celebrate”.

E invero don Intronini iniziò la registrazione dei morti in data 6 agosto 1622, facendola precedere dal la solenne dichiarazione: “Nel nome del Signore e della beata Vergine Maria”.

Quale sarà stato l’atteggiamento del card. Federigo Borromeo nei confronti di questo curato? Dice il Manzoni che l’arcivescovo, “… se qualche volta si mostrò severo, anzi brusco, fu co’ pastori suoi subordinati che scoprisse rei d’avarizia o di negligenza o d’altre tacce specialmente opposte allo spirito del loro nobile ministero”.

In fondo al già citato vol. 26 della visita pastorale del 1621 è descritto lo stato del clero della pieve di Monza, capeggiato dall’arciprete mons. Adamo Molteni. Dalle note personali del parroco di S. Biagio, don Giuseppe Intronini, si apprende che il curato aveva 53 anni, essendo nato a Somma (Lombardo) nel 1568. Aveva frequentato un corso di studi presso il ginnasio di Brera a Milano e studi umanistici e teologici in seminario. Aveva ricevuto gli ordini minori e maggiori e la consacrazione sacerdotale il 3 aprile 1593, a 25 anni d’età.

Nel 1596 fu destinato parroco a S. Biagio, ma l’effettiva presa di possesso avvenne la domenica 18 ottobre 1598 e il giorno successivo, come già rilevato, registrò il suo primo battesimo in parrocchia.

Inoltre vi si dice: “Ogni giorno celebra nella sua chiesa, eccetto un giorno qualsiasi della settimana nel quale è tenuto a celebrare nella chiesa di S. Croce, posta nei confini della sua parrocchia, secondo un accordo intervenuto. Abita nelle case della parrocchia, accudito dalla perpetua Anna Fossati di 65 anni e col nipote dodicenne Pietro Francesco (che fungeva da chierichetto).

Indossa l’abito talare, mai le insegne di parroco. Ha la tonsura clericale e la barba nella forma prescritta. Tiene le omelie domenicali al popolo. È abbastanza versato nel canto piano e in quello figurato. Si confessa molto spesso dal canonico Zucchi o dal cappellano Castiglioni. Ha pochissimi libri, acquistati in proprio.” Quest’ultima osservazione è tipica di un uomo colto come il card. Federigo Borromeo, ricercatore appassionato di manoscritti, documenti e volumi, per la maggior parte confluiti poi nella Biblioteca Ambrosiana, da lui fondata.

Agghiaccianti sono le righe finali: “Bersagliato dalle denunzie, finì in galera, dalla quale uscì assolto da quelle cose di cui era stato ultimamente accusato”. L’epoca della carcerazione è determinabile dall’esame del libro dei battesimi dell’anagrafe parrocchiale.

Risulta che dal 14 marzo 1619 i battesimi furono amministrati o dal vice parroco don Giov. Batt. Rabbia o dal canonico Angelo Zucchi, coadiutore della collegiata di S. Giov. Battista e confessore del curato. Il rev. Intronini riprese a battezzare il 22 giugno 1620, proseguendo prima sul foglio dei suoi sostituti, poi, avvenutosi di questo, tracciò quattro righe di annullamento della registrazione. In testa alla nuova pagina mise la solenne dichiarazione: “Nel nome del Signore e della beata Vergine Maria” e riscrisse il battesimo effettuato. C’è come il desiderio di chiudere un capitolo, di aprirsi a una vita nuova tirando un respiro di sollievo e di liberazione da un incubo durato 15 mesi.

Non sono stati ritrovati documenti riguardanti le imputazioni né nell’archivio diocesano né in quello parrocchiale.

La peste: quando l’anagrafe diventa cronaca.
Analogamente a don Gerolamo Donesani, anche per don Giuseppe Intronini, non si sa come cessò la sua presenza a S. Biagio. Sul libro n. 4 dell’anagrafe parrocchiale, conservato in archivio, e riservato ai battesimi, risulta che l’ultimo battesimo lo amministrò il 19 febbraio 1626.

Sul libro n. 3 dell’anagrafe parrocchiale, riservato, con singolare accostamento, nella prima metà alla registrazione dei matrimoni e nella seconda metà ai morti, il curato terminò le sue scritturazioni in data 22 febbraio 1626 con il decesso di Gio. Felice Briosco, della Balossa.

Le registrazioni successive furono fatte da un vicecurato, finché il 2 ottobre 1627 don Ludovico Casato amministrò il battesimo di Caterina Capriano, qualificandosi vice curato di S. Biagio; il 29 febbraio 1628 don Casato battezzò Domenico Cambiago qualificandosi curato. Fu il terzo parroco di S. Biagio. Dal 10 novembre 1624 al 20 marzo 1627 era stato parroco a Vedano al Lambro, come risulta dagli archivi della parrocchia di S. Stefano.

Erano tristi anni, dal 1628 al 1630, di guerre, di carestie e di pestilenze. Don Ludovico visse la tragedia in mezzo al suo popolo. I libri n. 3 e n. 4 dell’anagrafe, conservati nell’archivio parrocchiale, diventano la cronaca dell’immane sciagura collettiva e della personale dedizione del curato. Puntualmente registrò il suo accorrere al capezzale dei morenti. Meticolosamente precisò la causa dei decessi: “Morto per dolori colici… per archibugiata… per ferita mortale…”

Improvvisamente un atroce dubbio: la giovane inferma, assistita e confortata in punto di morte coi Sacramenti, era forse colpita da un terribile morbo. E annotò: “Aprile 1630. Veronica De Manetti, nipote dei signori di S. Assandro (Alessandro), la quale è stata seppellito di terra per il sospetto di peste; confissata fu et era d’anni 18 circa”.

Il tremendo sospetto diventò poi angosciosa realtà e il curato si assunse il compito di cronista: “Nel mese di maggio 1630. Nel quale in porta De Grado cominciò la peste nella casa dei Didona”.

Ma don Ludovico non era un pavido e continuò instancabile il suo ministero. Dal libro n. 3 dell’anagrafe parrocchiale: “1630 adì 18 maggio. Domenico Moioli morse di peste, così giudicato da medici, e fu seppellito dopo le sue cose di robbasacco, essendo prima confissato da me prete Ludovico Casato curato. D’anni 45”. I decessi aumentano, puntualizzati inesorabilmente: morto di peste.

Ma la vita continua: c’è chi muore, chi nasce e chi si sposa. Ancora dal registro n. 3 dell’anagrafe parrocchiale: “Adì 12 agosto 1630 tempore pestis. Fatte le tre pubblicazioni del matrimonio in 3 giorni festivi continui e cioè adì 9, 10, 11 agosto tra Ambrosio Maria Caprotto figlio del fu Dominico et Aurilia figlia di Gio. Briosco, di Desio, ambi doi di questa cura di S. Biagio et non essendo statto oposto impedimento alcuno, si sono congionti in matrimonio senza riserva dei presenti alla presenza di me prete Lodovico Casato e delli infrascritti testimoni: sig. Bernardo Fossati detto il Porino fu Giuseppe, sig. Francesco Castello fu Hieronimo et Giuseppe figlio di Battista Villa dette il volip.ta. Testes noti et idonei”. Ma è l’ultimo matrimonio celebrato da don Ludovico.

Gli affetti familiari, portati alla ribalta dalla sventura, aggiungono ulteriore spessore al dramma: “1630 nel mese di settembre. Adì sei suddetto passò da questa a miglior vita Antonio Casato mio fratello, il quale morse di peste, fu sepelito nel cemitero di S.to Biagio riavendoli administrati li Sacramenti di penitenza et Eucharistia et era d’anni 30 circa”.

Il giorno seguente, 7 settembre, annota un battesimo sull’apposito libro n. 4 dell’anagrafe, ancora precisando che era “tempore pestis”. Il 10 settembre registra un battesimo “administrato dall’ostetrica Benedetta Perego, in casa, per necessità”. Segue la registrazione di un battesimo amministrato dal parroco di S. Gerardo il 15 maggio, senza indicazione di anno. Poi 3 fogli in bianco.

Anche sul libro n. 3, dove si registrarono i morti, tre pagine bianche segnano un vuoto e un silenzio appena scalfito da una registrazione del 1631, iniziata e interrotta.

Qual fu la sorte di don Ludovico? L’ha svelata un documento conservato nell’archivio parrocchiale di S. Gerardo. In esso, don Bartolomeo Conti, successore di don Casato, come parroco di Vedano al Lambro, scrisse che il curato di S. Biagio, il “R.do prete Lodovico Casato, et prima fu incluso nella mia parrocchia di Vedano et morì di peste”.

Le pagine bianche dei registri anagrafici stanno a indicare un periodo di circa due mesi, quelli cruciali in cui il morbo infierì, portandosi via anche il povero curato.

Le registrazioni furono riprese il 10 novembre 1630, effettuate da frate Francesco da Lecco, ma il 19 novembre 1630 i registri furono compilati dal nuovo curato: don Francesco Francesconi.

Le sue annotazioni furono ridotte all’essenziale e precedute dalla segnalazione “tempore pestis”, come per addurre una scusante. Ma anche dopo il periodo dell’emergenza le scritture conserveranno una certa schematizzazione.

Nel 1652 don Francesco Francesconi rinunciò alla parrocchia e il suo successore don Santino Marchetti, parroco dal 1652 al 1684, adottò la lingua latina nella compilazione dei registri anagrafici.

4 – DUE CONTROVERSIE SPINOSE

Il chiericato di San Fedele
Istituendo la parrocchia di S. Biagio il 18 giugno 1584, S. Carlo le aveva assegnato i beni del soppresso chiericato di S. Fedele consistenti in appezzamenti di terreno e di vigne ubicati verso i confini con Vedano al Lambro, l’attuale zona Parco.

Questo chiericato era appartenuto agli Umiliati che a Monza si erano molto diffusi dal XIII al XVI secolo con monasteri maschili, femminili e con il terz’ordine di laici. Gli Umiliati furono presenti in borgo S. Biagio per l’investitura masserizia fatta nei loro confronti dalle monache di clausura di S. Apollinare ma non sappiamo se le Suore affidarono loro anche l’incarico delle funzioni religiose della chiesa di S. Biagio, presso il soppresso ospedale.

La crisi degli Umiliati fu provocata dall’inosservanza dei principi evangelici e dall’adesione di alcune comunità al movimento protestante valdese. Come risposta agli sforzi riformatori di S. Carlo, fu ordito da questi religiosi un complotto contro l’arcivescovo che rimase però miracolosamente illeso dal colpo di archibugio sparatogli contro. Il papa Pio V soppresse allora gli Umiliati affidando a Carlo Borromeo il compito di disporre dei loro beni.

Conferendo le possessioni del chiericato di S. Fedele alla parrocchia di S. Biagio, l’arcivescovo aveva imposto l’onere di 60 lire imperiali (ovvero 10 scudi d’oro) a favore del curato di S. Gerardo. Iniziando dal 1590 don Donesani fece fronte all’onere ma nel 1602 don Intronini troncò i versamenti. Sull’interpretazione della disposizione beneficiaria era sorta una controversia che si trascinò per molti anni.

La conclusione si ebbe col rogito dei notaio Aguggiari del 27 aprile 1658, presenti don Cristoforo Sesti, curato di S. Gerardo e don Santino Marchetti, curato di S. Biagio. Quanto alla consistenza dei beni del chiericato di S. Fedele nell’atto istitutivo della parrocchia si indicava un reddito annuo di circa 220 lire imp. derivato da circa 118 pertiche di terreno e si parlava della chiesa di S. Fedele. Negli atti della visita pastorale del 162 1, fu segnalato un reddito di oltre 300 lire.

La descrizione più dettagliata è però contenuta negli atti della visita pastorale effettuata dal 2 al 7 settembre 1763 dal Cardinal Pozzobonelli. Quanto alla chiesa di S. Fedele, già inagibile nel 1621, come già riferito, non risulta più esistente nel 1763. Una parte di terreni venne poi inclusa nell’Imperial Regio Parco, istituito nel 1806. L’ultimo documento sul chiericato di S. Fedele è una ricevuta dell’Imperial Regio ufficio di conservazione delle ipoteche di Milano, rilasciata in data 11 ottobre 1827.

Una scomunica minacciata

Alla morte di don Santino Marchetti, avvenuta il 5 marzo 1684, l’arciprete mons. P. Paolo Bosca, aveva compilato lo stato delle anime, per il versamento della congrua, in vista della Pasqua.

Ma quando, nel novembre dello stesso anno, il nuovo curato don Pier Francesco Mauri prese possesso della parrocchia di S. Biagio, ebbe una sgradita sorpresa. Dall’archivio parrocchiale erano spariti tutti i documenti, fatta eccezione per i libri dell’anagrafe. Non c’erano più la nota dello stato delle anime, né i vari rogiti delle obbligazioni e contribuzioni promesse, né gli strumenti comprovanti le possessioni né i vari contratti di locazione o di affittanza o di mezzadria.

Non si poté appurare l’identità degli autori dell’occultamento e della sparizione dei documenti, ma il loro fine fu subito bene evidente. Col 1685, parte dei parrocchiani rifiutò il pagamento dei 5 soldi per ogni abitante in età di comunione, mettendo in discussione la legittimità della richiesta per la mancanza di delega a coloro che si erano presi l’impegno.

Il parroco segnò un punto a suo favore il 18 dicembre 1687 quando ottenne dal notaio Gio. Batt. Pallavicini, conservatore degli incartamenti del defunto notaio Staurenghi, copia dell’istrumento rogato il 16 gennaio 1591, con la definizione dell’onere. Venne sollevata l’obiezione che essendo aumentata la popolazione, occorreva procedere a un nuovo riparto della contribuzione, per rimanere nei limiti delle 100 lire. A questa tattica dilatoria, il curato rispose con una ultra ventennale condotta prudente e paziente, tesa a risolvere la questione, senza che questa assumesse maggiori proporzioni e risonanza al di fuori della parrocchia. Cosa che, invece, accadde.

Nei mesi di maggio 1705 e di novembre 1707, il card. arc. Giuseppe Archinto venne in visita pastorale alla pieve di Monza. Quando fu a S. Biagio, alcuni parrocchiani gli illustrarono la vicenda della decima. Il loro punto di vista si ritrovò nei decreti conclusivi della visita pastorale emanati dall’arcivescovo, il quale stabilì, fra le altre cose, che “il parroco pro tempore non esiga dagli uomini del borgo di S. Biagio, annualmente, una somma superiore alle 100 lire imp., a norma della erezione della parrocchia della chiesa di S. Biagio, nel detto borgo, fatta da S. Carlo, un tempo mio Predecessore, per la promessa fatta il 18 giugno 1584.”

Era uno smacco per don Mauri, il quale il 20 gennaio 1708 scrisse una lunga lettera di autodifesa indirizzata all’Arcivescovo. Il presule fece trasmettere la missiva al canonico vicario civile del foro ecclesiastico della curia di Milano, aprendo di fatto la vertenza legale.

Sotto accusa era la ripartizione dell’onere per ogni parrocchiano in età di comunione: il curato replicò che così era stato volontariamente accettato dai parrocchiani. E poi, nessuna meraviglia. Era un’usanza secolare, in vigore altrove.

Ed esibì la testimonianza scritta del parroco di S. Gerardo: “Alli 10 febbraio 1708. Monza. Attesto io infrascritto Curato, qualmente nella mia Cura dalle mie pecore habitanti nelle cassine mi siano pagati soldi dieci all’anno per cadaun maschio admesso alla comunione e dalli Molinari mi siano pagati soldi venti per ogni rodizino (ruota del mulino), e questo è sempre statto lo stile praticato in questa mia Cura anche presso i miei Predecessori. In fede. Don Gian Battista Bonfanti C. to di S. Gerardo fuori le mura di Monza.”

Di rincalzo arrivò la testimonianza del parroco di Brugherio: “Faccio fede io infrascritto qualmente nell’istrumento di fondazione della Cura di Brugherio, rogato dal M. Rev. Gio. Batta Oldono Canonico della chiesa di S. Nazaro di Milano e vice cancelliere di S. Carlo Arcivescovo, si trova obbliga. ta la communità di Brugherio suddet. ta a pagare al Rev. Sig. Curato annualmente la somma di lire quattro. cento imperiali per una mano (rata) o due o al più tre, anzi che queste quat. trocento lire si pagano anticipatamen te, albenché di presente si pratica differentemente, cioè adesso si paga da detta Comunità lire tre per ogni paio de bovi et soldi dieci per ogni brazante (bracciante) di communione, che vengono a compire le lire quattrocento poco più o meno, il che era già introdotto avanti che io fossi Curato di Brugherio da molto e molto tempo in avanti, nonostante che l’istrumento di fondazione obbligasse detta comunità al pagamento per una, o due mani ecc. come sopra. Per fede. Da Brugherio questo dì: 25 febbraio 1708. Johannes Bapta Fontana parochus Brugherii”.

E che tale usanza fosse stata in vigore in passato e si praticasse ancora a S. Biagio, lo attestarono 13 parrocchiani in una deposizione giurata, sottoscritta, autenticata e datata 16 giugno 1708. Dal documento emerge un’altra piaga dell’epoca: l’analfabetismo. Infatti solo quattro testimoni, fra i quali il sacrestano, apposero la propria firma o scrissero di proprio pugno la testimonianza.

I resistenti in giudizio, del resto un’esigua minoranza dei parrocchiani, citati nel mandato di comparizione, furono 28 capeggiati da Orazio Colombo, eletto loro console. Molti però, nelle more del processo e prima della sentenza, decisero di recedere dalla causa.

Cardine della vertenza fu che si dovesse pervenire ad una nuova ripartizione e che non fosse superata la somma di lire 100, come era stato stabilito all’epoca della fondazione della parrocchia e ribadito dal Card. Arc. Archinto.

Ribatté il curato che la suddivisione in 5 soldi procapite era una norma sostanziale, liberamente accettata, deliberata, e non modificabile. Questa, poi, era stata adottata nel 1584, quando “erano solo quattrocento le anime di Communione e dal presente sono cresciuti sino al numero di milla e cento “… “mentre, sendo pochi li parochiani, può un curato assisterli, ancorché fatto vecchio ed aggiacoso, che ora sendo più di due volte di quando fu eretta la cura, il detto sig.curato si mette in stato di provvedere un vice curato, o di un carretto per esser cura molto dispersa in settanta cassine oltre li duoi Borghi di S. Biaggio e di Carrobiolo con la distanza d’una cassina dall’altra di quatro miglia in circa”. E’ così confermato l’aumento della popolazione e delle abitazioni, soprattutto rurali. Nella “memoria” sopraccitata predisposta per i suoi legali, il curato rigetta anche ogni sospetto sulla data scelta per la riscossione della congrua. “Circa poi il tempo, in cui sesigono li detti 5 soldi è vero che è tempo pasquale, ma tal tempo non è stato determinato dal sig. Curato moderno, ma bensì da suoi predecessori, da quali si pensa sia stato scelto tal tempo perpuro commodo de’parochiani, per esser molto tra loro dispersi e per esser loro lontani dalla loro propria Cura, alla quale moltissimi non sogliono andarvi se non in tempo di Pasqua, mentre in altro tempo sogliono andare alla Colleggiata o ad altre chiese de’Regolari a loro vicine… ” Indignazione, poi, per l’accusa di riscossione “con scandalo e con irriverenza del SS.mo” e precisazione che il curato nel periodo pasquale “risiede nel confessionale in chiesa e la scossa dei detti cinque soldi l’ha sempre fatta da venti anni a sta parte in una stanza della lui casa parrocchiale, a parte, il sig. Carlo Boraco uno dei contraddicenti… ” A questo punto possiamo comprendere lo stato d’animo del parroco per l’inconsistenza dei motivi addotti e per il comportamento di qualche parrocchiano influente. Né mancò l’accenno alla condizione di estrema povertà di molti parrocchiani, dai quali nulla si poteva esigere, pur essendo minimo l’importo dei cinque soldi.

A conclusione del processo, il 15 marzo 1710, il giudice mons. Genesio Calco, vicario civile della curia arcivescovile di Milano, dichiarò la liceità e la legittimità dell’esazione dei cinque soldi da parte del parroco don Pietro Francesco Mauri e dei suoi successori. A seguito della sentenza molti si misero in regola, come ad esempio il sig. Giuseppe Fossati, che era rimasto a capitanare i dissidenti, il quale pagò tutto ad iniziare dal 1685 al 1710 e fece pervenire la somma al curato il 24 luglio 1710 tramite un frate, padre Cristoforo Zambelli. Ma alcuni erano ancora renitenti al pagamento e irrisolta, in parte, era la faccenda dei documenti parrocchiali.

Il curato ritornò alla carica l’l 1 marzo 1711 con una lettera al Vicario Generale della diocesi: “Il prete Pietro F.sco Mauro, Curato di S. Biagio, fuori di Monza, umilissimo servo di V.S. ill.ma e r.ma, sino dal principio che si portò a rissedere alla lui parrocchiale chiesa, non ha trovato Scrittura alcuna spettante alla medesima, onde, per qualche indizio poco fa havuto, crede che le siano state tolte tutte le Scritture dalla lui parrocchiale in tempo chera vacante; in oltre il Supplicante, dopo una lunga e dispendiosa lite, sostenuta contro d’alcuni pochi di lui parrocchiani, che non volevano pagargli la solita annua decima, ossia tassa di cinque soldi per caduno de’Parrocchiani, abile alla SS.ma Communione, sotto il dì quindici marzo 1710 ha riportato da mons. Vicario civile una ordinazione favorevole alla lui ragion Parrocchiale, che si esibisce. Ciò non ostante, vi sono ancora alcuni che, inobbedienti alla detta ordinazione, ricusano pagare la detta decima, ossia tassa: che però, bramando l’opportuno rimedio e riparo all’uno e all’altro danno che di presente, tanto nella privazione delle Scritture della lui Parrocchiale come anche per la renitenza di chi non vuole pagargli la detta decima, ossia tassa a V. S.ill.ma e r.ma ricorre, umilmente supplicandola imporre qualche censura alli detentori delle dette Scritture ed ai renitenti nel pagargli la detta decima o tassa. “Il che spera.” L’intervento della curia fu immediato. Un editto arcivescovile fu in,,,iato a tutta la diocesi. “Joseph Miseratione Divina Tit. SPriscae S.R.E. presbyter cardin. Archintus, S. Mediolanensis Ecclesiae Archiepiscopus etc.

A tutti li Reverendi Abbati, priori Prevosti, Arcipreti, Rettori, Curati &Vicecurati delle Chiese tanto Regolari quanto secolari della Città e Diocesi di Milano, salute nel Signore.

Ci è stato esposto per parte del Ven. Prete Pietro Francesco Mauri, Curato di S. Biagio fuori di Monza, Diocesi milanese, che alcune persone, li nomi de quali non si sanno, in perdizione delle anime loro et in gran danno della sua Chiesa parrocchiale, indebitamente occultano, detengono et occupano, ò sanno chi indebitamente hà, detiene, occupa et usurpa, censi, fitti, livelli, case, terreni, possessioni, vigne, campi,boschi, prati, decime, legati, instromenti, polizze, scritture, ragioni, crediti, et altri beni spettanti et pertinenti alla medesima Chiesa parrocchiale, non curandosi di restituire, sodisfare et rivelare come deono. Sopra di che siamo stati richiesti a provederci colla giustizia.

Pertanto parendoci la sua dimanda giusta, e volendo Noi provederci, come conviene di giustizia, in virtù delle presenti nostre lettere e comandiamo a Voi sopradetti, et a ciascuno di Voi, che richiesti per parte di detto Vener. Curato in virtù di Santa Obbedienza, e sotto pena di sospensione a Divinis, che nelle Vostre Chiese in presenza del Popolo, tante volte, quante saranno necessarie, avvisiate pubblicamente da parte nostra tutte le persone di qualsivoglia stato, grado e condizione, le quali occultano, usurpano, ò indebitamente detengono nascosti li detti beni, scritture, ragioni, o qualonque altra cosa come sopra, che in termine di nove giorni dopo la pubblicazione della presente Monitoria,… debbano sotto pena di Scomunica haver’intieramente restituito al medemo Venr. Curato Mauri ciò che detengono, occultano, ed usurpano, ò hanno tolto, ed havuto delli sodette Beni, scritture, ragioni, e come sopra, e coloro, che hanno notizia, scienza e sono informati de tali usurpatori, occultatori, o detentori. debbano haverli rivelati, e manifestati… Dall’Arcivescovado di Milano li 17 marzo 1711. H. de Nigris. Vic. Gen”.

Ma c’era dell’altro. Quanti si recarono in S. Biagio alla messa grande di domenica 22 marzo 1711, domenica di “Passione”, come era chiamata la domenica che precedeva di due settimane la Pasqua, oltre alla lettura della minaccia di scomunica, di cui sopra, si sentirono investire da un’altra severa ammonizione. Il rev. don Ambrogio Brennio notaio apostolico e curiale, dall’altare proclamò: “D’ordine dell’ill.mo e rev.mo mons. Gerolamo Negri, Dottore dell’una e l’altra legge, Protonotaro Apostolico, canonico ordinario della metropolitana e Vicario Generale della curia arcivescovile di Milano.

Restano avvisati tutti li parrochiani di questa Cura di S. Biaggio fuori della mura di Monza, qua i sono renitenti e che non vogliono pagare la solita decima ossia tassa dei cinque soldi per ciascuno di loro abile alla Santissima Communione, come sono obligati a pagarla al M. Rev.do Sig. Curato di questa parochiale chiesa, che se non gliela pagheranno nel termine d’otto giorni doppo la festa di Pasqua di Resurrezione prossima a venire dell’anno corrente, saranno dal med.mo Mons. Vicario Generale dichiarati sospesi dal potere ricevere li Santissimi Sacramenti in gravissimo pregiudizio dell’anime loro; sì che voi altri, da me per ordine come sopra avvisati, potete per carità avvisare anche gli altri parochiani assenti che dal detto mons. Vicario Generale viene minacciata la pena della sospensione di potere ricevere li Santissimi Sacramenti a tutti li parochiani di questa Cura, li quali non vorranno nel sodetto termine, pagare la detta decima, ossia tassa, dei cinque soldi per ciascuno di loro che sia abile alla Santissima Communione, come veramente la devono pagare al detto loro sig. Curato, come tutti son obligati a pagargliela per giustizia, per gratitudine, e per l’obbedienza dovuta al giudice e superiori ecclesiastici. ai quali tutti li veri cristiani devono obbedire e sottoporsi, mentre sono quelli che vigilano per il vero e maggiore bene dell’anime nostre.”

Qualche frutto dovettero pur darlo, queste ingiunzioni. L’esazione dei cinque soldi continuò ad essere molto difficile, ma fortunatamente non fu più occasione di gravi attriti. D’altra parte don P. F. Mauri fu sacerdote di intensa attività pastorale. Non lo bloccavano le avversità atmosferiche né le distanze e neppure le esondazioni del fiume Lambro. Era pronto ad accorrere, anche di notte, per assistere i moribondi, sebbene fosse estremamente pericoloso muoversi quando faceva buio.

Rimasta vacante la parrocchia di S. Gerardo, generosamente fu pronto ad accorrere di notte anche in quella zona, perché il clero del duomo poteva intervenire solo di giorno, essendo chiuse le porte della città durante la notte. Don Pier Francesco Mauri fu Parroco di S. Biagio per ben 42 anni!

Sul registro dei morti, in data 12 marzo 1726, è scritto in latino: “Don Pietro Francesco Mauri, parroco di questa chiesa di S. Biagio, d’anni 75, munito di tutti i sacramenti della chiesa, ieri morì e oggi è stato tumulato in questa chiesa parrocchiale. Il funerale è stato presieduto dall’arciprete di Monza Giuseppe Antonio Vicini.”

Con testamento, rogato il 18 settembre 1725 dal notaio Carlo Maria Porchera, don Mauri aveva lasciato tutti i suoi beni alla chiesa di S. Biagio, stabilendo che i deputati e gli amministratori della Scuola del SS.mo Sacramento fossero gli esecutori testamentari “con la precisa facoltà che la soddetta di lui eredità si distribuisse e consomasse in quello che fosse più utile o necessario all’antedetta chiesa.”

Negli ultimi due anni di vita, l’infermità aveva impedito ogni attività a don Mauri. A S. Biagio era arrivato un vicecurato che si adoperò per consolidare nella parrocchia vincoli di comunione, di pace, e di unità d’intenti. Ai primi di giugno 1726 questo vice curato, don Carlo Antonio Grossi, diventò parroco. La comunità di S. Biagio aveva superato ostacoli e crisi di crescita materiale e spirituale. Era ormai matura per avviarsi verso ulteriori impegnativi traguardi e realizzazioni.

5 – NEL 1700 UNA NUOVA CHIESA

La fase preliminare (1726-1743)

Nella prima metà del secolo XVIII, il territorio monzese vide il succedersi di vari eserciti occupanti.

Dal 1733 al 1736 si acquartierarono, nella città, truppe franco-sarde che imposero insostenibili balzelli. L’oro del duomo e gli arredi preziosi furono nascosti in luogo sicuro per sottrarli all’ingordigia dei dominatori.

Nel borgo di S. Biagio c’era il palazzo dei marchesi Recalcati e qui, il 18 marzo 1734, venne a risiedere il colonnello francese, comandante della guarnigione. Le vessazioni furono così numerose che i monzesi furono costretti a rivolgersi al comandante supremo francese, gen. Villars, a Milano. La guarnigione fu tolta, ma prima della partenza fu razziato tutto quanto. Come non bastasse, ci fu una gran siccità e, dopo di questa, la grande alluvione del Lambro nel 1735, con danni incalcolabili alla città e alle campagne.

Nel 1736 ritornarono nel Milanese le truppe austriache ma la situazione rimase incerta fino al marzo 1746 quando, in Lombardia, fu instaurato stabilmente il dominio dell’imperatrice Maria Teresa. Iniziò un periodo di stabilità politica, durato circa mezzo secolo. Stando così le cose, nei primi quindici anni di parrocchia, don Grossi non poté far altro che cercare di confortare e alleviare le sofferenze della sua gente. Ma appena le circostanze lo permisero, il curato e i parrocchiani si misero all’opera per riorganizzare la vita parrocchiale.

La popolazione era notevolmente aumentata ed erano sorte molte altre abitazioni, anche nobiliari, sia nel borgo di S. Biagio sia nelle vicine campagne. Fu decisa la costruzione di una nuova chiesa parrocchiale essendo, quella esistente, ormai insufficiente a contenere i fedeli. Il nuovo tempio, comunica il Frisi, fu progettato dall’architetto Pietro Giacomo Antonietti, residente a S. Biagio. Era, previsto che la nuova costruzione occupasse l’area della canonica, del suo cortile, della cappella della confraternita di S. Gerolamo. della chiesa esistente e del terreno adiacente. Il primo problema da risolvere, quindi, era quello di procurare al parroco un’altra casa, che avesse l’indispensabile requisito di essere situata nei pressi dell’erigenda chiesa. La casa fu trovata subito di là della strada.

Era appartenuta al defunto canonico Giuseppe Porchera e gli eredi avevano dichiarato la loro disponibilità alla vendita. Ma sulla casa gravava un’imposta comunale. Al fine di ottenerne l’esenzione, il curato e il popolo di S. Biagio indirizzarono una petizione al Consiglio Generale della Magnifica Comunità di Monza. Nella seduta del 29 dicembre 1742, verbalizzata dal cancelliere del Consiglio e notaio Carlo F.sco Campini, alla presenza dei consiglieri, dei decurioni e del curato, fu letto un ulteriore memoriale: “Molto Ill.mi Signori. Il prete Card. Antonio Grossi Curato di S. Biagio fuori di Monza e serv.re umilissimo delle Signorie Loro molto Ill. si persuade, anzi di certo crede, saragli nota non solo la tristezza della chiesa parrocchiale di St. Biaggio, quale non è più longa solo B.za (brazza) 23 compreso l’unico altare, che in esso vi si trova, e larga solo B.za 12, per ciò di molto ben picciola ed incapace per il numeroso popolo di detta Cura, come pure l’incomodi seguiti nell’anno corrente a causa della Dottrina Christiana delle donne di presente trasportata nella Chiesa di S. Giuseppe anch’essa pure picciola al loro numero, andando per tal cause molte d’esse disperse senza la dovuta Christiana istruttione. Il popolo di detta Cura spera di dar mano alla fabbrica d’una nova Chiesa, quali possa essere capace anche per la Dottrina Christiana delle donne; ma non c’è altro luogo per ciò effettuare che il sito della Casa parochiale, prima però di questa demolire, è necessità, trovino e provvedono altra Casa per l’habitazione sì per il sodto Curato, che per li suoi successori, ed a tal effetto vorrebbero far l’acquisto della casa del fù M. Rev.do Sig. Giuseppe Porchera che si trova quasi dirimpetto alla detta Chiesa Parochiale, ma per essere detta Casa obligata al pagamento de carichi che sogliono pagarsi a questa Magnifica Comunità, prima di passare alla di lei compra, desidererebbero dalla Loro Carità e bontà la totale e perpetua essentione, maggiormente per non potere il soddetto Curato, né per lui né per i suoi sucessori obbligarsi al pagamento dei detti carichi, né a parte delli stessi. Questo caso non è solo particolare, ma merita la totale di Loro assistenza per essere del tutto dissimile di qualonque altro, mentre riguarda il beneficio e bene spirituale d’un numeroso popolo, che però è membro e parte di questa Magnifica Comunità, e che la maggior parte del popolo, quando si fa fonzione nella presentanea Chiesa, è necessitata o assistervi fuori di Chiesa, o a non intervenirvi se è tempo contrario, motivi che li necessita far ogni possibile sforzo d’avere una Chiesa capace e grande per assistere a quelle fonzioni che soglionsi fare in detta Chiesa, e non potendo, atteso l’esposto ciò effettuare se non essentuata la sodetta Casa dalli sodetti carichi, perciò il Curato sodetto et il popolo di d.ta Cura alle S. Pie LL. M. to Ill. me fanno ricorso… Dal Curato e popolo di S. Biaggiofuori di Monza. ”

L’esenzione fu accordata all’unanimità dai Consiglieri. Da quanto sopra emerge l’importanza che si dava all’istruzione religiosa e inoltre appare chiaro che la decisione di costruire la nuova chiesa parrocchiale era già stata presa dai parrocchiani.

Decisione popolare (1743-1745)

L’ulteriore prova della partecipazione popolare alla realizzazione della nuova chiesa parrocchiale si ebbe l’l1 marzo 1743, un lunedì. Il notaio sanbiagino F.sco Antonio Fossati fu incaricato di redigere un istrumento nel consueto latino.

Come premessa, venne precisato lo scopo del documento: “poiché gli uomini e gli abitanti della Parrocchia di S. Biagio fuori Monza hanno l’obiettivo di ingrandire detta chiesa di S. Biagio sia in larghezza che in lunghezza, dato che presentemente per la sua lunghezza è insufficiente per la popolazione della parrocchia, e pertanto sono costretti a ingrandire, come sopra detto, in primo luogo, la chiesa, sia in lunghezza che in larghezza. Detti uomini e abitanti hanno ritenuto più opportuno, anche per facilitare maggiormente la nuova costruzione, eleggere tre di loro che, muniti di regolare procura, agiscano a loro nome e facciano tutto quanto è necessario, e per tanto hanno concertato il presente istrumento. ” La riunione si svolse “davanti al molto rev. don Carlo Antonio Grossi, attuale parroco di S. Biagio e al sig. Gerardo Galbiati fu Cesare, Assistente Regio Delegato” .

Da notare il luogo e il modo di convocazione dell’assemblea: furono “convocati i sotto descritti uomini e abitanti della parrocchia di S. Biagio fuori di Monza e riuniti nella stessa chiesa di S. Biagio, dove sono soliti essere convocati e riuniti a trattare le cose relative alla chiesa, dopo aver suonato le campane della chiesa, secondo l’uso.”

Furono presenti ben 68 uomini e sono tutti elencati con la precisazione che eran “tutti uomini abitanti della detta parrocchia di S.Biagio fuori di Monza che agiscono in RAPPRESENTANZA DI TUTTA QUANTA LA POPOLAZIONE DELLA PARROCCHIA. Invero i due terzi e più dei citati abitanti approvarono a proprio nome e a nome di altri assenti e infermi per i quali promisero aver ratificato…” La procura prevedeva le più ampie facoltà decisionali e di rappresentanza giuridica negli appalti e contratti di compravendita, permute, accensione di mutui, gestione delle offerte, scelta dei materiali che dovevano servire alla costruzione.

I tre procuratori eletti furono: “il sig. Bartolomeo Previtale fu Carlo, il sig. Giuseppe De Albertis fu Giacomo Antonio, il sig. Pietro Giacomo Antonietti di Domenico. Tutti abitanti nella parrocchia di S. Biagio fuori di Monza. L’Antonietti, già sappiamo, era l’architetto.

Il Previtale Bartolomeo fu un laico che, a somiglianza del Gio. Pietro Landriano del XVI sec., fu, per oltre un trentennio, un punto di riferimento, contribuendo a smussare le asperità del carattere di don Mauri, a mediare fra le posizioni del parroco e delle confraternita, a collaborare assiduamente e ad essere, infine, elemento determinante per la soluzione dei problemi concreti relativi alla nuova chiesa. In un documento di definizione dei compiti della Scuola del SS.mo Sacramento, concordato col parroco don Mauri, in data 16 novembre 1716 il Previtale appone la firma qualificandosi Priore della Scuola. In altro documento il Previtale viene definito Regio Assistente presso la Confraternita della carità sotto l’invocazione di S. Gerolamo.

Quindi, quest’uomo, per la posizione preminente nelle due confraternite, si trovava ad essere al centro dell’intreccio delle operazioni da effettuarsi. Infatti il priore e i sindaci della confraternita del SS.mo erano gli esecutori testamentari dell’eredità di don Mauri, mentre l’area, su cui sorgeva l’oratorio della confraternita di S. Gerolamo, doveva servire per la nuova chiesa. Né ci si deve stupire dell’inserimento di Delegati e assistenti Regi perché l’amministrazione austriaca li aveva imposti in ogni organismo, anche religioso, anzi si preparava ad ingerirsi ancor più pesantemente in questo settore, con soppressioni e vincoli burocratici e fiscali.

E proprio seguendo la prassi, il 10 giugno 1743, i Procuratori Reggenti della Magnifica Comunità di Monza, Giuseppe Antonio Bergamo, Carlo Andrea Panceri e Antonio Maria Carono, inoltrarono la pratica alle competenti autorità di Milano e indirizzarono una supplica all’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo per la benigna sovrana concessione dell’esenzione dell’imposta sulla casa Porchera. Il 14 gennaio 1745 gli uffici governativi e l’Imperial Regia Cancelleria di Milano avallarono la registrazione nel libro delle “dispense” dell’ecc.mo Senato di Milano.

Il Consiglio Generale di Monza, deliberando l’esenzione, aveva inserito la clausola che la costruzione della chiesa avvenisse entro il 1754, dieci anni. Questo termine fu però ampiamente superato. Infatti nel 1760 fu applicata una tassazione di 8 lire annue, che la chiesa dovette pagare, perché fu respinto il ricorso. La dispensa del Senato aveva aperto la strada alla trattativa per l’acquisto della casa Porchera e fu convenuto il prezzo di lire 3300, pagabile in 12 anni al tasso annuo del 4%.

L’operazione fu effettuata dagli amministratori della confraternita del SS.mo che si avvalsero di una obbligazione sui beni lasciati alla chiesa dal parroco don Mauri e dei quali era esecutrice testamentaria. Per effettuare la permuta fra questa casa e la precedente sede, occorreva l’assenso delle autorità ecclesiastiche.

Fu inviata petizione all’arcivescovo, card. Giuseppe Pozzobonelli, e, per suo incarico, il vicario generale mons. Giov. Batt. Campagnoli espresse il consenso. Prima però volle che venisse effettuata una perizia delle due case. Il tecnico prescelto dal vicario foraneo e arciprete di Monza, mons. Giuseppe Antonio Vicini, fu l’agrimensore Carlo Porta di Milano.

Costui è ben noto per aver disegnato, nel 1738, la celebre mappa della città di Monza, conservata nell’Archivio di Stato di Milano, sulle rilevazioni fatte nel 1721 da Giovanni Filippini. Ormai in possesso di tutte le superiori autorizzazioni, si arrivò finalmente alla stesura dei due relativi atti notarili, redatti ambedue dal solito notaio Fossati, nel solito latino.

Il 12 maggio fu acquistata la casa Porchera dalla confraternita del SS.mo e il 3 giugno 1745 fu compilato l’atto di permuta con la vecchia casa parrocchiale. Alla residenza acquistata furono apportate notevoli modifiche dallo stesso don Grossi e dal suo successore. Nel 1752 fu venduta ai marchesi Recalcati una casa, chiamata Castella, posseduta dalla Chiesa e il ricavato servì per liberarsi dall’onere assunto con gli eredi Porchera. La casa, situata all’attuale n. 20 di via C. Prina, fu residenza del parroco fino al 1965.

La confraternita dei Disciplinati e la posa della prima pietra (1745-1746)

Il progetto della nuova costruzione prevedeva il cambio dell’orientamento della chiesa da nord/sud a est/ovest, con l’ingresso principale sulla strada proveniente dalla porta S. Biagio e l’abside sull’area dove esisteva la casa canonica e l’oratorio della confraternita di S. Gerolamo, più compiutamente chiamata Confraternita della Carità sotto l’invocazione di S. Gerolamo.

Già dal 1557, era operante una confraternita di Disciplinati, visitati nel 1578 e nel 1582 da S. Carlo, che diede loro la “Regola” associativa. Nel 1578 si eran estremamente ridotti di numero a causa della peste.

Carlo rilevò che i membri della confraternita erano 45 e, fra l’altro, s’impegnavano particolarmente in occasione degli annuali festeggiamenti patronali di S. Biagio. Ma, quando nel 1621 ci fu la visita pastorale del card. Federigo Borromeo, il loro numero era sceso a 25.

“Questa confraternita di penitenza dei Disciplinati, (14) fu eretta senza autorizzazione apostolica o diocesana, come asserirono gli stessi confratelli, ma soltanto è unita e aggregata all’Arciconfraternita della Carità di S. Gerolamo di Roma, come risulta dalle lettere di aggregazione rilasciate a Roma l’11 marzo 1606 e registrate in Curia arcivescovile di Milano… Portano l’abito del sodalizio, di tela sangallo, di color zafferano. Hanno regole emesse da S. Carlo, alle quali affermano di attenersi completamente. Tutti i giorni festivi di rito romano, recitano il Piccolo Ufficio della B.ma Vergine Maria, quasi nella stessa ora in cui il Rev. Parroco suole celebrare in Chiesa i servizi divini o ascoltare le confessioni; ciò causa enorme disturbo al popolo…”

Tutto questo accadeva perché “non hanno un proprio oratorio e nessuna parte della chiesa è sua, ma i detti scolari hanno un proprio cubicolo, disadorno, situato nella parte dell’epistola, verso occidente, tutto occupato da sedie. È quella specie di coro fatto costruire da Gio. Pietro Landriano nel 1578 (12). L’inconveniente lamentato e le interferenze con le pubbliche funzioni portarono, in epoca imprecisata, alla realizzazione di un oratorio della confraternita, staccato, ma attiguo alla chiesa, quasi incorporato nella casa canonica. Questa area venne descritta dal citato agrimensore Carlo Porta in una perizia del 3 aprile 1745.

Ai fini della costruzione del nuovo tempio, data un’altra residenza al curato, si trattava ora di sistemare la confraternita. Il 15 maggio 1746 fu convocato il capitolo generale, al quale intervennero ben 66 confratelli, i quali approvarono gli accordi intercorsi fra i Priori e gli Amministratori e Procuratori della chiesa, col pieno consenso del parroco. Le intese prevedevano la cessione del vecchio oratorio per la demolizione e la sostituzione con una nuova cappella per la confraternita da erigersi a spese della chiesa. L’accordo venne ufficialmente sanzionato con un pubblico atto rogato il 14 luglio 1746, dal notaio Francesco Fossati.

L’assenso dei confratelli del maggio precedente, aveva già spianato la strada all’inizio dei lavori. “Il 26 giugno 1746 fu dunque benedetta la prima pietra che fu posta nelle fondamenta dal rev.mo Antonio Vicino, Arciprete vicario foraneo, munito della debita facoltà. A questa sacra cerimonia prestò decoro il sig. Marchese Antonio Recalcati, e pertanto sulla prima pietra fu incisa questa iscrizione: Primarium lapidem Divo Blasio sacrum March. Ant. Recalcatus ponebat anno MDCCXXXX VI die XXVIJunii. ”

La prima fase dei lavori e la morte di don Grossi (1746-1749)

Il sogno di don Grossi e della gente di S. Biagio si stava avverando. Il curato aveva impegnato ogni sforzo e tutto quel che possedeva. Non è che la prebenda gli rendesse poi molto. Da un resoconto del 1745, compilato dal parroco,(“) risulta che egli riusciva ad introitare solo 60 delle cento lire promesse e suddivise nei cinque soldi per ognuno in età di comunione, nonostante il numero cresciuto di parrocchiani. Il documento è interessante perché fa l’elenco dei prodotti agricoli raccolti come decime. Oltre a grano, segale e vino, viene menzionata la “cavata di foglie de moroni” L’industria della seta, infatti, si stava rapidamente affermando nei territori milanesi, monzesi e comaschi, e le foglie di gelso (murun), alimento dei bachi da seta, erano molto richieste.

Nel cantiere della nuova chiesa i lavori procedevano in modo soddisfacente. Demolite verso occidente le antiche strutture della casa parrocchiale e usufruendo anche del cortile, sull’area resa così libera, si iniziò a costruire la parte absidale, la cappella maggiore e la prima parte della chiesa, fino alle cappelle minori, mentre la vecchia chiesa continuava a sopperire alle esigenze pastorali e di culto. Questa prima fase dei lavori, iniziata il 26 giugno 1746, si concluse il 16 agosto 1749.

Purtroppo, però, dopo 22 anni di parrocchia, don Carlo Antonio Grassi, promotore e fervido sostenitore del nuovo tempio, per il quale aveva profuso tutto se stesso, morì il 31 marzo 1749. Sul libro dei morti di quell’anno, conservato in archivio parrocchiale, troviamo annotato: “I aprile 1749. Il M.rev. sig. Carlo Antonio Grossi, curato di questa Parrocchiale di S. Biagio, d’età d’anni cinquantasette, munito di tutti i S. Sacramenti, raccomandazione dell’anima e Indulgenza e benedizione inarticulo mortis, morto ieri, è stato sepolto nella chiesa nuova di questa Cura nel giorno d’oggi, coll’intervento di me infrascritto Arciprete e di altri 14 sacerdoti. In Fede. Giuseppe Antonio Vicini, Arciprete di Monza. PP

In un documento. redatto dal successore, don Giuseppe Fossati, è scritto: “Il parroco Carlo Antonio Grossi, iniziatore della fabbrica della nuova chiesa, fu tumulato appena fuori dai cancelli della cappella maggiore, con la seguente epigrafe scolpita sulla pietra tombale: Al parroco Carlo Antonio Grossi. Alla costruzione di questo tempio consacrò energie, ingegno, e consumò il suo avere.

Riposi in pace.”

Un’impresa ventennale

Il nuovo parroco, don Giuseppe Fossati, fece il solenne ingresso in parrocchia il 17 luglio 1749, accollandosi il gravoso compito di dare vigore alla comunità di S. Biagio e di proseguire la grandiosa opera di costruzione del nuovo tempio. Egli stesso ci ha lasciato una lunghissima relazione in latino, a seguito della visita pastorale del 1763, che è la fonte ricchissima delle notizie riportate.

Come primo atto significativo “fu benedetto l’altare maggiore, con parte della chiesa, cioè dalla cappella maggiore inclusa fino alle cappelle minori escluse, dal Rev. mo Sig. Giuseppe Antonio Vicino, Arciprete vicario foraneo,per facoltà dellem.mo e Rev.mo Card. Giuseppe Pozzobonelli, il 16 agosto 1749.

Venne così aperta al culto questa prima parte della chiesa, pur in condizioni d’emergenza, permettendo la demolizione dell’antica chiesa, l’area della quale doveva essere utilizzata per il proseguimento della costruzione. Ma i lavori subirono una completa stasi, durata due anni.

La seconda fase dei lavori si svolse “dal giorno 3 settembre 1751 fino al giorno 16 agosto 1752: fu costruita la sacrestia e l’oratorio della confraternita di S. Gerolamo e in tale occasione sono state poste le fondamenta della torre campanile, presso la sacristia. L’erezione della cappella della confraternita assolse l’obbligo contratto con il rogito del 14 luglio 1746. Alla sua parete di fondo fu collocata una grande Croce e pertanto, in seguito, fu chiamata la cappella del Crocifisso.

Ma la costruzione della navata non procedeva. Perché? La risposta è venuta, casualmente, da una breve annotazione fortunosamente reperita su un foglietto di effemeride liturgica, inserito nel registro del monastero delle Clarisse di S.Apollinare di Milano, conservato all’Archivio di Stato.

Esso reca: “1754. Addì 6 maggio. Cambio seguito col Ven. Chiesa di S. Biagio di Monza ed il Sagro Monastero di S. Apolinare di quadretti n 8 terreno per la nova Fabrica di detta Chiesa. C. (cassetto) I. M.zo (mazzo) Secondo N 47”.

Dunque il ritardo dei lavori dovrebbe attribuirsi alle lungaggini nelle trattative per ottenere i terreni adiacenti, situati a oriente, verso la porta della città, sicuramente già appartenuti all’antico ospedale di S. Biagio e poi trasferiti alle monache da papa Gregorio IX con bolla del 18 febbraio 1233.

E così dopo cinque anni dalla fine della costruzione absidale, finalmente si poté procedere a edificare la navata. Ma questi ritardi e la inadeguata tecnica edilizia influirono negativamente sulla compattezza e solidità dell’edificio.

“Dall’anno 1754 fino all’anno 1757 fu fatta la costruzione delle cappelle minori e della chiesa da dette cappelle fino al frontespizio senza tuttavia il pavimento, le pitture e gli altri ornamenti.”

Ancora due anni di interruzione di lavori e poi “nel 1759 fu costruita la cappelle dei morti…(che) fu benedetta con la dovuta facoltà, dal rev. Arciprete vicario Antonio Vicino, il 31 ottobre 1759.”

La dettagliata descrizione della cappella dei morti, o ossario, è al capitolo XXXIII della citata relazione: “Recentemente è stata costruita la cappella dei morti, dal lato dell’epistola, fuori e tuttavia adiacente alla chiesa…È coperta da una volta in cemento. Il pavimento è di mattonelle ben curate. La sua lunghezza è di 6,3 braccia, l’altezza è di 6,6 braccia, la larghezza è di 6 braccia. Vi è costruito un altare, sul quale però non si celebrano Messe.

L’altare aderisce alla parete…. Anteriormente si legge il seguente monito: ‘Se piacere a Dio, Utile a Voi e suffragio a noi dar volete, con Penitenza, Limosine e Preghiere noi soccorrete.’.. L’altare è ornato da una icona raffigurante Gesù Cristo crocifisso, egregiamente dipinta su tavola; presso la croce sono rappresentate le anime del Purgatorio che chiedono clemenza a Cristo Signore crocifisso. Nella cappella vi sono piramidi di legno, chiuse da reticolato di ferro in cui sono disposte, ordinatamente le ossa dei morti …. Nella stessa cappella c’è un sepolcro profondo, con doppia copertura, nel quale sono tumulate le ossa dei morti quando è necessario evacuare i sepolcri scavati nella chiesa…. Sul frontespizio esterno della cappella, nel quale è costruita la finestra, son dipinti dei teschi. Sulla parte superiore della finestra si legge il monito dell’Ecclesiaste (32,2): ‘Benefac iusto et invenies retributionem magnam’- Fai del bene al giusto e troverai una grande ricompensa-‘

I lavori proseguirono nel 1760 con “il pavimento, l’organo, la balaustra di ferro della cappellina del battistero, le pitture, i fregi e tutti gli altri ornamenti e pertanto il 4 settembre dello stesso anno fu benedetta questa parte di chiesa, cappelle minori incluse, fino al frontespizio della medesima.”

Altri due anni di sosta, poi si provvide al campanile: “Nel 1762 fu elevata la torre campanaria che è di forma quadrata e la sua altezza e l’elegante architettura corrisponde alla grandezza e bellezza della chiesa. È alquanto distante dalle pareti della chiesa, tuttavia è adiacente alla sacristia… Sul fastigio della torre è collocata una croce di ferro. Il fastigio è coperto da una lamina di bronzo e rame. Ogni giorno, alle ore prescritte, si dà il segnale della salutazione angelica e della preghiera per i defunti. Le campane appese nella nuova torre campanaria sono quattro per un peso complessive di libbre e once 2877/3352, e furon consacrate il 24 agosto 1763 dall’ill. e rev. Marino Vescovo. Il peso delle vecchie campane era complessivamente di libbre 218 e il loro suono non poteva raggiungere le orecchie dei parrocchiani distanti. Pertanto il 15 luglio 1763, con il consenso di tutti i parrocchiani, fu stabilito di aumentare quanto prima il numero e il peso delle campane. Tale opera fu completata il 1 settembre e lo stesso giorno 2, in occasione della visita pastorale dell’Em.mo e rev. card. arc. Giuseppe Pozzobonelli a questa chiesa, furono tutte suonate solennemente e con grande forza. ”

La chiesa era ultimata e la visita del cardinale era il festoso suggello di tante aspettative e fatiche. Ma i sacrifici non eran terminati, perché restavano molti debiti da pagare. Un aiuto venne anche dall’arcivescovo, al termine della visita pastorale. La relazione termina con la notizia: “L’Em.mo Arciv. nell’ottobre 1763, graziò la Chiesa di una pensione di lire 150 per dieci anni, da pagarsi alla medesima dal M. Rev.do sig. Cur. di Merate.

Un parroco dinamico, un pastore ammirabile

Il curato don Giuseppe Fossati era entrato in parrocchia nel 1749 e dopo quattordici anni aveva raggiunto un agognato traguardo per sè e per la sua gente. La Provvidenza gli serbava altri quattordici anni per un ministero sacerdotale più incisivo, sollevato da tante e diverse preoccupazioni. Di certo però non eran state fin lì disattese le esigenze pastorali. Dalla ponderosa relazione del 1763, più volte citata, si ricava già l’impressione di una comunità attiva e unita. “I parrocchiani sono in tutto 2289. Quelli poi ammessi alla S. Comunione sono 1589. Entro i confini della parrocchia c’è un convento di cappuccini con circa 30 frati.”

La confraternita di S. Gerolamo era molto attiva e tutti i giorni festivi, la mattina e il pomeriggio, i confratelli cantavano l’ufficio della Madonna. Il colore dell’abito del sodalizio era stato cambiato dal giallo zafferano del sec. XVII a quello celeste del XVIII; lo stesso, successivamente, sarà adottato dalla confraternita del SS.mo e indossato nelle processioni fino a circa 40 anni fa.

In quegli anni stava sorgendo un’altra associazione: “In questa parrocchia di S. Biagio è presente anche un Consorzio del SS. Nome di Maria, tuttavia non ancora approvato dalla Curia. Gli iscritti a tale associazione sono tenuti a versare, ogni anno, dodici soldi… Impegni per l’associazione sono: 1° per la celebrazione della festa del SS. Nome di Maria; 2° per la solenne novena in preparazione a questa festa e durante la novena c’è la solenne esposizione del SS. Sacramento; 3° per la celebrazione di un Ufficio funebre, dopo la celebrazione della festa; 4° per la celebrazione di sei messe per ciascun confratello o consorella defunti…”

Alla tradizionale festa patronale di S. Biagio si aggiunse quindi quella del SS. Nome di Maria, con particolari indulgenze: “Alla chiesa parrocchiale è concessa l’indulgenza plenaria nel giorno della festa di S. Biagio e nel giorno della domenica fra l’ottava della Natività della beata Vergine Maria.”

Oltre alle consuete feste dell’anno liturgico “In questa chiesa si celebrano per devozione le festività dei Santi Tre Re Magi il 6 gennaio, di S. Antonio Abate il 17 gennaio, di S. Sebastiano il 20 gennaio, di S. Marco evangelista il 25 aprile, di S. Eurosia V. M. il 26 aprile, di S. Gerardo il 6 giugno, di S. Barnaba apostolo il giorno 11 giugno, nel qual giorno si fa la processione alla chiesa parrocchiale di S. Gerardo al Corpo e ivi si canta la Messa.”

Don Giuseppe Fossati era un uomo pio e colto. Era nato a Milano il 28 settembre 1717 e aveva frequentato corsi di studi umanistici e teologici conseguendo le lauree in letteratura, filosofia e teologia. A soli 23 anni, con dispensa pontificia, era stato ordinato sacerdote e, quattro anni dopo, destinato parroco a Rogeno, per designazione dello stesso papa Benedetto XIV. Curava molto la spiegazione della dottrina cristiana al popolo e la catechesi sacramentale, agevolato dalla profonda preparazione teologica.

Poiché vigeva la netta divisione fra maschi e femmine, durante la spiegazione della dottrina cristiana, si avverte che “non c’è tavolato per la separazione dei maschi dalle femmine. Tuttavia viene usata una tenda che, quando si fa dottrina cristiana, è stesa dall’entrata della cappella maggiore fino alla porta principale.”

L’insegnamento non è tenuto esclusivamente in chiesa parrocchiale e si precisa, al cap. II della relazione, che “Tutti i giorni di festa, dopopranzo, si esercita questo sacrosanto insegnamento della dottrina cristiana: 1° in questa chiesa parrocchiale; 2° nell’oratorio di S. Rocco; 3° nell’oratorio di S. Pietro; 4° nell’oratorio di S. Croce, ove intervengono solo i maschi; nelle altre chiese e in parrocchia sia maschi che femmine. In tutte e singole le scuole di dottrina cristiana: 1° il popolo è diviso in classi; 2° in ciascuna classe c’è un incaricato per la distribuzione dei catechismi; 3° ogni tanto si tiene una piccola disputa fra i ragazzi e le ragazze; 4° c’è una tabella nella quale sono segnati i nomi e i cognomi degli incaricati, i quali, ogni anno, sono rinnovati o confermati; 5° nella chiesa parrocchiale predica il parroco; nella chiesa di S. Pietro il rev. don Guenzati, canonico della collegiata di S. Giov. Batt., nella chiesa di S. Rocco il rev. Gerolamo Paolini, nella Chiesa di S. Croce un rev. P. Gesuita del collegio di S. Ignazio di Monza. Frequentemente, tuttavia, in questi oratori, il catechismo e il sermone è tenuto dal parroco.”

In questo quadro sintetico della vita di una parrocchia della metà del’700 molto risalto è dato al culto eucaristico:”Tutte le terze domeniche di tutti i mesi dell’anno e nella festa del SS.mo Corpo di Cristo e per tutta l’ottava, l’Eucaristia è portata per la solenne supplica. Inoltre, con opportuna facoltà, si suole fare l’esposizione alla pubblica adorazione tutti i giorni della quaresima e in tutte le feste dalla domenica in Albis fino all’ultima domenica di settembre, durante la novena del S. Natale di N.S. Gesù Cristo e durante la novena del SS. Nome della Beata Vergine Maria. Quando poi si fa la processione col SS. mo Sacramento, o lo si espone alla pubblica adorazione, si suole osservare le costituzioni della S. Chiesa di Milano.”

Quanto alle cappelle minori: “Alla destra di chi esce dalla cappella maggiore, esiste la cappella dedicata a SS.mo Nome della Beata Vergine Maria, e sopra l’arco della cappella la scritta: SS. Nome di Maria. Dal piano della chiesa vi si accede per un unico gradino. E coperta da una volta di cemento. Il pavimento è di mattoni ben curati. Vi sono fregi e stucchi…. L’altare è adornato dalla sacra icona della B. V. Maria dipinta su tavola. Esso è stato benedetto, con la parte della chiesa che ancora non lo era stata e cioè dalle cappelle minori, incluse, fino alle porte della chiesa, dal rev. Arciprete vicario foraneo Michele Sangiorgio, per facoltà concessa dall’Em. e Rev. Card. Arc. Giuseppe Pozzobonelli, il 4 settembre 1760.

A sinistra di chi esce dalla cappella maggiore c’è la cappella dedicata al S. Sposo della Madre di Dio, con la scritta sopra l’arco: ‘Giuseppe, sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù’. È di forma simile alla cappella del S. Nome di Maria, di cui sopra, con la sacra icona di S. Giuseppe, dipinta su tavola. Tuttavia non vi si celebra messa o altri divini offici non essendovi ancora l’altare. Il parroco si impegnerà, per quanto possibile, affinché lo si costruisca in marmo.”

Dopo pochi mesi l’impegno viene mantenuto, anche per merito del marchese Paolo Recalcati, che, il 23 maggio 1764, donò alla chiesa un altare di marmo comprato dai padri Barnabiti di Monza. Le spese di adattamento e collocazione dell’altare nella cappella di S. Giuseppe furono sostenute dalla chiesa.

Questo altare di marmo rese però inadatto quello che lo fronteggiava nella cappella della Madonna. Vi si pose rimedio nel 1770 con un nuovo altare, il cui disegno è conservato in archivio parrocchiale con l’approvazione del card. arc. Giuseppe Pozzobonelli.

Per la sua facondia e per la stima dei confratelli, don Fossati fu designato dal clero della pieve come oratore ufficiale alla assemblea plenaria degli ecclesiastici tenuta in Duomo alla presenza del card. arc. Giuseppe Pozzobonelli, l’ultimo giorno della visita pastorale, nel settembre 1763.

Le chiese esistenti, allora, entro i confini della parrocchia erano: la chiesa di S. Croce, situata fuori porta Carrobiolo, la chiesa di S. Anna e S. Domenico, anch’essa fuori porta Carrobiolo, l’oratorio di S. Maria di Caravaggio, fuori porta S. Biagio, costruita in quegli anni sotto il patrocinio dei marchesi Pallavicini; l’oratorio di S. Pietro, fuori porta Nuova, nell’attuale corso Milano; la chiesa di S. Gregorio, più tardi chiamata ai Fopponi e “costruita recentemente” dichiarava don Fossati. C’era infine la chiesa di S. Rocco “sulla strada di Milano”, nel borgo omonimo, alla quale il parroco dedicava particolare cura, facendola abbellire e decorare, non solo, ma preoccupandosi di assicurare agli abitanti una adeguata assistenza religiosa.

Lusinghiero il giudizio di don Fossati nei confronti della sua gente, al cap. XXXI della relazione: “È sommamente lodevole, in verità, la loro pietà, religione e munificenza, la loro laboriosità, l’industriosità e le elemosine con le quali, in breve tempo, fu costruita dalle fondamenta la chiesa con la sacristia, la torre campanile, la cappella dei morti, l’oratorio della confraternita di S. Gerolamo e inoltre la casa parrocchiale.”

Non mancarono, tuttavia, prove e avversità, come risulta dal commosso necrologio, scritto nel libro dei morti del 1777, dall’Arciprete di Monza:

“Millesettecento settanta sette, addì otto gennaio. presso le ore tre e mezzo di ieri notte è accaduta la deplorabilissima perdita del M. Rev.do Sig. Giuseppe Fossati, Curato di questa Cura di S. Biagio, passato da questa a miglior vita in età di cinquanta nove anni circa, preso di accidente apopletico nell’attuare il ministero delle Confessioni, ricevuti gli SS.mi Sagramenti di Penitenza ed Estrema Unzione, ma non quello dell’Eucarestia, benché avesse dato segno di grande desiderio, dopo avere premessi gli Atti di Fede, speranza, carità, pentimento, e compartita al medesimo la Benedizione Papale, colla raccomandazione dell’Anima a Dio; furono fatte le esequie e celebrato l’ufficio con l’accompagnamento di ventitré sacerdoti, compreso Monsig. e Arciprete di Monza, è stato sepolto il di Lui cadavere nella cappella di S. Giuseppe dentro i cancelli di questa Cura; passò, dico, da questa a miglior vita come fondatamente sperar si deve, attesa la sua pastorale solecitudine con cui per ventotto anni assistette sempre al suo gregge, pieno di carità e di zelo. Dico di carità, poiché si mantenne sempre povero per sè, per distribuire quanto aveva in sollievo dei poveri, sebbene il numero di questi fosse copioso, essendo di numero grande i parrocchiani; dico di zelo, poiché egli era molto frequente nei discorsi parrocchiali nei quali tanto infiammavasi per l’amore d’istruire non solo le anime, ma anche di ritirarle dal male e accenderle nelle virtù cristiane, e per ciò ottenere anche con l’affetto girava continuamente per le case private della sua parrocchiale, non perdonando né a fatica né a disagio di stagioni, massimamente se trattavasi di assistere gli infermi, i quali erano da Lui aiutati non solo coi soccorsi spirituali, ma ancora col lasciare ad essi ed a ciascuno, in segno della sua estesa carità, qualche quantità secondo il bisogno. Fu bensì, con tutto ciò, travagliato da alcuni malviventi e perfin minacciato nella vita e nella roba, ma sempre colla sua solita mansuetudine, unita alla grandezza dell’animo suo, sopportò il tutto con pazienza arrivando più volte a soccorrere con denaro gli stessi nemici. Io non mi inoltro di più perché mi si movono le lagrime nel pensare a tante virtù da Lui esercitate nel corso delli anni suddetti, nei quali regolò questa parrocchia, per il bene della quale e spirituale e corporale può giustamente dirsi che Bonus pastor animam suam posuerit pro ovibus suis.

E per fede,

Michele Sangiorgio Arcip.te V.F.”

6 – TRA RIVOLUZIONE E RESTAURAZIONE

La scure delle soppressioni

L’amministrazione austriaca, già con l’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo, aveva iniziato una politica di riforme, proseguita poi con maggiore determinazione dal figlio Giuseppe II. “Le riforme di Giuseppe II si abbattono come una tempesta sulla Lombardia; non il cauto procedere di Maria Teresa, ma una valanga che travolge tutto l’antico ordinamento dello Stato. Il patriziato viene spodestato dalla sua funzione di classe dominante; i suoi privilegi scompaiono. Così come scompaiono i privilegi del clero.” S’instaurò quel sistema di sottomissione completa della Chiesa allo Stato, che fu definito “Giuseppismo”. Fu disposta la chiusura al culto di molte chiese, la soppressione di confraternite, monasteri e ordini religiosi non aventi una finalità assistenziale o didattica, ritenuti pertanto inutili allo Stato. Con i proventi della vendita dei beni sequestrati fu istituito un Fondo di religione. “Sotto pena di dieci scudi sono proibiti gli apparati e la musica in chiesa nelle feste abolite; limitate le funzioni sacre e le processioni; vietate le novene, le ottave, i tridui; fissato l’orario per tenere aperte le chiese; fissato il tempo di suonare le campane: minute prescrizioni che giustificavano il frizzo di Federico II all’indirizzo dell’imperatore; egli soleva chiamarlo: “mio fratello, il sagrista! A Monza, le leggi di soppressione colpirono dapprima, il 16 luglio 1776, i Domenicani di S. Pietro martire; poi i conventuali di S. Francesco, ove ora c’è il liceo classico Zucchi, nel giugno 1784. Il 23 marzo 1785 toccò la stessa sorte sia al monastero delle monache di S. Maria Maddalena, ove ora ci sono le suore Sacramentine, sia al monastero delle suore di S. Margarita, dove attualmente ci sono le suore Misericordine.
A S. Biagio, dal 1777 era parroco don Carlo Giuseppe Trezzi, successore di don Giuseppe Fossati. Appena eletto era stato nominato protonotario apostolico con atto notarile del 16 aprile 1777. Il riconoscimento gli venne ufficialmente attribuito dal “giurista don Giuseppe Landriani, dei Capitanei di Landriano, nobile patrizio di Milano e di Pavia, feudatario dell’insigne città di Vidigulfo… abitante in P.R.P. (Posta Romana Parrocchia) S. Nazaro in Brolio…. per concessione data nel 1560 da Pio IV”. E così riapparso il nome di un Landriano a ricordare il ruolo significativo dell’avo Gio. Pietro, all’epoca della fondazione della parrocchia. Don Trezzi beneficiò delle soppressioni in atto.
La Confraternita di S. Gerolamo, esistente in parrocchia e di cui si è ampiamente parlato, fu soppressa il 4 dicembre 1786 dall’Imperial Regio Magistrato Camerale di Governo. Venne redatto dal delegato interinale amministratore Gio. Giuseppe Mazza, un accurato inventario di tutti i beni, consistente nell’oratorio adiacente alla chiesa, in arredi, quadri, suppellettili e, soprattutto, nel grande Crocifisso che ancor oggi troneggia in chiesa. Tutto fu ceduto alla chiesa parrocchiale e don Trezzi appose la firma di ricevuta unicamente ai sindaci della parrocchia.
Agli enti religiosi, scampati alla soppressione, con l’abolizione dalle esenzioni fiscali precedentemente concesse, fu richiesta una specie di denuncia redditi ad una apposita Imperial Regia Amministrazione dei Luoghi Pii. All’archivio di Stato di Milano è conservata la “Notificazione di tutte le fondazioni esistenti presso la parrocchia di S. Biagio presso Monza” redatta nel 1787 e firmata da don Trezzi. Il beneficio ammontava complessivamente a lire 1989 per i redditi dominicali dei terreni del S. Fedele e i diritti di stola bianca e nera; su di essi gravavano oneri per lire 180, comprese le lire 60 da versare a S. Gerardo. Unita a questa denuncia c’è un’altra “notificazione” relativa a capitali o fondi stabili della chiesa parrocchiale per lire 598 contro un impegno di spesa di lire 611,10 per pagamento del sacrestano, dell’organista, manutenzione della chiesa e le spese per la cera. Questa seconda dichiarazione fu firmata dal parroco e dai sindaci della chiesa: Giuseppe Paliaro, Carlo Villa, Francesco Castoldi.

La privatizzazione dei beni dell’antico ospedale di S. Biagio

La scure della soppressione, nel 1785, si abbattè anche sul monastero delle Clarisse di S. Apollinare di Milano.
Pertanto il Conte ministro plenipotenziario Wilzeck, in nome di sua maestà Giuseppe II, il 22 gennaio 1786 decretò l’alienazione dei loro beni, comprendenti quelli ancora in loro possesso provenienti dall’antico ospedale di S. Biagio, donati alle monache da papa Gregorio IX con Bolla del 18 febbraio 1233.
Il notaio Carlo Antonio Silvola stilò il rogito di aggiudicazione d’asta, il 24 luglio 1786, al sig. Carlo Maria Caronno “nominativamente della terza parte per indiviso della Possessione del soppresso monastero di S. Apollinare di Milano di pertiche trecentododici, tavole quattordici, posta nel Territorio di Monza, lavorata in solidum da Siro Paleari e Pietro De Luiggi con Investitura che scade a S. Martino 1792.”
Infatti il notaio Gio. Pietro Bellotta, per incarico della Madre Badessa delle Clarisse, aveva stipulato un contratto novennale di affittanza agraria ai suddetti contadini, il 2 maggio 1783.
In verità, lo stato dei beni, relativo a detto contratto, redatto dall’agrimensore Filippo Vismara di Arcore, comprendeva terreni situati sia a S. Biagio sia a S. Alessandro.
Di questi ultimi, però, non si parlò nel 1786, poiché, probabilmente, già ceduti prima della soppressione del monastero.
Il fondo esistente in territorio di S. Biagio era composto di due lotti di terreno e relative masserie, cantine, forni, torchiera, tinera, pollaio, porcilaia, stalla.
Le necessità finanziarie conseguenti alle guerre austro-francesi costrinsero le autorità a massicci prelievi dal fondo di religione e a bonifici per incrementarlo. Di ciò approffitò il Caronni per saldare anticipatamente il suo debito e in seguito acquistò anche i rimanenti due terzi della proprietà.
Il rogito del 5 settembre 1799 del notaio Antonio Maderna sancì la definitiva e totale privatizzazione dei beni dell’antico ospedale di S. Biagio.

L’imperatrice Maria Luigia d’Austria fu battezzata in S. Biagio?

Risulta che la famiglia Caronni fu proprietaria di una parte dei terreni ceduti per la costruzione della Villa Reale di Monza, fra il 1777 e il 1780, su disegno dell’architetto Giuseppe Piermarini.
La Villa Reale sorse nel comprensorio della parrocchia di S. Biagio come residenza di villeggiatura dell’arciduca Ferdinando Carlo Antonio d’Asburgo Lorena (1754-1806), figlio dell’imperatrice Maria Teresa. Appena diciasettenne aveva sposato la principessa Maria Beatrice d’Este, dando inizio al ramo degli Asburgo – Este.
La Villa Reale iniziò ad essere abitata nel 1780.
Gli arciduchi partecipavano, ogni tanto, alle funzioni religiose nella chiesa parrocchiale di S. Biagio, ed avevano il loro posto riservato con gli inginocchiatoi e le poltrone.
Il matrimonio fu allietato da numerosa prole. Alla primogenita Maria Teresa, nata a Modena il 1° novembre 1773, seguirono Maria Leopoldina, Francesco IV, Ferdinando Carlo Giuseppe e Massimiliano Giuseppe.
A Monza nacquero Carlo Ambrogio, nel 1785 e nel 1787 Luigia Antonia. Questi due ultimi lieti eventi coinvolsero parroco e parrocchiani di S. Biagio, invitati a pubbliche preghiere per il felice esito del parto.
Alla prima nascita principesca avvenuta in Villa Reale, il curato Trezzi dedicò un’intera pagina del registro dei battesimi.
“Millesettecento ottantacinque il giorno due del mese di Novembre…. nella cui antecedente sera si terminò l’intrapresa divota Novena fu la fortunatissima epoca in cui si videro con piena soddisfazione esaudite dal Cielo le preghiere singolari di questo popolo di S. Biagio… la R. piissima Partoriente diede alla luce un Infante Principe non meno bello e ben composto che robusto e forte, all’ore circa quattordici Italiane del suddetto giorno. Del plausibil incarico poi di battezzare privatamente l’appena nato Principe Infante videsi il Prete Carlo Giuseppe Trezzi, Curato di S. Biagio, onorato ed eletto in quei momenti che sembravano impossibile un cotal glorioso vanto; chiamato perciò da S. Eccellenza il Principe Albani, primo maggiordomo delle loro Altezze Reali ed introdotto nella sala d’anticamera del R. Palazzo battezzò senza le previe e consecutive cerimonie della Chiesa l’appena nato Principe Infante con i seguenti nomi, giusta il paterno R. ordinamento: Carlo Ambrogio, Ferdinando, Giuseppe, Giovanni, all’ore circa quindici italiane del suddetto giorno e mese del corrente anno millesettecento ottantacinque.
In fede: Prete Carlo Giuseppe Trezzi, Curato di S. Biagio.”
In Villa Reale si davano feste, ricevimenti e spettacoli. Proprio qui, nell’autunno del 1787 ebbe luogo la prima rappresentazione italiana dell’opera lirica “Le nozze di Figaro” di Mozart.
Però l’arciduca Ferdinando volle che il terzo e il quarto atto fossero abbreviati. Forse per non affaticare troppo l’arciduchessa, già in avanzato stato di gravidanza?
Infatti il 14 dicembre nacque una principessina e stavolta il curato se la cavò con mezza pagina del libro dei battesimi. In “Cronistoria della Città di Monza dall’origine fino al 1900” il Modorati così si esprime a proposito di questa nascita: “1787. Nasce in Monza e quivi vien battezzata nella Chiesa di S. Biagio il 14 dicembre l’arciduchessa Luigia, poi imperatrice d’Austria.” Questa notizia fu ripresa e citata anche nel volume “La Villa Reale di Monza.”
Sul libro dei battesimi, il parroco don Trezzi scrisse:
“Mille settecento ottanta sette il giorno quattordici del mese di Dicembre […] nella notte, circa l’ore sette ed un quarto all’Italiana, mentre il Parroco con due Padri del Convento delle Grazie, genuflessi inanzi a Gesù Sagramento, esposto nel pubblico R. Oratorio, facevano fervorosa orazione, e dicevasi il rosario della B. Vergine Maria, e rispondendo a questo i Cavalieri e Dame e tutto il restante della Corte, che ivi all’adorazione sera adunato, fu l’epocha aventurosa in cui S. Altezza diede felicemente alla luce una Principessina; è stata battezata dal S. Canonico Vassalli Confessore della medesima per la maggior opportunità, con i seguenti nomi: Luigia, Antonia, Beatrice, Giovanna, Giuseppa. In fede P. te Carlo Giuseppe Trezzi C.to di S. Biagio.”
L’attenta lettura di questo scritto e il “precedente” del battesimo in Villa Reale, due anni prima, lasciano perplessi su quanto affermato dal Modorati. Inoltre don Trezzi aveva l’abitudine di specificare chiaramente se il battesimo veniva amministrato nella Chiesa parrocchiale. Il non averlo fatto, in questo caso, l’essere riunita tutta la corte nella cappella della Villa Reale, la difficile gravidanza, la scelta del canonico confessore dell’arciduchessa “per l’opportunità”, farebbero ritenere più probabile il battesimo in Villa Reale. Fosse stato veramente celebrato nella chiesa di S. Biagio, il curato non si sarebbe sentito men “onorato”di due anni prima e non avrebbe mancato di esprimere nuovamente il suo “glorioso vanto”.
La nostra concittadina sposò a 21 anni, nel 1808, il cugino Francesco I d’Asburgo Lorena, imperatore d’Austria, già doppiamente vedovo.
L’imperatrice Luigia era affezionata alla sua Monza, ove ritornò appena passata la bufera napoleonica. Il 4 marzo 1816 la coppia imperiale si recò in Duomo e visitò il Tesoro, che era stato trafugato dai francesi e poi restituito per disposizione sovrana, come attesta la lapide posta alla base del campanile del Duomo. L’11 aprile 1816 l’imperatore elevò il comune di Monza al rango di città. Purtroppo alcuni mesi dopo, l’imperatrice M. Luigia morì prematuramente a Verona.
Grande fu il dolore e vivo il cordoglio manifestato da Monza, la città natale, che la ricordò con solenni esequie.
E “il nostro buon imperatore Francesco”, come si cantava nell’inno nazionale austriaco del tempo, musicato da Haydn, si risposò, per la quarta ed ultima volta.
La frequentazione della famiglia arciducale, offrì l’occasione al parroco don Trezzi di ottenere alcuni favori.
Nel 1789 era stata soppressa la confraternita di S. Marta che aveva un oratorio in Monza, nell’odierna piazza S. Paolo.
C’era in quella cappella “l’altare di marmo con tutti gli altri balaustri” che il curato di S. Biagio chiese, il 28 agosto 1789.
“Venghino a favore della suddetta Parrocchiale assegnati e rilasciati” perché adatti a sostituire l’esistente “altare di legno indecente, sfigurano e quasi del tutto incapace della susistenza per la fitta corrosione del tarlo, con il balaustro di pietra rustica e deforme.” A giustificazione della richiesta, don Trezzi addusse “l’estremo bisogno (di quell’altare), “le grandi spese occorse nella recente edificazione di questa Chiesa P.le di S. Biaggio, onorata più volte dall’esimia pietà non meno che dalla raguardevolissima presenza delle L.L.A.A.R.R”.
C’è quindi la conferma che “più volte” gli arciduchi assistettero alle funzioni nella Chiesa parrocchiale di S. Biagio e certo il curato, con un simile asso nella manica, non ebbe difficoltà ad ottenere quanto desiderava. Otto giorni dopo, infatti, l’efficiente apparato burocratico austro-lombardo decretava: “6 agosto 1789. La R.a. Intendenza Politica di Milano, col mezzo del R. o Amministratore del Fondo di Religione, rilasci alla Chiesa’ di cui si tratta, qualora Egli non abbia cosa in contrario da rilevare, l’implorato Altare e Balaustre. F.to Fogliozzi. Ex Consiglio Guberni: Maggi. ” Sulla copia della petizione, conservata in archivio parrocchiale, il parroco annotò: “Addì 31 Agosto. Decreto favorevole emanato dal S.I.R.C. (Sovrano Imperial Regio Consiglio), totalmente spedito il giorno 18 settembre, effettuato col trasporto dell’inchiesto Altare il giorno vent’uno del d.o settembre. ”
Era così sanata l’incogruenza con gli altari laterali che in anni precedenti già eran stati fatti di marmo.
Visto il buon esito della richiesta, don Trezzi ripartì subito alla carica e presentò una nuova petizione il 20 settembre 1799 chiedendo che “vengano assegnati gli quattro busti ed i sei candellieri di rame inargentati, di ragione della soppressa Confraternita di S.Martha in Monza, sotto l’amministrazione dei Luoghi pii di Monza; sarebbero opportunissimi alla non men povera che sprovveduta Chiesa Par.le di S. Biaggio, per vestirla di qualche esterior decenza ed ornamento; giaché fin’ora per le spese sofferte dell’edificazione nova di se medesima, per la mancanza totale d’entrata stabile e la scarsezza dell’elemosine cagionate dagli infortuni seguiti di tempeste, brine ed ostinate siccità de p. scorsi anni, fu sempre fisicamente impotente a farne acquisto di simili necessari decorosi arredi….”
Il R.l.C. di Milano, il Consiglio di Governo, l’Amministratore dei Luoghi Pii, l’Amministratore Regio e la Regia Amministrazione di Governo di Milano espressero parere favorevole, l’un dopo l’altro, in men che non si dica, e il 13 ottobre 1789 don Trezzi ottenne quanto richiesto, dietro regolare ricevuta.

Rivoluzionari iconoclasti

Già da cinque anni, intanto, in fondo alla chiesa, alla destra di chi entrava, era stato collocato il sepolcro dei Conti Casati e il relativo monumento di marmo con gli stemmi gentilizi, provenienti dalla soppressa chiesa di S. Francesco, officiata dai frati Conventuali.
Il massimo storico di Monza, il canonico Francesco Frisi (1734-1818), nel tomo 3′ delle sue “Memorie storiche di Monza” si occupò della vicenda e un accenno lo si trova anche nel Marimonti. La traslazione delle ceneri e la collocazione delle lapidi in S. Biagio avvenne il 6 settembre 1784; il curato Trezzi si premurò di ottenere l’autorizzazione dalla Curia arcivescovile, come risulta dai documenti dell’archivio parrocchiale. Ma arrivò anche a Monza la ventata rivoluzionaria sospinta dall’armata napoleonica, vincitrice sugli austriaci. Con la pace di Campoformio del 17 ottobre 1797, la Lombardia venne poi eretta in repubblica Cisalpina.
In chiesa parrocchiale si ebbe una piccola eco di questi storici avvenimenti. Un documento dell’archivio ricorda che “nel dì 25 ottobre 1797 li Rivoluzionari costrinsero il sig. Curato Trezzi a far levare le pietre e li Stemmi Blasonici Casati.”
Il “cittadino” Cristoforo Casati, avvisato per lettera dal curato, dispose che le lapidi “fossero nascoste nella casa di suo genero Sig. Don Prospero Crivelli-Messmer”. L’interessante lettera è sintomatica in chiusura.
“Cittadino raguardevole. Le leggi veglianti e dei Municipalisti le giuste replicate istanze per la loro esecuzione m’obbligano notificarvi come sono state levate le pietre dè Stemmi blasonici Casati. Desidererebbe codesto popolo di S. Biagio, che nel vacuo delle medesime si facesse una portina cò suoi opportuni serramenti, e di rimpetto adattarvi una finestra non di gran mole con sua ferrata, ramata e vetri.
In vista di codesto desiderio e premura vi prego colla maggior energia ed efficacia di prestarsi a codesta non molto grave spesa, assicurandovi che questa beneficienza alla chiesa parrocchiale di S. Biagio vi sarà da Dio rimunerata, ed il popolo sempre ricordevole della vostra liberalità nelle vicende delle cose ne mostrerà il dovuto attaccamento e riconoscenza.
Agradite i miei complimenti, e con tutto l’ossequio valutate, siccome auguro.
Salute, libertà, rispetto, eguaglianza.
Sott. Prete Carlo G. Trezzi Cto di S. Biagio.
1797 addì 25 Ottobre S. Biagio.
A tergo: Al Cittadino Cristoforo Casati. Milano.”
Il successivo 14 novembre, in ottemperanza alla legge, il cittadino curato, premesso il motto “Libertà Eguaglianza”, notifica alla Municipalità di Monza lo stato attivo e passivo del beneficio parrocchiale.
Fra le voci attive si notano i redditi dei terreni del soppresso chiericato di S. Fedele e le contribuzioni annue di cinque soldi dei parrocchiani, in età di comunione, con la precisazione che i solvibili erano circa 910. Alcuni massari versavano una decima in frumento, per il canto del “Passio “.
Come quota dominicale, di spettanza della chiesa, eran conferite alcune “brente di vino Crodello e di vino Caspio” nonché alcune libbre di “gallette” ossia bozzoli di bachi da seta.
Anche durante il dominio napoleonico, a Monza si ebbero soppressioni di conventi: nell’ agosto del 1805 toccò ai frati cappuccini esistenti entro i confini della parrocchia, mentre il 25 aprile 1810 fu la volta dei frati minori di S. Maria delle Grazie.
Il curato Trezzi cessò di vivere nel 1808. Sul registro dei morti di quel-
l’anno si legge: “Mille ottocento otto addì dodici luglio. Il molto Rev.do Sacerdote Carlo Giuseppe Trezzi stato già Paro per otto anni alla cura di Grantola, promosso a questa l’anno mille settecento settantotto, dopo avere assistita questa Parochia con esemplare zelo, e pietà veramente pastorale, dopo una lunga e penosa malattia, munito dei SS. Sacramenti della Penitenza, Eucarestia, Estrema Unzione, ricevuta la Benedizione papale ed assoluzione in articolo di morte, fatti gli atti di Fede, Speranza e Carità e Pentimento, in questo giorno circa le ore sei pomeridiane passò da questa all’altra vita in età di circa sessanta cinque anni. Il di lui cadavere è stato accompagnato dall’Oratorio, vicino alla chiesa, a questa chiesa Par.le coll’assistenza di quindici Sacerdoti compresi in questo numero i Parochi Plebani, unitamente a Monsignor Arciprete Vicario Foraneo.
Nel giorno seguente si recitò l’ufficio e si recitò la Messa in cantu de Requiem.
Il di lui cadavere fu sepolto in questa parrocchia di S. Biagio.
Ed in fede. Pietro Crugnola Arcip.e Vic. For.”

Le quarantore e le missioni

Nell’ottobre dello stesso 1808 si insediò a S. Biagio il nuovo parroco don Girolamo Piccaluga. Di famiglia nobile e benestante, era laureato in diritto civile e canonico e, per questa sua specializzazione, fu nominato Cancelliere della Pieve di Monza, Imperial Regio Subeconomo dei Benefici Vacanti, ottenendo in parrocchia la collaborazione di tre sacerdoti coadiutori.
In campo letterario, era membro dell’Arcadia di Roma con il nome di Crocilo Ismarico – Intrepido e accademico degli Affidati in Pavia.
La sua prestigiosa figura dava risalto alla parrocchia che già si segnalava per la sua ampiezza e la vitalità delle sue confraternite.
Nel 1809 si svolsero a Monza, nella chiesa di S. Pietro Martire, solenni festeggiamenti per la traslazione delle spoglie del martire S. Prospero. L’anonimo cronista dell’epoca scrisse che il 26 giugno, nella chiesa di S. Pietro Martire “alle ore 11 venne processionalmente il R. Signor Girolamo Piccaluga Parroco di S. Biagio col suo popolo, accompagnato dalla confraternita del SS. Sacramento della sua Parrocchia, e con banda d’istrumenti. Dopo essere stato dal M.R. Signor Canonico Curato accolto alla porta, cantò solennemente la S. Messa, con musica del Signor Maestro Vincenzo Bergomi…”
In parrocchia si svolgeva da anni la festa del S. Nome di Gesù nella terza domenica di gennaio.
Nel dicembre 1809, il curato Piccaluga chiese al Vicario Generale di Milano l’autorizzazione ad esporre ogni anno il SS.mo Sacramento, a partire dal sabato precedente e per tutta la domenica successiva. La richiesta fu esaudita e nel gennaio 1810 il parrocco diede inizio a queste giornate eucaristiche annuali che esplicitamente denominò Sante Quarantore.
Questa pia pratica era stata introdotta a Milano da S. Antonio Maria Zaccaria, fondatore dei Barnabiti, fin dal 1537, e prescritta da S. Carlo Borromeo nel 1577 in tutte le chiese della diocesi.
Don Piccaluga si premurò anche di ottenere l’indulgenza plenaria per le Quarantore e a tal fine indirizzò una supplica al S. Padre. Il Papa Pio VII concesse l’indulgenza il 31 maggio 1811, confermandola poi il 15 novembre 1822.
La tradizione delle S. Quarantore si è mantenuta viva e ancor oggi, in corrispondenza della terza domenica di gennaio, si celebra in parrocchia la settimana eucaristica.
In quegli stessi anni, durante il periodo napoleonico, fu emanata una legge che vietava la sepoltura dei morti nei centri abitati. Questo significava l’abolizione del cimitero posto accanto alla chiesa di S. Biagio.
A Monza fu eretto un cimitero cittadino presso la chiesina di S. Gregorio, lambita dal Lambro, nella zona dell’attuale campo sportivo A. Sada.
Il Marimonti, nell’opera più volte citata, a pag. 244 scrisse che il campo santo “dall’arciprete Crugnola benedetto il 21 agosto 1810, cominciò a ricevere le salme mortali dè Monzesi il I’ ottobre di quell’anno medesimo”.
La chiesina, allora di proprietà privata, era denominata Oratorio di S. Rocco e S. Gregorio, detto il Foppone fuori di Monza. Il proprietario, Defendente Bosisio, lo donò alla parrocchia di S. Biagio con testamento del 2 giugno 1833. Don Piccaluga difese dalle contestazioni questa eredità; lo stesso fece il suo successore don Carlo Biffi. La chiesina tuttora esistente è passata sotto la giurisdizione della parrocchia di S. Carlo.
Agli inizi del secolo XX poi il cimitero fu trasferito nella sede attuale di via U. Foscolo.
Lo zelo pastorale di don Piccaluga si esplicò anche nell’assicurare la predicazione straordinaria delle S. Missioni al popolo che, durante la sua curazia, si svolsero nel 1812, 1829 e 1840.
Nessuna notizia è pervenuta su eventuali precedenti S. Missioni.
Ma in periodo napoleonico, per poterle effettuare, occorreva ottenere alcune autorizzazioni, conservate in archivio parrocchiale. Infatti, su regolare carta da bollo da cent. 75 del Regno d’Italia, il curato inviò la seguente richiesta a: “S.E. Il Sig. Conte Senatore Ministro per il Culto.
Il sottoscritto Parroco di S. Biaggio nei contorni di Monza, dipartimento d’Olona, desideroso di procacciare al suo popolo un bene spirituale, bramerebbe che nella sua Chiesa si dassero gli Esercizi Spirituali nell’entrante Quaresima dalli Sacerdoti Luigi Benedetto Baserga, Coad. di St. Alessandro di Milano e Viviano Pianca, Confessore nel Ginnasio Dipartimentale d’Olona. Si rivolge alla bontà di V.E. per averne la permissione, non essendo a carico né di questua, ma a spese del sottoscritto.
Monza S. Biagio li 22 Gennaio 1812. Girolamo Piccaluga Parroco,”
Ricevuta la petizione, il ministro del culto la trasmise al Prefetto di Polizia per informazioni sul conto dei missionari e l’l 1 febbraio 1812 fu dato l’assenso.
Intanto il curato si era rivolto anche al Vicario Generale della diocesi che confermò l’autorizzazione.
Sullo stesso foglio furono indicati gli argomenti delle prediche suddivise in due parti. Nella prima: introduzione; affare della salute; la grazia, morale impossibilità di convertirsi in punto della morte; peccato mortale; peccato veniale; morte; giudizio particolare; giudizio universale; inferno; due stendardi; orazione all’orto; Maddalena; misericordia; paradiso; amore di Dio.
Nella seconda: confessione generale; dolore; occasioni; incontinenza; incentivi; tentazioni; orazione…. orazione; mormorazione; furto; restituzione; scandalo; santificazione delle feste; amore di Dio facilità di amare Dio; direzione della giornata; perseveranza; pace domestica; carità fraterna; disposizioni alla Comunione.
Il periodo napolconico terminò definitivamente con la sconfitta di Waterloo del 18 giugno 1815. Al curato, il nobile don Piccaluga, si rivolse il nobile conte Casati per ottenere il ripristino delle lapidi gentilizie della sua famiglia in chiesa parrocchiale che, come vedemmo, i rivoluzionari avevan fatto rimuovere dal recedente parroco don Trezzi. Prontamente rispose il parroco: “Non sì tosto ebbi ricevuta la pregiata Sua 11 corr. che la comunicai a questi fabbricieri, come quelli che sono superiormente autorizzati per l’amministrazione ed economia della chiesa; feci ad essi sentire il di lei desiderio di rimetter la lapide nella chiesa di S. Biagio; cui risposero concordemente di non essere assolutamente contenti.
Se l’affare dipendesse da me solo, avrei piacere di darle una prova del mio rispetto, che le professo col combinare la cosa con quelle condizioni che potessero convenire con l’una parte e con l’altra; ma il voler di nuovo parlare su questo affare sarebbe lo stesso che incontrare molta molestia coi Parrocchiani, e togliermi quella tranquillità, che con tanto studio mi sono procurata.
Aggradisca gli atti dell’inalterabile mio ossequio.”
Nel periodo della Restaurazione che seguì, le procedure per tenere le S.Missioni non cambiarono di molto.
Per le missioni del 1829 c’è un fitto carteggio con i padri oblati di Rho. I predicatori furono i padri Ravizza, Folli, Milani e il preposto Castelli. Come le precedenti del 1812, le missioni si svolsero nella prima quindicina della quaresima. Dopo una domenica introduttiva per tutti, la prima settimana fu riservata agli uomini e la seguente alle donne, con una predica alle sei del mattino e una alle tre del pomeriggio. Anche le missioni del 1840 furono predicate dai missionari di Rho: p. Francesco Gadda, p. Angelo Taglioretti e p. Giacinto Miglio e si svolsero dall’8 al 22 novembre.
Don Piccaluga non mancò di esprimere la soddisfazione sua e della popolazione.
Le spese della missione del 1829 ammontarono a lire 550 che furono saldate tramite il “sig. Arciprete Bussola distributore del legato Caronni exbarnabita”. Le spese delle missioni del 1840 sommarono a L. 686, coperte per L. 186 “per il ricavo delle cadreghe distribuite in chiesa e per L. 500 a mano del sig. teologo a scarico del legato istituto dal p. Felice Caronni exBarnabita”. Infatti questo insigne numismatico aveva costituito “un perpetuo reddito annuo per le spirituali missioni da darsi alternativamente in Monza e nelle parrocchie vicine di S. Gerardo, di S. Biagio, delle Cascine Bovate, di Brugherio, della Santa e di Sesto…”

Il corteo del principe della restaurazione in S. Biagio

In Villa Reale gli ospiti si erano avcendati. Gli Asburgo-Este erano stati sostituiti dagli ussari francesi, poi dal generale Murat e dal conte Melzi d’Eril. Sotto il dominio napoleonico la residenza è occupata dal Viceré Eugenio di Beuharnais e dalla consorte Augusta Amalia di Baviera.
Dopo il congresso di Vienna, dal 1816 al 1848, nella Villa passò la maggior parte dell’anno il Viceré del Regno Lombardo Veneto, l’arciduca Ranieri d’Austria, con la moglie Maria Elisabetta di Savoia Carignano.
Un lieto evento si verificò in Villa e fu così registrato nel libro dei battesimi dal parroco don Piccaluga: “Neonato: Ernesto, Carlo, Felice, Maria, Ranieri, Gottifredi, Ciriaco. Madre: S.A.I.R. la Serenissima Arciduchessa Maria Elisabetta Francesca Principessa di Savoia Carignano, domicilio in Milano.
Padre: S.A.I.R. il serenissimo arciduca Ranieri Principe Imperiale Reale d’Ungheria e Boemia ecc. ecc. Vicerè nel regno Lombardo Veneto, domicilio in Milano.
Padrino S. M. il Re Carlo Felice di Sardegna, Principe di Piemonte, Duca di Savoia e di Genova ecc. ecc. avendo delegato a rappresentarlo S.E. il sig. Conte Carlo Luigi di Folliot di Grenneville…. Nascita del giorno otto Agosto 1824 ore 2 e 1/2 antimeridiane. Fu amministrata l’acqua battesimale dal sottoscritto Parroco alle ore 6 del detto giorno nella Sala gialla dell’I.R. Palazzo della Villa presso Monza. Nel giorno 12 suddetto mese furono fatte le solenni cerimonie nella R. Cappella della Villa presso Monza da S.E. Rev.ma Mons. Arcivescovo Conte Carlo Gaetano Gaisruch Cons.e intimo di S.M.I.R., gran Cappellano del regno Lombardo Veneto. Assistito dai monsignori Canonici ordinari della Metropolitana Conte Oppizzoni Arciprete, Vassalli e Zuccoli, e da me infr.to Parroco con stola ed insegne parrocchiali e dal R.do Clero della Parrocchia di S. Biagio.
Annotazioni: Poco dopo la nascita, non essendosi potuto prima, come è di pratica, per l’ora impensata del parto, si fece dal Parroco di S. Biagio l’esposizione del SS. Sacramento, nella R. Cappella, alla cui adorazione intervenne S.A.I.R. colla sua corte ed assisté alla S. Messa celebrata dallo stesso Parroco. Recatasi l’A.S.I.R. col suo seguito nella Sala gialla del R. Palazzo dove fu disposta una mensa in foggia d’altare, fu presentato il nato Bambino dal grande Maggiordomo e fu data l’acqua dal Parroco secondo il rito Ambrosiano, secondo il volere di S.E.R.; terminata questa funzione, passò l’A.S.I.R. col suo seguito alla Cappella di Corte, in cui si cantò il Te Deum e si diede dal Parroco la benedizione col SS. Sacramento. Nel g.o. 12 della solenne Cerimonia il Parroco col suo Clero portossi alla R.Cappella recando gli olii Santi e sale benedetto, che furono riposti in vasi d’oro di ragione della corte; terminata la funzione rimisi il tutto nei vasi della Parrocchia.”
L’atto di battesimo fu firmato dal parroco Piccaluga, dal padrino conte Ludovico Folliot e dai testimoni Conte Luigi Settala e conte Taddeo Atems.
La chiara esposizione di don Piccaluga rettifica il Modorati che ascrisse il battesimo all’Arcivescovo.
Inesatto il cronista contemporaneo G. Sirtori che riferì del corteo del Viceré a S. Biagio, per il battesimo del principino. La notizia è ripresa nel volume “La Villa Reale di Monza”.
Non si tratto però di battesimo, ma di funzione religiosa pubblica, occasione per la presentazione del neonato principino alla folla tripudiante per l’evento e per il fastoso corteo del Viceré che attraversava le vie del borgo di S. Biagio.

L’ulteriore allungamento della chiesa

L’aumento del numero dei parrocchiani richiedeva un nuovo ampliamento della chiesa. Pertanto nel 1838 don Piccaluga si rivolse all’architetto milanese Giuseppe Tazzini che progettò un allungamento sulla parte anteriore verso levante e un atrio.
Il disegno ottenne anche l’approvazione delle autorità municipali, ma sussistevano incertezze e perplessità.
Dopo tre anni di ripensamenti, nel 1842 il curato risolse di affidare l’intera opera, progettazione ed esecuzione, al capomastro milanese Giovanni Toscani. L’impresario non realizzò il progetto Tazzini, ma avanzò il corpo di fabbrica occupando gran parte del sagrato e affidando all’architetto monzese Luigi Pirola il progetto della nuova facciata, ispirata ad un sobrio neoclassicismo, con l’inserimento di colonne ioniche.
L’architetto Tazzini, chiaramente rammaricato e risentito, inviò lettera e parcella, mai prima d’allora presentata. Il curato pagò e scrisse che se “il sig. arch.tto Tazzini trovasi disgustato meco ne ha alquanto ragione, ma, a dire il vero, se l’opera che disegnò alcuni anni sono, da me creduta generosa offerta alla chiesa, non venne eseguita, non già che mancasse di merito il suo disegno, ma bensì perché si cambiò pensiero, e l’opera intrapresa fu assolutamente affidata al Capomastro sig. Giovanni Toscani…”
Ma una seconda controversia venne a turbare i lavori di allungamento della chiesa.
L’impresa aveva allungato e rettificato il muro della cappella del Crocifisso, opera non prevista nel progetto approvato, per cui intervenne il podestà Bosisio, a nome della Congregazione Municipale, con l’ingiunzione di sospendere i lavori in attesa di chiarimenti.
Delucidazioni più ampie furono richieste al sig. Subeconomo e curato Piccaluga dal Consigliere Aulico I.R. Delegato provinciale sig. Porta, a nome dell’I.R. Delegazione.
Prontamente, don Piccaluga replicò al comune e precisò all’I.R. Delegazione Provinciale di Milano il 15 giugno 1842: “Questa chiesa parrocchiale serve ad una popolazione di 4400 anime, comprendendo oltre la popolazione dipendente da Monza, più della metà di quella di S. Alessandro e di una parte di Vedano. La capienza della chiesa, malgrado i miglioramenti da me fatti né passati anni, è lontana dal provvedere al bisogno senza l’opera che ebbi in veduta sino dal 1838 in cui mi proponeva di ergere un fabbricato d’unione alla Chiesa di parte del sagrato con pieno assentimento del Municipio dietro il voto della Deputazione d’ornato… ” Respinse l’accusa di occupazione di suolo pubblico “mentre in verità di fatto ogni opera sta nell’antico possesso della Chiesa”. ” … Così mi sarà fatta venia per la non fatta informazione preventiva” riguardante l’allungamento della cappella del Crocifisso, tanto più che “i mezzi per sostenere le spese sono dell’esponente parroco in unione alle prestazioni gratuite della povera popolazione e di alcune oblazioni apposite…”
Una provvidenziale sanatoria mise fine anche a questa seconda questione. Ma, com’era da aspettarsi, dopo pochi mesi, finita la facciata, sorse il terzo contrasto, stavolta di carattere artistico.
L’architetto Pirola inviò un esposto alla Congregazione Municipale il 29 novembre 1842 lamentando che, “oltre la mostruosa alterazione della nuova parte ampliata interna, il prefato Parroco fece introdurre nella nuova facciata degli ornati barocchi provenienti dalla demolizione della vecchia facciata non consentanei allo stile architettonico della nuova riformata e le nicchie rese sproporzionate e deformi per la posizione in esse di vecchie goffe statue derivanti dal disfacimento della vecchia facciata stessa… ”
L’autorità municipale convocò l’architetto reclamante, il parroco e la Commissione d’Ornato comunale a mezzogiorno del 15 dicembre successivo, davanti alla chiesa.
Il Pirola non si fece vivo mentre il parroco si presentò con i fabbricieri e l’impresario edile Toscani, esecutore dei lavori. Assente il podestà per malattia, sostituito dall’assessore anziano Giuseppe Villa, fu presente al completo la Deputazione del pubblico Ornato: ing. Paolo Villa, capomastro Giuseppe Oggioni, ing. Gerolamo Antonietti, ing. Luigi Riboldi e il pittore Giosuè Bianchi che aveva in casa un bimbo di due anni, Mosè, destinato a diventare famoso.
La Deputazione espresse il parere che si dovessero levare gli ornati barocchi e che le due nicchie del piano inferiore fossero da rialzare ossia allungare verso l’alto, aumentando la base delle statue, giudicate adatte, pur non essendo opere di celebre scultore. Le due statue delle nicchie al piano inferiore rappresentavano S. Ambrogio e S. Carlo, mentre nella nicchia circolare esistente nel mezzo del frontespizio c’era un bassorilievo rappresentante S. Biagio in abito pontificale. Il capomastro Toscani s’impegnò con le autorità municipali ad eseguire i cambiamenti richiesti nella primavera successiva, non essendo favorevole la stagione in corso.
E così si concluse anche questa terza controversia.
Il parroco Piccaluga, piuttosto affaticato e contrariato nominò suo procuratore il coadiutore don Felice Tornaghi per ogni successiva pratica. E fu costui a nome della fabbriceria e del parroco a inoltrare domanda il 16 luglio 1843 alla Congregazione Municipale di Monza, per la formazione di un nuovo sagrato, corredandola di apposito disegno.
Con encomiabile celerità il podestà Bosisio, il 21 luglio 1843, emise il decreto: “Visto il favorevole voto della Deputazione al pubblico Omato espresso nella sessione d’oggi, veduti i precedenti atti, la Congregazione Municipale approva il disegno di modificazione del Sagrato della Chiesa parrocchiale di S. Biagio nell’andamento segnato in rosso sott’obbligo che sia mantenuta la larghezza della strada in fregio al caseggiato Bianconi nella misura milanese di braccia sette once due, B. za 7 ozs 2, e sia conservato l’attuale livello della strada stessa.”
Don Piccaluga donò alla chiesa un artistico paliotto di rame argentato e dorato recante, nel tondo centrale, il martirio di S. Biagio e nei due laterali S. Gerolamo e S.Gerardo Tintori. Il paliotto è attualmente collocato sotto l’altare del SS.mo.
Il l’ maggio 1844 don Girolamo Piccaluga, a 73 anni, morì per apoplessia.
Con testamento olografo del 14 maggio 1839 aveva disposto fra l’altro: “lascio al Parroco pro tempore di S. Biagio, Pieve di Monza, in aumento di congrua parrocchiale il caseggiato e l’annessa vigna di mia proprietà detta di S. Girolamo in questa cura nella via Strabosa… La cartella sull’I.R. Monte n° 49183 inscritta Piccaluga di fiorini cento sarà consegnata allo stesso parroco di S. Biagio e la riscossione da lui fatta sarà per intero versata nella mani di Rosalia Pozzi servente, vita sua naturale durante. Alla chiesa mia rediletta di S. Biagio lascio il mio calice d’argento d’orato con sua patena segnato colle lettere iniziali del mio nome.
Lascio alla mia carissima Chiesa di S.Biagio ogni paramento tappezzeria ed ornati di qualunque valore, che sono di mia ragione… Per li funerali non si passerà assolutamente la somma di L.500 di Milano non volendo sotto nessun pretesto che si faccia apparato né alla casa né alla chiesa;….”.

7 – DA CHIESA MADRE A CHIESA CASERMA

S. Rocco la prima parrocchia figlia

Dal 1844 al 1847 la parrocchia fu retta dal vicario spirituale don Felice Tornaghi, già coadiutore e procuratore del defunto don Piccaluga.

Il territorio della parrocchia di S. Biagio aveva subito notevoli mutamenti nei primi decenni del XIX secolo, soprattutto nei settori orientale e meridionale.

Nuove strade di comunicazione con Milano e la Brianza eran state aperte, le antiche mura eran state progressivamente demolite fino a scomparire del tutto nel 1813, sostituite da strade.

La porta di S. Biagio, che sorgeva presso l’attuale incrocio di via Zucchi – Appiani – Manzoni, fu demolita nel 1855. A ricordo rimane una lapide sull’ultima casa di destra di via Zucchi e un acquarello del pittore Giosuè Bianchi.

Intanto l’esordiente industria operava una profonda trasformazione sociale, sottraendo masse sempre più numerose al mondo contadino e originando la classe operaia. Anche in Monza e nel territorio parrocchiale sorgevano opifici, filande e tessiture.

Il 17 agosto 1840, il viceré Ranieri inaugurò la ferrovia Monza Milano, la seconda in Italia dopo la Napoli – Portici, entrata in funzione il 3 ottobre 1839. La strada ferrata tagliava fuori ulteriormente il territorio della parrocchia gravitante attorno alla chiesa sussidiaria della frazione S. Rocco.

Essendo sede vacante la parrocchia, l’arcivescovo Gaisruck avviò la procedura per l’istituzione della nuova parrocchia autonoma di S. Rocco, con il suo primo parroco, mentre a S. Biagio il curato subentrante ne avrebbe preso possesso con il nuovo assetto territoriale.

Ma ogni variazione di prebenda, di beneficio e di giurisdizione doveva ottenere il consenso di Vienna. Nel 1844 e nel 1845, l’arcivescovo sottopose al governo di S. M. l’imperatore Ferdinando 1 il progetto di erezione della nuova parrocchia. L’approvazione imperiale fu decretata il 16 dicembre 1846 quando da appena tre giorni era morto il card. arc. Carlo Gaetano conte Gaisruck. Chi entra nel Duomo di Milano dalla piazza e percorre la navata alla sua destra, si imbatte, ai piedi dell’altare di S. Agata, nelle lapidi sepolcrali di questo arcivescovo conte austriaco e dei suoi successori, anch’essi conti, Bartolomeo Carlo Romilli e Luigi Nazzaro di Calabiana.

La situazione politica non consentì una rapida nomina del successore di Gaisruck e le decisioni, sede vacante, furono assunte dal vicario generale della diocesi mons. Giuseppe Rusca. Il 30 aprile 1847, questi nominò nuovo parroco di S. Biagio il rev. don Carlo Biffi, escludendo dalla sua giurisdizione territoriale la zona di S. Rocco.

L’entrata in parrocchia avvenne il 13 maggio 1847. Nell’atto di possesso, redatto dal notaio Luigi Sirtori, fu precisato: “Pendente ancora la vacanza di detta Parrocchia di cui trattasi, si propose il progetto di erigersi una nuova parrocchia nella chiesa di Sant Rocco di questa Parrocchiale di Sant Biagio collo stacco di quindici (15) cascinali da aggregarsi a detta Parrocchia di Sant Rocco. Progetto che venne approvato non solo dall’Ordinario giusta la riserva apposta nella detta ed infratenorizzata Istituzione canonica, ma ancora dal cessato Governo Regnante come rilevasi dal Dispaccio del cessato Governo 16 dicembre 1846”.

I quindici cascinali aggregati nella nuova parrocchia furono: Bettola, Casignolo, Cassina Delfina, Cassina Bonfanti, Cassina Crippa, Cassina Merona, Cassina Nuova, Cassina Felizzina, Cassina S. Lorenzo, Cassina Gasletto, Cassina Angelica, Cassina de’ Prati, Cassina St. Alessandro, Cassina Baraggiola e S. Rocco.

Alla nuova parrocchia figlia fu ceduto circa un quinto del territorio, abitato da 120 famiglie con 1150 anime, e l’ 11 luglio 1848 il nuovo arcivescovo Romilli nominò primo parroco di S. Rocco, il rev. don Giovanni Galimberti.

A seguito dello smembramento fu rilevato che “il numero delle anime che costituisce la popolazione della parrocchia di S. Biagio, non calcolata la popolazione dei quindici cascinali che vengon stralciati per formare la nuova parrocchia di S. Rocco, ascende a circa 3500 anime.” Ma il 24 ottobre 1850 il curato dichiara che le anime sono 3900.

Nella sua azione pastorale, il curato don Biffi era assistito da due coadiutori stabili: don Ambrogio Galbiati e don Isidoro Bellingardi. C’era poi un coadiutore ausiliario, don Francesco Cattaneo al quale fu affidato anche l’incarico di cappellano dell’ospedale dei colerosi a S. Gerardino, su designazione dell’arciprete mons. Zanzi, mentre il cappellano della Villa Reale era don Pietro Rivolta.

L’ex Vicario spirituale, don Felice Tornaghi, rimase in parrocchia come coadiutore, ma cadde presto infermo “per colpo apoplettico replicato” con grave menomazione delle facoltà fisiche e psichiche. Morì il 30 marzo 1852 dopo due anni di malattia. Per ventisette anni era stato coadiutore a S. Biagio.

La situazione della comunità parrocchiale verso la metà del secolo scorso è desumibile dalla relazione del parroco Biffi in occasione della visita pastorale dell’arc. Romilli, avvenuta il 23 maggio 1851.

Si apprende così che “Feste particolari della Parrocchia sono: 1) Le SS. Quarantore, le quali hanno luogo la domenica 3 a di gennaio festa del SS. Nome di Gesù, incominciando la mattina del sabato antecedente. 2) Festa Patronale di S. Biagio, 3 febbraio. 3) Festa di divozione di S. Eurosia nella domenica fra l’ottava dell’Ascensione di G.C. per la prosperità dei frutti della campagna. 4) Festa di S. Anna a carico del Consorzio de’suoi devoti ascritti, nella domenica dopo il 26 luglio. Supplisce la Fabbriceria il dippiù, se occorre. 5) Festa del SS. Nome di Maria nella domenica II di settembre; anche questa a carico degli ascritti, supplendo cs. 6) Festaiola de’SS. Gregorio e Rocco in quella chiesa sussidiaria il giorno 12 marzo: alcune Messe di più e benedizione alla sera.”

Le messe festive erano quattro, con orario 7 (6 d’estate), 8, 10 (9,30 d’estate) e dopo questa, che era la messa parrocchiale cantata con omelia, veniva celebrata la messa del legato Canarisi Sangiuliani.

Nel pomeriggio dei giorni festivi c’era la spiegazione della dottrina cristiana, per classi, ed anche l’istruzione catechistica dal pulpito seguita dai vespri e dalla benedizione eucaristica.

“Qualche volta dopo le funzioni vespertine c’è divota processione al camposanto in suffragio dei fedeli defunti.” Troviamo espresso anche un giudizio: “Le funzioni si celebrano in questa parrocchia con decoro e divota frequenza. ”

Le confraternite presenti allora in parrocchia erano tre: il Consorzio del Nome di Maria SS., il Consorzio di S. Anna e la Confraternita del SS.mo Sacramento, la più importante, ma esisteva solo quella maschile “quantunque il Parroco prevalendosi della opportunità abbia talvolta incoraggiato anche la Confraternita femminile, ciò che venne benissimo in allora ascoltato, nondimeno detta non si potè finora attivare. ”

Illustrando lo stato attivo della prebenda parrocchiale, don Biffi elencò gli introiti per affitti e per conferimento di prodotti agricoli, come frumento, capponi, polli, uova, uva e foglie di gelso. A questo proposito fece presente di aver incrementato le piantagioni di viti e che “migliorò i fondi colla piantagione di gelsi n’ 550, fra alcuni anni quindi la Prebenda parr. di S. Biagio, praesertim si mutentur tempora, o per l’infrascritto o per qualche altro Sacerdote, sarà di maggior reddito.” Intanto però persistevano molti debiti relativi ai lavori di allungamento della chiesa promosso dal defunto predecessore. In più la fabbriceria aveva ancora in corso una vertenza sulla qualità dei lavori effettuati dalla ditta Toscani la quale, morto il titolare, era andata in dissesto finanziario.

La privata e la pubblica istruzione

Una parte notevole della citata relazione di don Biffi fu dedicata alle istituzioni scolastiche. Di fianco alla chiesa parrocchiale di S. Biagio “in un ampio palazzo felicemente esposto a mezzogiorno, con vasto giardino trasferì la signora Angiola Bianconi nel 1830 la sua casa di educazione per le fanciulle ch’ella aveva già aperto nel 1824 in Legnano”.

Si trattava del palazzo appartenuto alla contessa Pertusati e venduto ai fratelli Bianconi. All’interno del collegio c’era una cappella dedicata alla Sacra Famiglia, ma era utilizzata solo quando qualche sacerdote veniva chiamato a celebrare messa, essendoci qualche inferma. Per le funzioni religiose le allieve si recavano quotidianamente in chiesa parrocchiale.

In occasione dei lavori di allungamento della chiesa parrocchiale nel 1842, in fondo alla chiesa furono costruite due tribune. Quella superiore serviva per l’organo e la cantoria. Quella inferiore, più ampia e denominata tribuna maggiore, fu riservata alle collegiali, su richiesta della sig.ra Bianconi, dietro corresponsione di un canone annuo da versare alla fabbriceria.

Nel 1851 la S. Messa, ad ora fissa, era celebrata alternativamente dai due coadiutori i quali, per questo servizio, percepivano annualmente L. 80 ciascuno.

Anche il parroco aveva il suo ruolo nel collegio e don Biffi così lo descrisse: “Le allieve sono in N.° di 120. Il parroco viene denominato Direttore della Disciplina e degli studi. Sorvegliante governativo il Rag. Luigi Masnaga; ma in realtà non si ricorre al primo che in occasione degli esami semestrali, delle prime comunioni delle ragazze e di qualche ammalata in pericolo della vita, ed il secondo non si vede nello stabilimento che in occasione dell’Esame Pubblico e qualche volta al Teatrino di Carnevale. L’ordinario Direttore Spirituale si è l’ottimo D. Gio Villa.”

L’uso della tribuna era regolato da apposita convenzione stipulata con la fabbriceria il 4 maggio 1848 e il parroco aveva aggiunto due avvertenze.

Con la prima si raccomandava la puntualità alle funzioni e con la seconda si prescriveva di allestire un velo o cortinaggio per isolare le ragazze e non renderle visibili ai giovanotti che salivano sulla tribuna superiore, quella dell’organo.

Di rinforzo al curato venne l’arc. Romilli, il quale, nei decreti particolari emessi dopo la visita pastorale, ingiunse: “Le fanciulle, alunne del vicino collegio, che solitamente accedono alla tribuna sotto l’organo per le funzioni sacre, siano protette dagli sguardi degli uomini che prendono posto nella tribuna superiore.”

Nel territorio della parrocchia, in zona Carrobiolo, esisteva anche un piccolo collegio maschile, diretto dal sig. Carlo Lombardi, avente 40 allievi interni e 20 esterni.

In sede si effettuava l’istruzione elementare, ma, per gli studi superiori, i più grandi dovevano recarsi al Ginnasio Comunale diretto dai Barnabiti. La parrocchia era punto di riferimento per i Sacramenti. Maggiore incidenza sociale avevano le scuole pubbliche promosse per combattere il diffuso analfabetismo.

Con notificazione 5 dicembre 1818 il conte Strassoldo, presidente dell’I.R. Governo di Milano, aveva divulgato il regolamento per le Scuole Elementari nel Regno Lombardo-Veneto, istituite su risoluzione imperiale.

L’ordinamento scolastico prevedeva tre specie di scuole elementari e cioè la scuola elementare minore per l’istruzione primaria di tutti i bambini, la scuola elementare maggiore con indirizzo letterario artistico e scientifico e le scuole elementari tecniche commerciali e contabili.

La scuola elementare minore era prevista in ogni parrocchia e il parroco ne era, per legge, il Direttore, con il compito di ispezione immediata per tutto ciò che concerneva l’istruzione e la disciplina, e rendeva conto all’ispettore distrettuale.

Nelle istruzioni appositamente diramate si diceva che il parroco, in particolare, doveva vigilare sulla condotta morale degli scolari, sul contegno pubblico dei maestri e assistenti, sul modo come venivano trattati gli alunni, sull’istruzione religiosa e la frequenza alle funzioni e ai sacramenti, sul buon andamento generale della scuola e sull’uso e conservazione dei testi scolastici prestati gratuitamente. Sempre al parroco toccava compilare ogni anno, entro ottobre, l’elenco dei ragazzi e delle ragazze che dal novembre avrebbero dovuto frequentare la scuola, impegnandosi a combattere l’assenteismo.

Le scuole eran suddivise in maschili e femminili con esami semestrali e finali. In archivio parrocchiale sono conservate le innumerevoli circolari degli ispettori scolastici provinciali e distrettuali e la corrispondenza del parroco direttore.

Di particolare interesse è la circolare n° 34 emanata da Milano il 12 giugno 1848 dall’ispettore provinciale Litta. Dopo aver ricordato che le ore d’istruzione giornaliera non dovevano mai esser meno di cinque, disponeva che ogni giovedì mattina si tenesse una lezione di esercizi ginnastici o militari.

E aggiungeva “che i Direttori e Maestri dal canto loro si oppongano con fermezza e prudenza allo scandaloso abuso che alcuni scolari vorrebbero introdurre di darsi vacanza improvvisamente per qualunque pretesto… Se mai un pubblico tumulto realmente nascesse in tempo della scuola, si consegnino ai parenti o rispettivi commessi i fanciulli che vengono cercati, e ritengansi in scuole gli altri fino alla fine dell’orario, provvedendo in caso di tumulto pubblico, che in qualche modo i medesimi non siano abbandonati a se stessi sulle pubbliche strade; che in quanto poi alla istruzione, essendo stato in quest’anno per troppo lungo tempo chiuse le scuole, si permette ai Maestri di terza classe di omettere la spiegazione della regola del tre.” Gli echi delle cinque giornate di Milano e dei moti risorgimentali fanno da sfondo a questa pagina. Più serenità traspare, circa tre anni dopo, da uno scritto di don Biffi, quando questi comunica che la scuola elementare maschile era stata trasferita nella città di Monza fin dall’anno precedente, analogamente a quanto già praticato dalla parrocchia di S. Gerardo, già da alcuni anni. Si erano verificati casi di assenteismo, è vero, ma in complesso la valutazione era positiva tanto più che “il sottoscritto Parroco ebbe la dolce soddisfazione nell’anno decorso di veder molti dei suoi riportarne il premio. La scuola femminile è tuttora in attività in questo borgo di S. Biagio e ne è maestra la Sig.a Maggioni. ”

Nel dicembre 1858, l’I.R. Ministero del Culto e della Pubblica Istruzione emanava un’ordinanza riguardante la gratuita distribuzione di libri ai poveri che frequentavano le Scuole popolari del Regno Lombardo-Veneto, a partire dall’anno scolastico 1860. Ma per la Lombardia scoccò nel 1859 l’ora della liberazione dalla dominazione austriaca.

S. Biagio trasformato in caserma e in ospedale militare

Fra gli anni trenta e gli anni sessanta del secolo scorso anche i parroci di S. Biagio furono destinatari di una valanga di avvisi, notificazioni, proclami e manifesti con l’ingiunzione di darne lettura dal pergamo soprattutto quando maggiore era l’affluenza dei fedeli alle Messe e alla Dottrina cristiana.

Alcuni grossi raccoglitori, in archivio parrocchiale contengono tutto il materiale. Immancabili le collette che le pubbliche autorità imponevano incessantemente in occasione di calamità che colpivano il vasto territorio dell’impero austroungarico.

Si chiedeva solidarietà sia per le popolazioni del Varesotto e della Valtellina, colpite dalle devastazioni prodotte dagli uragani; sia per le inondazioni verificatesi nel Pavese, nel Lodigiano e nel Bresciano per lo straripamento del Ticino, del Po e del Mella; sia per le inondazioni in Tirolo, Stiria e in Ungheria; sia per gli incendi disastrosi che distruggevano interi paesi in Trentino o nella Bassa Austria o in Boemia. Tutti gli anni c’erano richieste di aiuto per gli agricoltori danneggiati dalla grandine. E proprio per una grandinata devastatrice subita dai contadini della parrocchia il 9 luglio 1855 il parroco sollecitò la solidarietà della municipalità e della diocesi.

Don Biffi si prodigò a favore della sua gente e inviò un dettagliato rapporto elencando cascine e località colpite, le famiglie e il numero dei componenti, l’entità dei danni subiti da ciascun nucleo familiare, per la perdita o totale o parziale del melgone, in conformità alla circolare municipale n’ 2487 del 25 luglio 1855. In totale i danni sommarono a 39.222 lire austriache.

Il parroco attestò che le famiglie “sono veramente povere e miserabili ed anche dal lato morale e religioso meritevolissime di superiore caritatevole contemplazione.”

Il podestà dispose, dietro autorizzazione superiore, la corresponsione degli indennizzi tramite il parroco. Anche la curia arcivescovile fece pervenire un contributo per mezzo dell’arciprete mons. Zanzi.

A S. Biagio, le campane a martello dovettero suonare a lungo in occasione di quella grandinata, secondo l’usanza dei tempi e come tuttora avviene in alcuni paesi di campagna.

Era una delle tante espressioni della religiosità popolare contadina, ricca inoltre di numerose feste particolari come S. Antonio abate il 17 gennaio col tradizionale falò (e c’era nella vecchia chiesa l’effige del Santo col porcellino), S. Sebastiano, il 20 gennaio, S. Agata il 5 febbraio, e S. Eurosia. Altre feste come quella della Presentazione al tempio di Gesù, detta la candelora, che ricorre il 2 febbraio, o quella di S. Benedetto che un tempo si celebrava il 21 marzo all’inizio della primavera, oltre ad essere particolarmente sentite dai fedeli, avevano dato origine a numerosi proverbi popolari.

La festa di S. Martino, l’11 novembre, costituiva una scadenza precisa nel mondo agricolo per i pagamenti degli affitti agrari o per la scadenza di contratti di mezzadria, di colonia e di affittanza.

Il giorno di S. Giovanni Battista, il 24 giugno, era la festa di tutta la città di Monza, con una fiera tradizionale del bestiame, analogamente a quella che attirava a Gorgonzola gran parte dei contadini brianzoli, che acquistavano il maialino da ingrassare durante l’inverno, alla fiera di S. Caterina d’Alessandria il 25 novembre.

C’erano poi cicli tipici di preghiere e processioni nei campi, nelle giornate delle rogazioni che si tenevano prima della festa dell’Ascensione e, d’autunno, in settembre, con il canto delle litanie dei santi e le suppliche per la liberazione da ogni male, dalla peste, dalla fame, dalla guerra, dal flagello del terremoto, dalla folgore e dalla tempesta….

Il rintocco delle campane scandiva la giornata del contadino all’alba, a mezzogiorno e al tramonto invitandolo a elevare la mente a Dio. Il loro suono, all’approssimarsi del temporale, era accolto come una sollecitazione alla preghiera per propiziare la protezione divina.

Ma l’Imperial Regio Delegato Provinciale aveva idee scientifiche e proibì l’uso delle campane a martello, con circolare n’ 29085/3560 del 22 agosto 1856, affermando che “giusta le leggi fisiche non è dimostrato che il suono de le campane disperda le nubi procellose né che propriamente attragga il fulmine, certo è però che il pericolo si aumenta per colui che le suona atteso che il metallo e le corde, le quali all’avvicinarsi del temporale si inumidiscono sono potenti conduttori di elettricità.” Il podestà di Monza trasmise copia della circolare al parroco di S. Biagio “a conveniente sua direzione e norma”.

Ma si può dire che non passasse domenica senza che il curato dovesse dare gli avvisi più svariati che spaziavano dal campo scolastico, nel quale il parroco era particolarmente coinvolto, a quello sanitario, amministrativo e persino politico e militare. Per di più don Biffi era stato nominato membro della Commissione Distrettuale per l’estrazione a sorte delle reclute della leva militare. Erano anni difficili, fra la prima e la seconda guerra d’indipendenza e parecchi giovani erano renitenti alla leva o preferivano passare clandestinamente il confine per arruolarsi nell’esercito sabaudo o con i garibaldini; erano dichiarati perciò disertori. Il 12 settembre 1848 alla Cascina Bruciata, che era situata alla fine dell’attuale via Monti e Tognetti, furono trovate armi e bandiere tricolori. Il generale Poltinger fece barbaramente fucilare i patrioti Carlo e Pietro Rivolta, padre e figlio, al rondò della Villa Reale.

Il feldmaresciallo Radetzky emanò un editto, del quale il parroco dovette dare comunicazione. In esso si ingiungeva, a chiunque le possedesse, la consegna delle armi entro il 10 ottobre, pena la condanna a morte e la fucilazione entro 24 ore.

Proibito anche l’abbigliamento considerato rivoluzionario o ispirato dalle opere di Verdi, per cui il parroco don Biffi fu sollecitato improvvisamente ad avvisare i parrocchiani durante la spiegazione della dottrina, che “il sig. Colonnello Comandante questa Città è nella ferma intenzione di far arrestare e di far sottoporre a severi castighi coloro che venissero trovati dalle sue pattuglie con cappelli in testa alla ‘Calabrese’ ed all’Ernani che son tuttora proibiti.” La fatale Novara, nel 1849, troncò le speranze suscitate dalla prima guerra d’indipendenza.

Nel tentativo di conquistare l’affetto dei sudditi, l’imperatore Francesco Giuseppe II venne in visita nel Lombardo Veneto; nel dicembre 1856 fu a Monza. In vista di questo avvenimento fu eletta una commissione comunale con lo scopo di elargire una somma in denaro, nella quantità giudicata opportuna dalla commissione stessa, “a quei padri, madri di famiglia cronici miserabilissimi ed assolutamente incapaci a qualsiasi lavoro.”

I parroci dovevano segnalare i casi più pietosi e la priorità era per gli individui “nati o già da dieci anni domiciliati in questo Comune.” Don Biffi segnalò 20 persone.

Scoppiò la seconda guerra d’indipendenza e la battaglia di Magenta del 4 giugno 1859 spianò la strada di Milano alle truppe franco-piemontesi.

Nel medesimo giorno il Podestà invitava don Biffi “a fornire il proprio cavallo con carrozza da servire immantinente per un trasporto a Milano del sig. Ufficiale di cannoneria Urbanek” Il 10 giugno la città è ormai liberata e stavolta l’autorità municipale “invita a voler lestamente fornire il suo legno e cavallo per trasportare un sig. Bersagliere fino ad Agrate”.

Il 15 giugno il podestà Luigi Villa inviò la circolare n’ 3244 avvertendo che si doveva allestire un ospedale militare di 800 letti nei locali del seminario arcivescovile, che era situato nell’attuale liceo classico Zucchi. Facendo affidamento sul patriottismo del parroco, gli veniva richiesto di fornire materassi e biancheria da letto. Don Biffi consegnò 17 camicie, una copertina, 8 lenzuola, 6 federe, 30 bende e un involto di filacci.

Di rincalzo alla suddetta circolare, il podestà inviò nello stesso giorno una lettera al parroco chiedendogli di mandare, per le ore sei e mezza di quel pomeriggio, carrozza e cavallo alla stazione ferroviaria cittadina per il trasporto dei feriti e convalescenti all’ospedale allestito nei locali del seminario. Le battaglie più sanguinose ebbero luogo il 24 giugno a Solferino e a S. Martino.

Un secco comunicato della Congregazione Municipale di Monza il 20 luglio 1859 invitò il curato Biffi “a far in modo che la chiesa sia tosto sgombra e posta a disposizione della Truppa Sarda”

Tre giorni dopo venne effettuato lo sgombero dei soldati, ma il 26 luglio improvvisamente la chiesa fu rioccupata per alloggiare 65 militari francesi feriti.

La direzione dell’ospedale militare, situato nel seminario, fu in grado di accogliere questi feriti il 30 luglio, liberando così la chiesa di S. Biagio dall’insolito compito.

Furono fatti lavori di risistemazione e don Biffi, in ringraziamento, promosse un sodalizio sotto il patrocinio di S. Giuseppe, la cui festa solenne veniva celebrata nella seconda domenica dopo Pasqua.

Entrò in vigore un sistema politico ed amministrativo regolato da leggi che differivano da quelle in vigore sotto l’Austria. Le scuole non furono pi sottoposte al ministero del culto e del unzione, come nel regno lombardo veneto, ma al ministero dell’istruzione autonomo; e in breve tempo le scuole pubbliche furono rese laiche.

Gli affari del culto furono attribuiti al ministero di grazia e giustizia; le precedenti fabbricerie parrocchiali, dichiarate decadute, vennero sostituite da altre direttamente nominate dall’autorità statale. In tal modo don Biffi e i suoi fabbricieri dovettero redigere un bilancio e uno stato patrimoniale che consegnarono alla nuova fabbriceria che aveva a capo il nobile Giovanni Uboldi de’ Capei e il professar G. Batt. Bianconi, fratello ce a sig. Angiola, direttrice del collegio omonimo.

Morto don Biffi nel 1863 alla fabbriceria e al vicario don Paolo Ronzoni scrisse una lettera appunto la sig.ra Angiola il 22 luglio 1863, in occasione dei lavori di restauro dell’organo della chiesa di S. Biagio. Chiese lo spostamento dei mantici all’estremità della cantoria “con che rimarrebbe sgombro lo spazio, che prima occupavano, dove le allieve del collegio che ora stanno a disagio per la ristrettezza, potrebbero distendersi così allargando i banchi attuali, aggiuntavi anche una nuova fila. Il sig. Tornaghi afferma potersi fare molto facilmente quel nuovo collocamento dei mantici, e in ogni caso la sottoscritta offre di pagare la maggior spesa che potesse occorrere.”

L’assenso fu comunicato verbalmente dal fabbriciere capo Uboldi de’ Capei, che diventò sindaco della città di Monza nel 1866. In tale veste egli fece richiesta al vicario e alla nuova fabbriceria di poter avere in affitto dei locali che la parrocchia possedeva accanto alla chiesina di S. Gregorio al Foppone, presso il cimitero cittadino, per alloggiarvi un custode che vigilasse per impedire il ripetersi di atti di vandalismo alle tombe, attribuiti a “fanciulli spensierati”.

La rinnovata amministrazione subeconomale dei beni vacanti cittadini, esaminati i bilanci parrocchiali, volle riprendere in mano la vecchia questione dei 5 soldi dovuti dai parrocchiani in età di comunione e incaricò dell’esazione il sig. Giov. Battista Corti, detto Giappone, in data 20 settembre 1867. Fu l’estremo tentativo.

Il giovane vicario don Paolo Ronzoni fece iniziare il rifacimento delle campane, ma non poté vederne il completamento. A soli 30 anni morì di tubercolosi polmonare il 20 settembre 1867.

Il nuovo concerto di cinque campane, opera della ditta Fratelli Barigozzi di Milano alla Fontana fuori Porta Garibaldi costò lire quattromila, pagate a rate. La parrocchia era ancora priva di parroco ed era retta da don Luigi Annoni, che fu vicario di S. Biagio dal 1867 al 1869.

8 – UNA CHIESA SOLLECITA DEI PROBLEMI SOCIALI

L’oratorio femminile

Fin dal maggio 1865 era stato nominato parroco di S. Biagio il nobile don Carlo Borgazzi. Ma, “per grazia del governo”, com’ ebbe a dichiarare egli stesso nel Chronicon, solo a fine ottobre 1869 poté prendere possesso della parrocchia, senza però le cerimonie e i festeggiamenti consueti.

Don Borgazzi si avvide della assoluta urgenza di alcuni lavori di restauro alla chiesa parrocchiale e il 25 giugno 1872 iniziarono i lavori “senza un centesimo in cassa e confidando nella generosità dei parrocchiani e dei benefattori”si terminò nel giro di due mesi. A dicembre dello stesso anno i Padri di Rho tennero le S. Missioni della durata di 15 giorni.

Il borgo di S. Biagio incominciò ad essere denominato anche borgo Como e fu chiamata borgo Milano la parte orientale della parrocchia, zona in rapido sviluppo ed espansione per la presenza della stazione ferroviaria e per l’insediamento delle industrie.

In borgo Milano vicino alla Balossa, nel 1872 i Padri Pavoniani della Congregazione dei Figli di Maria Immacolata fondarono l’Istituto Artigianelli iniziando una stupenda opera di assistenza sociale a favore dei ragazzi poveri, orfani e abbandonati, di Monza e della Brianza. L’Istituto, formato da sacerdoti e da religiosi maestri artigiani, assicurava una formazione globale ai ragazzi sotto il profilo dell’istruzione, dell’educazione religiosa, morale e civile e addestrava i giovanotti al lavoro preparandoli ad affrontare le situazioni concrete della vita attraverso l’apprendimento di un’arte o di un mestiere.

I rapporti fra don Borgazzi e i Padri Pavoniani furono improntati a stima e a collaborazione. Il curato chiamò alcune volte P. Mauri, grande apostolo della gioventù, a predicare in S. Biagio.

Anche mons. Luigi Talamoni, che era professore in Seminario fu invitato più volte in parrocchia. Di questo santo sacerdote monzese, fondatore della Congregazione delle Suore Misericordine, è ora in corso il processo canonico di beatificazione.

Don Borgazzi era un prete attivo, pronto a recepire le istanze religiose e sociali della sua gente. Chiamò anche il battagliero don Davide Albertario direttore del giornale “Osservatore Cattolico” a predicare in S. Biagio nel 1875.

Don Borgazzi, con fine intuito, aveva capito il valore dell’istruzione religiosa di tutti i fedeli, ma in modo particolare delle ragazze, che sarebbero diventate madri ed educatrici. In parrocchia, dal 1867, erano presenti le Suore di Maria Bambina, che avevano assunto la direzione del Collegio Bianconi. Ad esse si affidò il curato, il quale nel Chronicon, sotto la data 31 maggio 1876 scrisse “Benedetto il nuovo Oratorio di San Domenico presso le Suore: dove s’incominciò la Dottrina per le ragazze nei dì festivi.”

In Monza fu la seconda istituzione di questo tipo, perché, come attesta il Marimonti, i Padri Barnabiti già da qualche anno accoglievano giovinetti nell’oratorio di S. Filippo, attiguo al convento; inoltre avevano aperto due congregazioni di fanciulle e di giovinette radunate in Oratori posti in piazza S. Agata, dove attualmente c’è l’oratorio della B.V. Addolorata.

Un ruolo importante di maestro e di padre spirituale fu sempre tenuto dagli assistenti ecclesiastici succedutisi nella storia ultracentenaria dell’oratorio femminile. In particolare si ricordano don Benvenuto Parietti, don Paolo Ratti, don Carlo Galli, don Filippo Carnevali, don Giuseppe Milani, don Carlo Mariani. Con l’assistente, le Suore hanno collaborato costantemente in modo insostituibile, meritandosi giustamente la riconoscenza e l’apprezzamento delle ragazze e di tutta la comunità parrocchiale. E il ricordo va a Suor Laura Boldrini (per 30 anni direttrice) a Suor Giovanna Manzoni, a Suor Paola Toia.

La frequenza all’oratorio, dalla fondazione in poi, andò crescendo e nel 1917 fu sdoppiata la sede, per necessità di restauri del Collegio Bianconi. Le minori, fino a 13 anni, in numero di circa 300, continuarono a recarsi presso il Collegio; le altre 200, oltre 14, trovarono ospitalità presso le Scuole parrocchiali che erano state aperte da un ventennio.

L’oratorio maschile

L’esperienza positiva dell’Oratorio femminile fece emergere l’urgenza di un’analoga iniziativa per i maschi e don Borgazzi richiese un terzo coadiutore. Il 20 giugno 1880 arrivò in parrocchia don Giovanni Ballini, destinato ad essere il primo assistente dell’Oratorio maschile.

Alla sede si provvide nello stesso mese di giugno con l’acquisto della casa con giardino, posta all’angolo di via Manara e via Monti Tognetti per L. 32.546.

Le indispensabili opere di adattamento durarono più di un anno e intanto don Ballini iniziò il suo tirocinio: erano anni difficili, subito dopo l’unità d’Italia, dominati da governi liberalmassonici.

Ai cattolici italiani il “non expedit” (non è lecito) di Papa Leone XIII aveva precluso la partecipazione alla vita politica, indirizzandoli all’impegno attivo nella società attraverso forme associative, leghe bianche e cooperative popolari.

A Monza e in Brianza sorsero i Comitati Parrocchiali sull’esempio di Milano, con lo scopo di tenere uniti i cattolici nella difesa dei valori cristiani.

A S. Biagio il Comitato Parrocchiale fu inaugurato il 16 marzo 1879, presso la sacrestia “solennemente parata con i ritratti di Pio IX e di Leone XIII…con l’intervento di oltre 130 persone”, lasciò scritto il parroco Borgazzi. Nell’ottobre successivo, questi intervenne a Modena al 5° Congresso cattolico.

La benedizione della bandiera del Comitato Parrocchiale avvenne con grande solennità il 26 maggio 1881, con la partecipazione della rappresentanza del Comitato Diocesano di Milano e di altri Comitati di alcuni paesi della Brianza e di Lecco, ognuno col suo stendardo. Il discorso celebrativo fu tenuto da don Davide Albertario, già noto ai parrocchiani e considerato un rivoluzionario dalle autorità.

Don Borgazzi annotò con entusiasmo nelle sue “Memorie”: “Sfilati in processione Stendardi e Bandiere colle varie rappresentazioni di Comitati, Circoli, Società Cattoliche, Membri attivi e onorari, diverse signore e i preti; si andò alla sala preparata per l’adunanza nell’Oratorio di S. Domenico e ivi mirabilia!” – Durò più di due ore. – Presidente onorario Mons. Arciprete. – Presidente effettivo il Conte Cav. Belgiogioso Giuseppe. – Padrino della bandiera il conte Daniele Scotti Douglas. – In tutto 200 persone “.

Don Ballini era così entrato nella particolare atmosfera in cui viveva la parrocchia, pronto ad intraprendere il suo difficile lavoro. La sede era ormai sistemata e nel 1882 la parrocchia di S. Biagio istituì l’oratorio maschile dedicandolo all’Immacolata. Don Giovanni Ballini si dedicò con generosità al suo compito di educatore in mezzo ai giovani e fu corrisposto da numerose vocazioni sacerdotali. Spirito dinamico e battagliero, affrontò senza indietreggiare la lotta contro l’ateismo marxista che incominciava a dilagare fra i giovani e gli operai.

Promosse la stampa del periodico “Il galantuomo” che veniva realizzata in un locale dell’Oratorio con una macchina rudimentale. La polemica contro l’immoralità e contro il liberalismo massonico dominante gli procurarono noie con le autorità che vietarono la pubblicazione.

Don Ballini non si rifugiò nell’anonimato e nel disimpegno davanti alle avversità ma, convinto dell’utilità e della necessità della buona stampa, ideò e lanciò, d’accordo col curato, il bollettino “Amico in famiglia” nell’intento di portare il messaggio evangelico in ogni famiglia della parrocchia.

Anche don Ballini fu ritenuto un sacerdote rivoluzionario, come don Albertario, e dovette subire perquisizioni da parte della polizia che sequestrò del materiale in casa sua e nella sede delle associazioni cattoliche, la cui attività era rigidamente controllata dalle autorità.

Intanto il Municipio di Monza, con sua notificazione del 4 aprile 1885, aveva concesso a don Borgazzi, e per esso al Capomastro Giuseppe Mariani, “il permesso di costruire all’interno dell’Oratorio, in Borgo Como, una piccola Chiesa”

Autorizzazioni e divieti

Dall’autorità Municipale si dipendeva per determinate concessioni di sua competenza. Per poter svolgere funzioni religiose all’esterno della chiesa, come le processioni, il Regio Decreto n° 273 del 16 ottobre 1861 stabilì che occorresse una specifica autorizzazione. Il Prefetto di Milano ribadì tale norma con ordinanza del 5 agosto 1876, come da copia autenticata, giacente nell’archivio parrocchiale. A Monza, le richieste per poter effettuare le processioni dovevano essere presentate alla Sottoprefettura, la quale si occupava dell’ordine pubblico in città.

Nell’archivio parrocchiale esiste un’ampia raccolta di autorizzazioni e qualche divieto alle richieste di processioni presentate dal parroco don Borgazzi. Ci sono anche due permessi accordati alla Fabbriceria della chiesa di S. Biagio che meritano una citazione. Nella prima, la Sottoprefettura di Monza, con lettera 13 gennaio 1872, autorizza la processione da tenersi l’indomani, a chiusura delle S. Quarantore, lungo il Borgo di S. Biagio: si affrontarono intrepidamente i rigori dell’inverno.

La seconda è l’autorizzazione concessa il 26 marzo dello stesso anno per svolgere la processione per la visita delle chiese della città nelle ore pomeridiane del giovedì successivo. E un chiaro riferimento ad una pia pratica, effettuata il giovedì santo, che il popolo denominava visita alle sette chiese o anche visita ai sepolcri. E interessante notare che la parrocchia effettuava processionalmente e unitariamente queste visite.

C’è poi un’autorizzazione del 29 luglio 1875 riguardante una processione della quale il parroco Borgazzi asserisce che si teneva “da tempo immemorabile il giorno 15 agosto, festa dell’Assunta, a S. Maria in Carrobiolo, ove si canta Messa solenne” e un’altra processione che si teneva “nelle ore pomeridiane dell’ultima domenica di agosto al Cimitero di Borgo Milano presso l’oratorio dei SS. Gregorio e Rocco”. La tradizione della processione e della messa al Carrobiolo nel giorno di Ferragosto durò fino ai primi decenni del nostro secolo.

Un’altra memorabile e “solennissima processione in Borgo e Borghetto, con pagamento generale, due altari di sosta e accompagnamento di banda” si tenne il 15 giugno 1884 per festeggiare il terzo centenario di fondazione della parrocchia.

Dall’autorità religiosa si dipende per le questioni pastorali ed ecclesiastiche, come pure per i procedimenti inerenti il beneficio parrocchiale.

Un decreto regio aveva stabilito l’esproprio dei terreni necessari alla costruzione del Canale Villoresi. Il 17 dicembre 1891, il coadiutore don Antonio Santambrogio, a nome del parroco di S. Biagio, chiese alla Curia Arcivescovile l’autorizzazione alla vendita di pertiche 3 1/2 del terreno de beneficio parrocchiale alla Società del Canale Villoresi.

La realizzazione di quest’opera portò notevoli benefici ai contadini della parrocchia e diventò un punto di riferimento e di demarcazione con Triante.

I dipinti di Antonio De Grada

Fortunatamente non ad ogni pie sospinto occorreva un permesso. Così don Carlo, il 26 aprile 1880, festa del Patrocinio di S. Giuseppe, poté liberamente inaugurare in chiesa parrocchiale il nuovo organo fabbricato dal sig. Aletti.

Ma per poter eseguire lavori di riparazione alla chiesa parrocchiale occorreva addirittura l’autorizzazione del Ministero di Grazia e Giustizia e dei Culti di Roma.

Don Borgazzi l’ebbe una prima volta il 25 giugno 1891 dal Sottosegretario di Stato per poter far eseguire lavori di riparazioni alla chiesa parrocchiale per l’importo di L. 2500 dal capomastro Giuseppe Mariani. Si trattò di provvedere ad inchiavardare la parte anteriore della chiesa in corrispondenza della tribuna del Collegio. Ci si era accorti della precarietà dei lavori effettuati dall’impresa Toscani nel 1842.

Due anni dopo, il 12 agosto 1893, lo stesso Ministero approvò la spesa di L. 835 per la sostituzione dei vecchi serramenti degli otto finestroni della chiesa con nuovi serramenti di ferro. I lavori furono eseguiti dal fabbro ferraio Pietro Erba, dal vetraio Eugenio Bergomi e dal capomastro Giuseppe Mariani. lavori in chiesa parrocchiale non erano ancora finiti.

Il pittore Antonio De Grada di Milano ricevette l’incarico di eseguire affreschi e decorazioni nel presbiterio e nelle navate. Fra il 1893 e il 1894 furono fatti gli stucchi, gli ornati, le sagome e le dorature.

L’artista dedicò tre opere al santo Vescovo Patrono. Un dipinto di grandi dimensioni, posto al centro sulla parte absidale alta, raffigurante S. Biagio in abiti pontificali e due affreschi più piccoli, ai lati, che rappresentano il Santo in preghiera e la miracolosa guarigione del bambino per la quale S. Biagio è universalmente invocato contro i mali di gola.

De Grada dipinse anche i quattro evangelisti, S. Matteo, S. Marco, S. Luca e S. Giovanni, ad ornamento dell’arco posto all’ingresso del presbiterio.

Eccettuato il dipinto dell’evangelista S. Matteo, tutti gli altri furono recuperati e salvati dalla distruzione della vecchia chiesa crollata il 26 febbraio 1977.

La spesa incontrata fu notevole e il pittore Antonio De Grada presentò un consuntivo di L. 4.000 in data 18 ottobre 1893, prospettando un’ulteriore spesa di L. 5.500 per il completamento del lavoro.

La Fabbriceria e la Commissione parrocchiale, appositamente costituitasi per realizzare l’opera d’arte, inviarono una petizione a S.M. Umberto I per ottenere una sovvenzione, facendo presente che “molte famiglie addette al servizio della vostra Real Casa ed al regio Parco appartengono alla Parrocchia di S. Biagio e ne frequentano le religiose funzioni”.

La parrocchia era rimasta vacante per la morte del curato. Dice il Modorati: “18 luglio 1893. Muore don Carlo Borgazzi, parroco di S. Biagio. Dal 1868 era parroco di detta Chiesa. Uomo di pietà straordinaria e di carità inesauribile, tanto che a lui venne dedicata una via.”


L’Asilo Maria Bambina.
La Scuola elementare maschile – “Dio patria famiglia”

Don Antonio Santambrogio, che si trovava a S. Biagio come coadiutore fin dal 2 gennaio 1882, divenne il nuovo parroco e fece il solenne ingresso il 25 febbraio 1894.

Cresciuto alla scuola di don Borgazzi, dimostrò un animo aperto ai fermenti di novità che scuotevano il mondo cattolico nello spirito dell’enciclica “Rerum Novarum” di Leone XIII del 15 maggio 1891. La questione sociale era al centro dell’attenzione generale.

Concretamente per don Santambrogio si trattava di ricercare la soluzione di alcuni importanti problemi che assillavano la gente della sua parrocchia.

L’industria, specialmente quella sempre più fiorente del cappello, reclutava a Monza un numero crescente di donne e conseguentemente molti bambini, in età prescolare, rimanevano privi di assistenza e sorveglianza.

Altri bambini, in età scolare, frequentavano la scuola pubblica, presa di mira dall’anticlericalismo più acceso, che arrivò in quegli anni a far togliere il Crocifisso dalle aule scolastiche. La risposta di don Antonio non tardò a venire.

Nell’autunno 1896 fu inaugurato l’Asilo parrocchiale e l’anno successivo la Scuola Elementare Maschile (perché la femminile era già aperta al Collegio Bianconi).

In città esistevano già l’asilo Umberto, l’asilo S. Gerardo in borgo Lecco e infine, in borgo Milano, dal 1887, l’asilo Margherita, così denominato in onore della Regina. Questo asilo era ben noto a don Antonio, perché si trovava nei confini della parrocchia; al suo collega don Francesco Allievi, poi suo coadiutore e successore, era stato affidato il compito dell’istruzione religiosa ai bambini che lo frequentavano.

Fra i fondatori dell’asilo e della scuola, oltre a don Santambrogio è doveroso ricordare il cav. Giuseppe Rossi, che elargì una vistosa somma per l’acquisto del terreno destinato allo stabile. In seguito elargì altre somme per l’acquisto dell’area contigua, sulla via Manara, per l’erezione della scuola elementare.

Numerosi altri benefattori vennero in aiuto al parroco, fra i quali il cav. Felice Fossati, i coniugi Carlo e Genoveffa Ricci, Giuseppe Cambiaghi e Federico Casanova.

Alla conduzione dell’Asilo e della Scuola Elementare furono chiamate le Suore di Maria Bambina. Le prime quattro suore inviate dalla Superiora Generale furono: Suor Agnese Pedercini, come superiora, Suor Giuseppina Bernini, come vice superiora e direttrice, Suor Geltrude Monti e la giovane maestra Suor Rosina Pezzini, che sarebbe poi divenuta tanto popolare in parrocchia e in città per gli oltre 50 anni d’insegnamento tanto da meritarsi la medaglia d’oro del Ministero della Pubblica Istruzione.

E’ curioso sapere che, quando le quattro suore fecero la loro entrata, il fabbricato non era completo; mancavano i serramenti e Suor Rosina ricordava, con fine arguzia., che ridevano a crepapelle ogni sera, quando dovevano far uso dei banconi per rinserrare le porte onde evitare qualche sgradita visita notturna.

Nel dicembre dello stesso anno il cardinale arcivescovo Ferrari autorizzò la benedizione della cappellina dell’Asilo ed a Natale arrivò il più bel regalo che si sperasse. L’insigne benefattore Giuseppe Rossi regalò alle Suore un prezioso simulacro in cera di Maria Bambina, da lui stesso acquistato a Monaco di Baviera, che ancor oggi si venera nella cappellina, quale celeste protettrice dei numerosi bimbi ospiti.

La preghiera alla S. Vergine sorge spontanea gia all’ingresso della scuola dove fu realizzata una maestosa grotta della Madonna di Lourdes. Vicino alla grotta, una lapide ricorda gli illustri visitatori della scuola: il card. Verga, il card. Ratti, che divenne Papa Pio XI, il santo card. Andrea Ferrari, il card. Schuster. L’Asilo ospitò subito un notevole numero di bambini che raggiunsero in breve i 400.

La scuola elementare fu aperta con 79 alunni suddivisi in due aule di prima e seconda classe. L’anno seguente fu aperta la terza classe i cui frequentanti avrebbero dovuto dare l’esame presso le scuole pubbliche.

Il buon seme ha portato buoni frutti. A testimoniarlo è l’innumerevole schiera di ottimi padri di famiglia, di bravi operai e artigiani, di valenti professionisti, di personalità distintesi in ogni campo politico e culturale, i quali ricevettero qui le basi educative. Ma la perla più fulgida e più preziosa è l’elenco degli ex alunni Religiosi e Sacerdoti, che superano il centinaio.

Grande merito va alle educatrici e alle suore succedutesi alle prime quattro già menzionate, come Suor Pierina Franconi, Suor Cesarina De Vecchi, Suor Francesca Tadini, Suor Celestina Tonetti, Suor Battistina Dell’Orto.

All’impegno per una crescita dei fanciulli nel sapere e nella acquisizione dei valori cristiani e sociali, si accompagnava l’attenzione ad una sana educazione fisica. Per questo, fin dai primissimi anni, nella scuola elementare erano stati introdotti gli esercizi ginnici.

Si era così formata, sotto la guida di ottimi istruttori, una squadra di ginnastica che si esibì anche alla presenza di re Umberto I, il quale la premiò con una medaglia d’oro nel 1899. I giovanissimi ginnasti della nostra scuola furono presenti anche la sera della domenica 29 luglio 1900, quando l’anarchico Gaetano Bresci uccise il sovrano, intervenuto all’inaugurazione della nuova palestra della “Forti e Liberi”.

Sul luogo del regicidio fu eretta la Cappella Espiatoria ma né la Regina Margherita né il nuovo re Vittorio Emanuele III vollero metter più piede nella Villa Reale di Monza. Con l’andare del tempo la scuola si ingrandì e migliorò, coprendo l’intero ciclo d’istruzione e arrivando ad avere 500 alunni.

La nuova frontiera dell’associazionismo

Nel medesimo anno 1900 venne in visita pastorale a S. Biagio l’Arcivescovo card. Andrea Carlo Ferrari. La parrocchia contava circa 10.000 anime e don Santambrogio era coadiuvato da don Francesco Allievi, don Giovanni Ballini e dai giovani don Luigi Corradi e don Luigi Ferrari.

C’era un altro coadiutore, don Giuseppe Veronelli, che pero aveva anche l’incarico di cappellano all’Ospedale Umberto I di Monza. Infatti nel comprensorio parrocchiale, in borgo Milano, non lontano dall’Istituto Artigianelli, era stato eretto il nuovo ospedale, costruito in 5 anni con encomiabile celerità e per la munificenza del sovrano.

La relazione stesa da don Antonio Santambrogio in occasione della visita pastorale del card. Ferrari evidenzia l’esistenza in parrocchia di un notevole numero di associazioni.

Il più numeroso era la Confraternita del SS. Sacramento alla quale aderivano 150 confratelli e 400 consorelle. La confraternita della buona morte sotto la protezione di S. Giuseppe contava circa 300 soci. Poi c’era la Confraternita della Dottrina Cristiana alla quale erano tutti invitati.

La Pia Unione delle Figlie di Maria e quella delle Figlie di Maria Addolorata erano state fondate nel 1881 ed avevano rispettivamente 60 e 50 socie: “sono veramente esemplari in parrocchia”, dichiarava il parroco.

Il terzo ordine francescano contava circa 100 aderenti. Quanti alle associazioni cattoliche, c’era il Comitato Parrocchiale, di cui si già parlato, con 130 persone; il Circola di S. Stanislao, fondato nel 1888, avanti 100 soci; la Società Cattolica per l’assicurazione del bestiame, fondata nel 1891, con 400 soci; la Società di Mutuo Soccorso di S. Giuseppe, fondata nel 1892, con circa 100 soci.

Inoltre il 29 settembre 1893 era stata istituita la Conferenza di S. Vincenzo con lo scopo di aiutare le famiglie più bisognose della parrocchia.

Don Giovanni Ballini, assistente dell’Oratorio maschile, era stato tra i fondatori dell’Unitalsi e promotore dell’Azione Cattolica giovanile in parrocchia nel 1896.

Don Giovanni Ballini fu chiamato nel 1899, a collaborato più strettamente col parroco Santambrogio e il suo posto in Oratorio maschile fu preso da don Corradi.

Aperto ai problemi sociali, don Luigi Corradi preparò validi propagandisti del primo movimento democratico cristiano, ispirandosi all’azione di don Romolo Murri. Fu l’iniziatore dell’Oratorio feriale estivo, chiamandovi a partecipare i chierici seminaristi della città.

Convinto fautore del cooperativismo, don Corradi promosse nel 1904 la Cooperativa Cattolica di consumo “contro l’abuso del capitale e del lucro intermedio tra la produzione e il consumo.

Il primo negozio fu aperto in vicolo Borghetto e in seguito si trasferì via Como, nella casa vicina al Collegio Bianconi: fu chiuso negli anni cinquanta.

Ancora in vicolo Borghetto, alla casa del popolo, istituita dalla parrocchia, apri un salone per l’attività teatrale che a quei tempi faceva presa sul pubblico.

Il cinema venne introdotto invece, due anni dopo, dall’assistente suo successore don Antonio Perego, sambiagino, il cui padre era stato uno dei mille di Garibaldi e la cui madre era nipote dei patrioti Carlo e Pietro Rivolta, fucilati dagli austriaci nel 1848.

Don Perego, oltre a perseguire il fine primario religioso educativo, intuì l’utilità e il valore della presenza in Oratorio dell’attività sportiva per i ragazzi e i giovani. A tal fine fondò nel 1906 la Pro Victoria, inizialmente basata soprattutto sulla pratica della ginnastica, allargata, in seguito, ad altri sport.

Proprio mentre S. Biagio era tutto un cantiere d’iniziative ed erano stati iniziati i lavori di ampliamento della scuola, il parroco, don Antonio Santambrogio, fu chiamato al premio eterno il 14 maggio 1908.

S. Rocco, la seconda parrocchia figlia

Col nuovo parroco, don Francesco Allievi non poteva certo interrompersi l’impegno sociale in parrocchia. Dopo gli interventi a favore dei bambini e dei ragazzi, ci si preoccupò dei fanciulli, per i quali furono istituite le “Scuole Popolari Commerciali.” L’attenzione si rivolge anche agli adulti con l’istituzione, nel 1910, di un circolo di cultura: “L’Unione Popolare”.

Dopo il primo anno, l’Unione Popolare contava già centinaia di iscritti e il presidente invitò il Cardinale Arcivescovo alla festa e inaugurazione della bandiera del circolo. Il 4 settembre 1911, prontamente il card. Ferrari rispose:

“…nell’ultima domenica di questo settembre sarò ben lieto di prendere parte alla festa che si celebrerà, inaugurandosene il vessillo…. Fu sempre codesta parrocchia fiorente di opere buone e cristiane, ed era pur giusto che in questi giorni, nei quali, la Dio mercé sembra risvegliarsi e rifiorire in tutta la Diocesi l’azione Cattolica dei circoli delle associazioni, ancor in S. Biagio sorgesse un grande sodalizio a difesa della fede e del buon costume…”

Il card. Ferrari intervenne alla benedizione della bandiera e quando ritornò a S. Biagio in visita pastorale dopo due anni, nel 1913, trovò che l’Unione Popolare contava ben 400 aderenti. La popolazione della parrocchia era passata dalle 10.000 anime della sua precedente visita pastorale del 1900 alle 13.000. Erano aumentati i coadiutori: don Benvenuto Parietti era assistente all’Oratorio femminile frequentato da circa 600 ragazze, don Maurilio Schieppati all’Oratorio Maschile con altri 600 ragazzi, don Gerardo Rutta alla chiesa di S. Gregorio presso il cimitero, don Ettore Rusconi, cappellano all’ospedale, e don Luigi Milano, cappellano al Collegio Bianconi.

Nel comprensorio parrocchiale era sorta la Chiesa della SS. Trinità, officiata dai Padri Pavoniani del ‘Istituto Artigianelli, in Borgo Milano. Ma proprio in questo borgo il Card. Ferrari avvertì la necessità di una parrocchia autonoma da S. Biagio, con chiesa e clero diocesano. Pertanto il 31 ottobre 1914 emise il decreto di separazione: “In atto di questa Visita Pastorale abbiamo deliberato, come deliberiamo di separare, come separiamo dal territorio della parrocchia di S. Biagio in Monza quella porzione del medesimo, che verso mezzogiorno di detta parrocchia viene chiamato Borgo Milano. La linea di separazione tra la parrocchia di S. Biagio ed il territorio, che ne disaggreghiamo, è determinata dalla via Felice Cavallotti fino al raggiungimento della parte esterna dei confini delle parrocchie extra urbane. ”

La separazione entrò in vigore il successivo 4 novembre, festa di S. Carlo, titolare della nuova parrocchia che fu retta interinalmente da un Delegato Arcivescovile. La chiesa era stata costruita in forma provvisoria, con “la speranza che la Divina Bontà non lascerà mancare i mezzi per la costruzione di una chiesa di forma definitiva “, aggiungeva il santo Arcivescovo.

L’auspicio divenne in seguito realtà, così che il card. Eugenio Tosi, il 25 luglio 1926, poté procedere alla istituzione canonica della parrocchia di S. Carlo. Sotto la sua giurisdizione passò l’oratorio dei SS. Gregorio e Rocco al Foppone.

Trascorse quindi del tempo fra la separazione da S. Biagio e la erezione definitiva di S. Carlo a parrocchia autonoma e ci fu ritardo nella costruzione della chiesa. Tutto fu causato dalla partecipazione dell’Italia alla prima guerra mondiale, dal 1915 al 1918.

Il sanguinoso conflitto portò immensi dolori e innumerevoli lutti, dei quali si fece eco il bollettino parrocchiale, “l’Amico in famiglia”, che riportava sempre le foto e le notizie dei caduti in guerra. Ma il compito più penoso toccò a don Francesco, al quale le autorità avevano dato l’incarico di portare alle famiglie della parrocchia le notizie luttuose… “con la dovuta cautela”.

Don Allievi si sforzò di portare ovunque una parola di conforto e di speranza. Invitò a guardare al futuro. Si dedicò in particolare ai giovinetti delle sue Scuole Popolari Commerciali. Affermò: “Noi non abbiamo imposto una istituzione, ma, se non erriamo, abbiamo dato vita ad una istituzione che era desiderata e che perciò ebbe buona e gradita accoglienza.”

In pieno conflitto, nel 1916, a quattro anni dalla fondazione, constata che la sezione maschile aveva 125 giovani e la sezione femminile 140 signorine e “le iscrizioni sarebbero ancora più numerose se la ristrettezza dei locali non avesse costretta la Direzione a rifiutare parecchie domande.”

Don Francesco prediligeva i bambini come il Divin Maestro, e tenere cure riservava a quelli dell’Asilo parrocchiale. “Questa provvida istituzione -scrisse il 10 novembre 1913- ha recato, particolarmente alla classe lavoratrice copiosi vantaggi col salvaguardare i bambini e le bambine dai pericoli mortali e fisici della piazza, ai quali sono esposti sia per la poca cura sia per la forzata assenza dei genitori.

Di ben altra natura è l’assenza dei genitori lamentata nella relazione dell’Asilo presentata l’8 dicembre 1918. C’è la tragedia della guerra che separa brutalmente i padri e i figli.

“…i nostri generosi benefattori possono ben rallegrarsi d’aver concorso colle loro offerte a raccogliere e nutrire anche in quest’ultimo anno di guerra i bambini di quei prodi militari che a tanta grandezza elevarono la nostra Patria.

Mantenendo lo scopo popolare della nostra istituzione, nonostante le difficoltà annonarie e il rincaro d’ogni genere, abbiamo largamente raccolti quanti bambini venivano a noi (e sommarono a 600) e ‘gratuitamente’ favorimmo 300 figli di militari e profughi dando a tutti educazione, divertimenti e minestra ogni giorno…. L’anno nuovo l’abbiamo incominciato col novembre passato, ed il numero dei bambini bisognosi va sempre aumentando. Sta bene, o generosi benefattori e gentili benefattrici, che con larghezza abbiate a correre in soccorso delle povere famiglie delle terre invase e liberate, che versano in strettezza estreme, ma non dimenticate i bimbi del nostro Asilo. – I nostri prodi ed eroici soldati, che tanta gloria si acquistarono sui campi vittoriosi di battaglia, fra pochi mesi torneranno alle loro famiglie.

Noi vogliamo presentare i loro bimbi, che sono la parte prediletta dei loro cuori, sani e robusti e che non sentirono alcun disagio per la lontananza dei loro padri…”

Molte delle 2000 famiglie che componevano la parrocchia non ebbero la gioia di riabbracciare i loro cari. Dal fronte non tornarono 124 eroici militari.

Si pensò di ricordarli perennemente con una lapide nella Cappella dei Morti e per l’occasione fu decisa una risistemazione dei “Murtitt”, come si usava chiamare la cappella. Ma don Francesco non poté realizzare il progetto perché morì il 1 gennaio 1922. L’opera fu compiuta dal successore, don Andrea Brambilla, nel 1924.

9 – IL PROBLEMA DELLA NUOVA CHIESA

Un’indicazione precisa

La meravigliosa fioritura di iniziative sociali, che aveva caratterizzato la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo in parrocchia, dovette subire un brusco ridimensionamento, con l’avvento del regime fascista.

Il nuovo ministro dell’Educazione Nazionale, il filosofo Giovanni Gentile, attuò nel 1923 la riforma della scuola italiana. Le Scuole Card. Ferrari organizzarono corsi completi d’avviamento commerciale, professionale e d’istituto tecnico nell’ambito dei nuovi programmi di studio.

Don Brambilla preferì non continuare l’esperienza delle Scuole Popolari Commerciali, introdotte dal suo predecessore. Rivolse però, soprattutto, la sua attenzione alla chiesa parrocchiale.

Nel 1923, il pittore Romeo Rivetta affrescò il Martirio di S. Biagio sulla parte absidale centrale. Nel 1924, il pittore prof. Guarnieri lavorò nella Cappella dei Morti e nel Battistero. Nel 1928 fu effettuato il sopralzo del campanile, su progetto dell’architetto Conti, ad opera del capomastro Buzzetti.

“L’Amico in Famiglia” del marzo 1928 illustrò così l’opera: “Da un’occhiatina al progetto si comprende facilmente che l’orologio verrà alzato all’attuale posizione delle campane, la torre campanaria conquisterà il posto della cuspide e quest’ultima si arrampicherà non poco nel cielo”.

Non si perse l’occasione di mandare in pensione, dopo 60 anni di servizio, le vecchie campane “che hanno annunciato la morte di quattro Papi – precisò il bollettino parrocchiale – e la proclamazione dei successori. Nel 1900 hanno annunciato la morte d’un Re, ucciso barbaramente a pochi passi di distanza……”.

In segno d’addio le vecchie campane furono suonate a distesa per mezz’ora. Le otto nuove campane furono fuse dalla ditta Fratelli Ottolina di Seregno. Grande impressione destò il corteo da Seregno a Monza di otto carri, ciascuno portante una campana, trainati da 45 cavalli.

Il 29 giugno 1928, il Card. Arc. Eugenio Tosi consacrò le nuove campane, e la cronaca registrò “fuochi di artificio, mortaretti e razzi a tenere ancora più alto il morale d’una allegria diffusa sul volto di tutti… A memoria d’uomo mai fu vista a S.Biagio tanta moltitudine. Non solo tutta Monza si riversò qui, ma dai paesi vicini fu un vero accorrere di molta popolazione”. Tre anni dopo, il 12 aprile 1931, venne in visita pastorale il nuovo arcivescovo Card. Ildefonso Schuster.

L’Arcivescovo apprezzò i miglioramenti apportati alla chiesa, ma espresse un giudizio e un’indicazione precisa: “Questa chiesa è troppo piccola. Per S. Biagio c’è bisogno di una chiesa nuova”. Per poter intraprendere l’opera, a don Andrea non restava che affidarsi alla tradizionale disponibilità della sua gente.

L’ubicazione della nuova chiesa fu decisa in un’area poco distante dalla chiesa esistente. Fu scartata la possibilità di erigere un tempio sull’esiguo spazio occupato dall’oratorio maschile (attualmente femminile).

Il terreno prescelto fu un appezzamento di 8000 mq di proprietà Allieri. Fu valutato 1.150.000 lire e si stabilì il pagamento in quattro anni, prorogabili a sette, suddividendo il terreno in quattro lotti ben distinti. Il contratto tra don Andrea Brambilla e il sig. Luigi Allieri fu stipulato il 14 marzo 1933.

Tutti i parrocchiani si mobilitarono per far fronte all’onere sottoscritto dal curato e fu escogitato un sistema di raccolta settimanale delle offerte. La parrocchia venne suddivisa in 44 rioni, formato ciascuno da circa 100 famiglie, visitate alla domenica da un gruppo di ragazze.

Con un’offerta di 3 lire settimanali una famiglia si impegnava all’acquisto di un metro quadrato di terreno e riceveva un biglietto rosso ad ogni versamento. Un biglietto bianco era il contrassegno del versamento di una lira e cinquanta centesimi, per l’acquisto di un metro in due anni.

La prima domenica di aprile del 1933 si fece il primo giro presso le famiglie per la raccolta delle offerte. Il Card. Schuster era tenuto costantemente al corrente delle iniziative e in una lettera a don Andrea Brambilla del 27 maggio 1933 così espresse il suo incoraggiamento: “non potevamo dubitare della generosità dei parrocchiani di S. Biagio per l’acquisto del terreno della Nuova Chiesa, e siamo sicuri che ogni famiglia risponderà anche per l’avvenire all’appello del Pastore… Come già le abbiamo detto, ogni mese applicheremo una Messa per l’intenzione degli offerenti…”

La raccolta delle offerte si protrasse per molti anni e finalmente “L’Amico in famiglia” dell’Aprile 1942 poté annunciare: “Dopo nove anni precisi nella prima domenica di aprile 1942, viene questa pagina del bollettino ad annunciare che il terreno della nuova chiesa è finalmente pagato”.

Ma era stata raggiunta solo la prima tappa, perché “manca il più, ossia la chiesa nuova, che sorgerà il più presto possibile”. La seconda guerra mondiale era scoppiata da ormai due anni e la costruzione della nuova chiesa fu rinviata di oltre vent’anni.

La nuova parrocchia del Sacro Cuore a Triante

“Questa chiesa è troppo piccola”, aveva esclamato il card. Schuster in S. Biagio nel 1931. In effetti la popolazione della parrocchia si era notevolmente accresciuta, arrivando a 17.000 abitanti. Al di là del Canale Villoresi, in zona Triante, si era verificato un cambiamento urbanistico con il sorgere di nuove strade e la costruzione di numerose abitazioni familiari, popolarmente nominate “Le Villette”. La loro edificazione era stata patrocinata dall’Opera Nazionale Combattenti.

Per gli abitanti di Triante non era agevole recarsi in chiesa parrocchiale, sia per la distanza, sia per lo stato delle vie di comunicazione, in maggioranza sentieri di campagna.

Il Comune di Monza, con atto 23 settembre 1933 a rogito del dott. Antonio Mascheroni n° 25345/12442 di repertorio e i consorti Canesi – Tornaghi con atto 21 aprile 1933, rogato dal medesimo notaio, avevano donato un terreno al curato di S. Biagio allo scopo di erigere una chiesa per gli abitanti della frazione. Don Andrea Brambilla provvide a far costruire una chiesa, dedicata al Sacro Cuore di Gesù, che fu solennemente benedetta e aperta al culto pubblico dal Card. Schuster il 29 giugno 1935.

Nel 1939, pensando alla futura parrocchia, don Andrea si premurò di acquistare, a nome della chiesa parrocchiale di S. Biagio, una casetta che servisse come abitazione del Sacerdote assistente della nuova chiesa. La popolazione di Triante andò crescendo ancor più negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, arrivando a oltre 4.000 persone così come aumentarono le abitazioni specialmente “in fregio alla strada conducente da Monza a Milano”.

Il card. Schuster, con decreto 10 novembre 1948, in vigore dal 1 dicembre successivo, fondò la nuova parrocchia del Sacro Cuore nella frazione di Triante, staccandola da S. Biagio. Il territorio della nuova parrocchia ha il Canale Villoresi come principale linea di demarcazione con S. Biagio e arriva ai confini con le parrocchie di S. Fruttuoso e di Muggiò. Era sorta così la terza parrocchia figlia, dopo S. Rocco e S. Carlo.

Il decollo dell’Oratorio Maschile e della Scuola Media S. Biagio

Proprio mentre si profilava all’orizzonte il secondo conflitto mondiale, la parrocchia di S. Biagio fu dotata di una struttura oratoriana maschile considerata avveniristica nel 1940.

La grandiosa e moderna costruzione fu inaugurata e benedetta dal Card. Schuster, che portò in dono la reliquia di S.Restituto, al cui nome doveva poi essere intitolato il ritrovo giovanile dell’Oratorio.

Alla nuova sede di via Manara affluivano oltre settecento ragazzi e giovani per un cammino formativo religioso e sociale, sotto la vigile guida di Don Giuseppe Milani. Né mancava il sano divertimento e l’attività sportiva della “Pro Victoria”.

Nella vecchia sede di via Monti e Tognetti si trasferì l’oratorio femminile che finalmente unificò i due tronconi che erano suddivisi, dal 1917, l’uno presso il Collegio Bianconi e l’altro presso la Scuola elementare Parrocchiale.

Don Milani divenne assistente all’Oratorio femminile che seppe dirigere e animare con grande dedizione. Promosse i vari aspetti della vita oratoriana, come l’insegnamento della dottrina cristiana, la vita sacramentale, la Gioventù Femminile di Azione Cattolica.

Non mancarono la scuola di lavoro delle ragazze, che imparavano taglio e cucito, i giochi che attiravano tante fanciulle, i divertimenti delle altalene per le piccole e infine le recite della filodrammatica oratoriana che facevano registrare il pienone alle rappresentazioni nel salone della Casa del Popolo di vicolo Borghetto.

Dopo la breve permanenza di Don Ennio Polli, l’assistenza spirituale all’Oratorio maschile di S. Biagio fu assegnata al giovane comparrocchiano don Ferdinando Maggioni proveniente dall’insegnamento al Collegio S. Giuseppe.

“Dotato di tanta pietà, di una carità sentita ed operante, di un tratto signorile e garbato, culturalmente preparatosi al prestigioso Seminario Lombardo di Roma, don Ferdinando s’impegnò subito a sfruttare al meglio l’ideale ambiente procurato alla comunità parrocchiale dai preveggente gruppo di collaboratori laici capeggiato da Peppino Vismara.

In piena sintonia con le nuove esigenze, rese più producente l’insegnamento catechistico domenicale mediante i dialoghi radiotrasmessi nelle aule; istituì le colonie marine e montane aperte anche agli altri rioni cittadini…”

Don Ferdinando Maggioni promuove presso il nuovo Oratorio maschile l’istituzione del 1° Corso di Scuola di Avviamento che s’inizia nell’ottobre 1944, quando la seconda guerra mondiale infuriava da oltre quattro anni e i bombardamenti aerei costituivano una minaccia e un pericolo continuo.

La scuola parrocchiale ottenne l’autorizzazione statale e accolse quella gioventù undicenne che abbisognava sia di istruzione, sia di assistenza fisica e morale, sia di nutrimento.

La modesta refezione, improvvisata agli inizi com’era possibile, offriva agli alunni un piatto caldo di minestra che spesso le famiglie non erano in grado di dare.

Don Ferdinando, da buon diplomatico, seppe anche evitare che l’imponente complesso oratoriano venisse requisito a scopi bellici dai comandi militari in funzione dei suoi scopi essenzialmente religiosi e didattici.

Le iscrizioni furono così numerose che costrinsero, nel 1945, ad aprire la sezione di Scuola Media, nell’ambito della riforma della scuola avviata dal ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai.

Il fondatore fu coadiuvato dapprima da don Enrico Manfredini, che divenne in seguito prima Vescovo di Piacenza e poi Arcivescovo di Bologna: la sua improvvisa e prematura scomparsa suscitò largo rimpianto in parrocchia.

Don Ferdinando Maggioni tenne la presidenza della Scuola dal 1944 al 1946. Seguirono il prof. Giusto Marchese (1947-1948), l’arciprete di Monza mons. Giovanni Rigamonti (1949), mons. prof. Antonio Colombo (1950-52), il prof. Carlo Coronelli (1953-58), don Giovanni Motta (1959), don Ferdinando Rivolta (1959-79).

Dal 1979 preside è la prof. Maria Plebani. Don Ferdinando con profondo rammarico lasciò l’incarico di assistente dell’Oratorio per passare al Collegio Arcivescovile di Tradate e, successivamente, Rettore del Collegio Lombardo di Roma. Venne poi consacrato Vescovo.

Vicario Generale della diocesi ambrosiana, venne eletto Vescovo di Alessandria dal Papa Giovanni Paolo Il. In quegli anni, la parrocchia aveva festeggiato la consacrazione episcopale di un suo illustre parrocchiano, il missionario del PIME mons. Ambrogio Galbiati.

A don Maggioni seguirono don Antonio Bassi, don Giuseppe Arosio, don Ferdinando Rivolta, don Alberto Barlassina, don Antonio Longoni. Negli ultimi anni di vita, a causa del precario stato di salute, don Andrea Brambilla fu sostituito dal Vicario padre Attilio Zaroli, dal 1947 al 1951.

Dal 1951 la parrocchia venne affidata a don Arturo Salvioni. Quando il Card. Schuster venne in visita pastorale a S. Biagio l’8-9 marzo 1953 lasciò scritto:

1) La parrocchia non offre motivo a rilievi speciali.

2) Si raccomanda assai l’oratorio maschile colle Scuole.

3) Resta il problema della chiesa.

Da questa linea non si discostarono molto le osservazioni del Card. Arc. Giovanni Battista Montini. A seguito della visita pastorale a S. Biagio del 9 aprile 1961, il turo Papa Paolo VI dichiarò: “Le condizioni della Parrocchia si dimostrano regolari e fiorenti. Meritamente essa si distingue per un complesso di istituzioni dotate di ottime sedi e animate di fervorosa attività, come i suoi Oratori e le sue scuole, indice di grande e proficuo lavoro, che di cuore incoraggiamo e benediciamo.

Resta, come già notava il nostro Venerato predecessore, il problema della Chiesa non bastando quella esistente a contenere i fedeli tanto cresciuti di numero. Ci consola sapere che alla costruzione della nuova chiesa si pensa con positivi progetti.

10 – DAGLI ANNI ’50 AI PRIMI ’90

Due problemi risolti

L’Arcivescovo Montini conosceva molto bene i problemi della parrocchia di S. Biagio e delle sue istituzioni. Dopo che nel 1955 era stata inaugurata la nuova ala delle Scuole Elementari Parrocchiali, nel 1957, in occasione del 60′ anniversario di fondazione, l’arcivescovo presenziò a un’accademia in suo omaggio che si svolse nel cortile della scuola, attorniato dalle autorità civili e religiose, dalle autorità scolastiche e da immensa folla. Visitando poi le aule e trovando sulla lavagna parole di augurio vergate da un alunno di classe Va, si compiacque di sottoscrivere la sua paterna benedizione con firma. Una foto ci ha tramandato il simpatico episodio.

Nella parrocchia, durante gli anni cinquanta e sessanta era avvenuto un profondo mutamento: il tradizionale volto agricolo era andato gradatamente, ma anche alquanto rapidamente, cambiando, sostituito da un aspetto decisamente cittadino; la maggioranza dei parrocchiani era ormai occupata nei settori industriale e terziario.

Anche i riti già tipici di una parrocchia di campagna erano andati scomparendo. Ad esempio, la festa di S.Eurosia, che si celebrava per propiziare l’abbondanza dei frutti della terra e che ancora si svolgeva con il parroco Don Andrea Brambilla negli anni trenta e quaranta, ora non si celebra più. Il problema della costruzione della nuova chiesa di S. Biagio, invece, accantonato nel periodo bellico, ritornò alla ribalta memori, i parrocchiani, dell’invito del Cardinal Schuster.

Dopo il conflitto si passò dunque alla fase progetti con un primo bando di concorso. Vinse il progetto presentato dall’architetto Ottavio Cabiati di Seregno, che però non fu mai realizzato. Intanto nel 1952 un’istruzione pontificia sull’Arte Sacra suggeriva nuove soluzioni e accoglieva le espressioni artistiche contemporanee.

Nel 1960, essendo parroco don Arturo Salvioni, si formò un comitato composto dall’arch. Elio Malvezzi, dall’arch. Don Flavio Silva, dall’avv. Giovanni Centemero (sindaco) e dall’ing. Paolo Casati. Di conseguenza nell’ottobre 1961 fu bandito un nuovo concorso al quale parteciparono gli architetti milanesi Ezio Cerutti, i fratelli Castiglioni, Carlo De Carli, Vittorio Gandolfi e Giovanni Ponti.

I progetti furono esposti presso l’Asilo Maria Bambina. La commissione dopo lunghe e vivaci discussioni, scelse i1 progetto dell’arch. Ezio Cerutti.

Il concorso, però, era stato bandito senza interpellare la Sovrintendenza ai Monumenti, dalla quale invece, giunse il veto all’abbattimento della vecchia chiesa.

Nel maggio 1962 don Salvioni rivolse un pressante invito ai parrocchiani per la raccolta delle somme occorrenti alla costruzione del nuovo tempio e diede per primo il buon esempio, con l’offerta di centomila lire.

L’età ormai avanzata del parroco e la sua precaria salute gli furono però di ostacolo alla realizzazione della nuova chiesa: don Salvioni, dopo aver rinunciato alla parrocchia, morì il 7 febbraio 1964. Nel 1963 era stato nominato don Mario Tomalino, proveniente dalla parrocchia S.Maria Segreta di Milano.

Il nuovo parroco, che il giorno stesso della solenne entrata in parrocchia – il 13 ottobre 1963 – benedisse la prima pietra della nuova chiesa, prese in esame il progetto già scelto dalla commissione, tenendo conto anche delle istanze scaturite dal Concilio Vaticano II e dalle esigenze dei nuovi tempi.

Il progetto approvato dall’ultima commissione, però, fu ritenuto inidoneo per i seguenti motivi: 1) non era bene che sotto la chiesa ci, fosse una sala cinematografica; 2) poco funzionale fu giudicata una scala di trenta gradini per l’accesso alla chiesa; 3)mancava, come s’è detto, l’approvazione della Sovrintendenza ai Monumenti.

Venne allora affidata la stesura di un nuovo progetto della chiesa all’arch. Luigi Caccia Dominioni, la cui fama bastò perché la Sovrintendenza desse il benestare.

L’architetto si ispirò alla riforma liturgica che aveva introdotto, fra l’altro, la novità dell’altare al centro del presbiterio, la celebrazione della Messa con il celebrante rivolto verso il popolo e l’uso della lingua italiana nella liturgia.

La struttura della nuova chiesa di S. Biagio traduce e amplia, nella sua prospettiva, il principio essenziale della vasta assemblea dei credenti uniti nella preghiera, nello spezzare del Pane, nella carità fraterna. Nella grande casa del Padre si raduna tutta la comunità parrocchiale: l’individualità diventa unità.

Il nuovo tempio non era ancora completamente terminato, quando nel giorno di Natale del 1967, Monsignor Ferdinando Maggioni celebrò la S. Messa di mezzanotte, presente un gran numero di parrocchiani, visibilmente commossi.

La consacrazione della chiesa, gremita di folla, avvenne il 21 ottobre 1968, ad opera del Card. Arc. Giovanni Colombo. Il sogno di una nuova chiesa si era finalmente avverato. Un gruppo di lavoratori della Ditta “Pastori-Casanova” nel 1970, fece omaggio di un trittico raffigurante S. Biagio, opera del prof. Paolo Rivetta, figlio del pittore Romeo che aveva dipinto nella vecchia chiesa il martirio di S. Biagio, affresco recuperato e ora collocato nell’atrio della nuova chiesa.

Dello stesso pittore Paolo Rivetta sono le figure a mosaico della Madonna e di S. Giovanni poste dietro l’altare maggiore. Il portale coi riferimenti alle beatitudini e ai sacramenti fu realizzato da G.F. Cazzaniga su disegno di P. Rivetta.

I mosaici dell’altare e del pavimento del presbiterio sono opera del Somaini che raffigurò un grande albero con frutti (i tondi di metallo), simbolo della Chiesa che nasce dal sacrificio di riconciliazione che si rinnova sull’altare e dona frutti di Grazia nei Sacramenti della Chiesa.

Il Somaini disegnò anche l’altare del SS. Sacramento: una fusione triangolare di bronzo del peso di cinque quintali, raffigurante la SS.Trinità che abbraccia il mondo (sfera nera) salvato e santificato da Cristo che è presente nell’Eucarestia.

Nel mosaico del battistero, il Somaini, espresse la simbologia della nuova vita che nasce dal Battesimo. Provenienti dalla vecchia chiesa sono stati collocati nel battistero un trittico secentesco con la Madonna posta fra S. Giovanni e S. Biagio; due grandi tele settecentesche dell’adorazione dei Magi e del Riposo della Sacra Famiglia nella fuga verso l’Egitto; due tondi di S. Pietro e di S. Paolo.

Nei quattro grandi riquadri delle vetrate sempre il Somaini ha raffigurato la Corona di Spine, l’Eucarestia, il Sacro Cuore e lo Spirito Santo, rappresentato da un’aquila che simboleggia la forza dello Spirito divino.

Il simbolismo del Somaini raggiunge il vertice nelle vetrate delle quattordici stazioni della Via Crucis, definita anche “Via Crucis delle mani” per la ricorrente raffigurazione delle mani oranti.

Risolto il problema della chiesa, una nuova emergenza andava affrontata senza indugio: le vecchie mura dell’Oratorio Femminile e dell’Asilo Maria Bambina denunciavano il peso degli anni e la struttura si presentava pericolante e fatiscente.

Don Mario Tomalino fece approntare allora un progetto per la scuola materna e per il centro educativo, dagli architetti Genghini, Pellacini e Valtorta di Monza, per la costruzione di nuovi edifici sull’area delle preesistenti strutture che furono demolite. I lavori iniziati il 26 febbraio 1969, terminarono il 15 novembre 1971.

L’inaugurazione della scuola materna e del centro educativo (oratorio femminile) avvenne il 21 novembre 1971 alla presenza dei due Vescovi sambiagini Mons. Ambrogio Galbiati e Mons. Ferdinando Maggioni, di una folla di fedeli e della Giunta Comunale al completo, il cui Sindaco, prof. Gianfranco Bertazzini, consegnò la medaglia d’oro a Suor Pierina Franconi per i cinquant’anni di insegnamento. I bambini della parrocchia di S. Biagio possono così usufruire. ancora oggi, di una struttura educativa funzionale e moderna, tutta per loro.

Anche l’oratorio femminile ebbe una sede adeguata alle sue esigenze formative e ricreative. A don Milani seguirono don Carlo Mariani, don Alberto Giussani, don Terenzio Borra, don Guglielmo Rigamonti.

La nuova parrocchia di San Pio X

L’attività edilizia aveva in quegli anni interessato gran parte della città di Monza. Erano sorti interi nuovi quartieri: negli anni sessanta e settanta erano stati costruiti numerosi condomini anche in zona Cazzaniga.

La presenza della chiesa del Carmelo, consacrata nel 1935, anche se di estrema utilità, non assolveva i compiti specifici demandati ad una chiesa parrocchiale diocesana. La lontananza del rione Cazzaniga da S. Biagio è notevole, aggravata dall’esistenza dell’ampio viale Cesare Battisti, percorso da un traffico piuttosto imponente.

La separazione che ne deriva tra i due rioni, è molto netta; la popolazione del Cazzaniga, inoltre, raggiunse negli anni passati e in breve tempo i settemila abitanti. Si fece sempre più urgente la necessità di una parrocchia autonoma.

Nel settembre del 1972, pertanto, il parroco di S. Biagio don Mario Tomalino acquistò nel nuovo quartiere due terreni per la costruzione sia della nuova chiesa parrocchiale dedicata a S. Pio X sia delle opere parrocchiali. Lo stesso parroco scelse poi il progetto (tipo) a firma degli architetti Vito e Gustavo Lapis, perché già depositato presso la Curia milanese e giudicato di facile e più immediata attuazione.

Nel 1973 e 1974 l’impresa Tiemme eseguì i lavori di costruzione della nuova chiesa e il Card. Arc. Giovanni Colombo, il 20 febbraio 1975, emanava il decreto di fondazione della nuova parrocchia di S. Pio X, staccata da S. Biagio.

I confini vennero così stabiliti: “A est la mediana di via G. Donizzetti; a sud la mediana di viale Cesare Battisti; a nord il confine tra i comuni di Monza e di Lissone.”

Il crollo della vecchia chiesa

Il crollo della vecchia chiesa d S. Biagio è stato uno degli eventi che più ha colpito la popolazione, abituata ormai a guardare quel tempio con la venerazione di una reliquia del passato e a considerarlo simbolo della fede ardente che i nostri avi hanno vissuto e hanno tramandato come i dono più prezioso.

Con un gran boato, alle tredici e un quarto di sabato 26 febbraio 1977, la vecchia chiesa si schiantò al suolo. Un enorme polverone si sollevò nel cielo sereno e freddo. Fortunatamente, essendo l’ora della colazione, nessuno si trovava i quella strada.

Tuttavia, in un primo momento, si temette che qualcuno fosse rimasto seppellito sotto le macerie. Accorsero i vigili del fuoco e le autoambulanze. Si fece un gran scavare, ma le uni che vittime furono alcune auto in sosta rimaste schiacciate.

“Se non si fece male nessuno, è un miracolo che dobbiamo a S. Biagio” ebbe a dire don Mario Tomalino i quei giorni di angoscia e di spavento.

La notizia del crollo della vecchi chiesa si diffuse in un baleno nella città e molti residenti a S. Biagio ed altro nativi di qui che erano stati costretti a cercare casa in altri rioni, si ritrovarono a meditare sulle macerie mentre l’ultimo raggio di sole illuminava il superstite campanile e le poche strutture absidali e della facciata rimaste in piedi.

La notizia del crollo della chiesa trovò immediata eco nella stampa nazionale e cittadina, con ampi resoconti e fotografie. Persino un giornale americano, l’Herald Tribune, pubblicò la notizia il 28 febbraio con una fotografia divulgata dalla Associated Press.

Com’era da aspettarsi, si accese una disputa sulle cause e sulle responsabilità dell’accaduto. Emerse che solamente un mese prima era stato effettuato un sopralluogo tecnico che aveva escluso pericoli di cedimenti strutturali.

L’indagine aperta dalla magistratura si concluse con l’archiviazione. Alcuni aspetti della questione meritano un approfondimento, pur rimanendo nel campo dell’opinabile e senza alcuna pretesa di pervenire a delle conclusioni.

Chi ci ha seguiti nell’esposizione della costruzione della chiesa ricorda senza dubbio le numerose fasi che si susseguirono. Osservando attentamente le fotografie scattate immediatamente dopo il crollo della chiesa, si rileva che rimase in piedi la parte absidale, il presbiterio e la parte iniziale della navata fino alle cappelle minori.

E’ in sostanza la parte della chiesa costruita per prima, con don Carlo Grossi, fra il 1746 e il 1749. La costruzione delle cappelle minori e del resto della navata era stata ripresa solo cinque anni dopo, per le ragioni già spiegate.

Il crollo si verificò proprio alla congiunzione di queste due parti, costruite in epoche diverse, evidentemente con inadeguata tecnica edilizia che non seppe collegare fra di loro le strutture nuove con quelle preesistenti. Un’analoga debolezza strutturale si era presentata anche nel 1891.

Il parroco di allora, Don Carlo Borgazzi infatti, avendo esaminato ai fini della sicurezza della costruzione i lavori effettuati dal suo predecessore in fondo alla chiesa e avendo constatato il difettoso aggancio della facciata della chiesa sia con la tribuna dell’organo, sia con la tribuna del Collegi Bianconi, aveva provveduto ai lavori di inchiavardatura. Purtroppo non risulta che sia stata fatta, in quel tempo, una verifica dello stato delle strutture nella parte anteriore della chiesa.

Questa, al momento del crollo, non assolveva più da alcuni anni i suo compiti ed era rimasta così abbandonata. D’altra parte esistevano sia il veto alla demolizione, la quale era stata prospettata fin da quando si pensò a una nuova chiesa, sia, di contro, l’impossibilità da parte della parrocchia di sostenere l’onere derivante da un struttura divenuta ormai fatiscente.

Comunque il crollo fu variamente interpretato dalla popolazione che, per lo più, visse l’evento sull’onda dei ricordi e dei sentimenti, i quali non potevano non essere legati al vecchio sacro edificio, testimone dei tempi passati.

Occorre infine notare che erano già state demolite la cappella dei morti, e, soprattutto, la cappella del Crocifisso, forse utili sostegni di controforza strutturale.

Il campanile e le parti pericolanti della chiesa rimaste in piedi dopo il crollo furono poi demolite e il terreno, sgombrato dalle macerie, fu infine recintato. Anche le campane, ormai mute, trovarono un rifugio in attesa del giorno propizio per tornare a squillare festose.

In una Monza ormai moderna il nuovo complesso parrocchiale fu segno di tempi nuovi. Non si dimenticarono, però, anche le vestigia del tempo antico: il parroco don Tomalino fece “strappare” dal vecchio tempio gli affreschi che poterono essere recuperati e li fece porre nella chiesa nuova la cui struttura moderna acquistò, per mezzo di questi, una vaga impronta di antico. Il passato che riprendeva vita nel presente avrebbe così continuato ad essere testimonianza per il futuro.

Le realizzazioni più recenti: La chiesa di S. Gemma – la Rotonda.

La zona Parco, territorio della parrocchia, ha conosciuto, negli ultimi anni, un enorme sviluppo incentivato anche dalla realizzazione dell’ospedale nuovo. La necessità e la richiesta di una chiesa sussidiaria in loco si fece pertanto pressante.

Nella zona esisteva un terreno sul quale il Pontificio Istituto Missioni Estere avrebbe dovuto costruire un seminario. In seguito si rinunciò all’idea poiché il luogo non fu più ritenuto idoneo: i Missionari si appellarono allora direttamente alla Curia Arcivescovile di Milano perché fosse costruita una chiesa. La Curia si rivolse al parroco di S. Biagio don Mario Tomalino, il quale accettò l’onére della costruzione purché il PIME. donasse il terreno (mq 7.000) e offrisse la somma di duecento milioni quale contributo per la costruzione degli edifici.

Comunque tutto questo non bastò, poiché occorse vendere anche due terreni del beneficio parrocchiale: il possedimento di Via Milazzo (eredità don Piccaluga) e quello della “Valera”. Naturalmente si raccolsero anche le offerte. Tutta la costruzione (chiesa, oratorio e due appartamenti) venne a costare un miliardo e settecento milioni.

Il 28 novembre 1981 Mons. Ferdinando Maggioni benedisse la prima pietra della nuova chiesa dedicata a Santa Gemma Galgani e edificata su un terreno posto tra Via Ramazzotti, Via Lissoni e Via Criscitelli. Essendo stato scartato un primo progetto, la chiesa fu realizzata secondo quello redatto dagli architetti Crippa, Gnetti e Ripa. La costruzione, affidata alla Ditta Betelli di Monza, fu completata in pochi mesi nel 1982.

Nel 1984 in occasione del quarto centenario di fondazione della parrocchia, su progetti degli architetti Bartula De Giacomi e Rivolta fu completato il complesso parrocchiale di S. Biagio con la costruzione della torre campanaria sorta sull’area della chiesa crollata: in parrocchia si tornò a riudire il suono delle campane. Alla base della torre e nel sotterraneo sono state ricavate alcune spaziose sale: una sala ospita le riunioni di catechesi per gli adulti, le assemblee delle associazioni e la biblioteca parrocchiale; nelle altre svolge la sua attività il Circolo Culturale “La Rotonda di S. Biagio” che organizza conferenze, mostre e concerti.

Il complesso, che in alcune parti ha mantenuto la struttura dell’abside della vecchia chiesa, fu inaugurato dal Cardinal Giovanni Colombo nell’ottobre del 1984. Si concludevano quattrocento anni di storia parrocchiale.

11- LA NUOVA CHIESA PARROCCHIALE

L’attuale chiesa di San Biagio in Monza è situata in un’area compresa fra le vie Prina, Torneamento e Villoresi, ed è il recente rifacimento di un precedente edificio di antica data, posto nel medesimo luogo. L’ingresso dell’antica costruzione, progettato dall’architetto Pietro Giacomo Antonietti nel 1746, era rivolto verso il centro di Monza, ed anche visivamente costituiva il terminale della strada prima dell’aperta campagna. Tale edificio subì diversi ritardi nelle fasi di costruzione dovute alle lungaggini nelle trattative per ottenere i terreni adiacenti sui quali costruire che, unite all’inadeguata edilizia, influirono negativamente sulla compattezza e la solidità dell’edificio. Tra varie vicissitudini, rifacimenti e restauri non sempre felici, la vecchia chiesa venne affiancata tra il 1964 e il 1968, da una nuova, più ampia e moderna costruzione.

Il nuovo tempio sorge quindi come sostituzione del vecchio, diventato troppo angusto e insufficiente a contenere i fedeli che intendevano assistere alle funzioni. Si bandirono concorsi e vinse il progetto presentato dall’architetto Ottavio Gabiati di Seregno, che però non fu mai realizzato. Intanto nel 1952 un’istruzione pontificia sull’Arte Sacra suggeriva nuove soluzioni e accoglieva le espressioni artistiche contemporanee. Nel 1961 si promosse un nuovo concorso al quale parteciparono gli architetti milanesi Ezio Cerruti, i fratelli Castiglioni, Carlo De Carli, Vittorio Gandolfi e Giovanni Ponti. La commissione composta dall’arch. Elio Malvezzi, dall’arch. don Flavio Silva, dall’avv. Giovanni Centemero (sindaco) e dall’ing. Paolo Casati, dopo vivaci discussioni, scelse il lavoro dell’arch. Ezio Cerruti. Il concorso, però, era stato bandito senza interpellare la Sovrintendenza ai Monumenti, dalla quale, invece giunse il veto all’abbattimento della vecchia chiesa. Il progetto della nuova costruzione dopo varie vicende e lunghe discussioni viene affidato all’arch. Luigi Caccia Dominioni, la cui fama bastò perché la Sovrintendenza desse il benestare. I lavori iniziarono nel 1965 per opera dell’impresa Domus (Vismara e Caiani) di Milano e si protrassero fino al 1968. L’architetto Caccia Dominioni si era ispirato alle istanze scaturite dal Concilio Vaticano II e alla riforma liturgica che aveva introdotto fra l’altro, la novità dell’altare al centrò del presbiterio e la celebrazione della Messa con il celebrante rivolto verso il popolo. La costruzione si sviluppa su di una pianta di oltre 1500 mq, molto simile ad una croce greca, con ingressi principali e il laterale coperti da porticati. Il battistero, di ampie dimensioni, è staccato dal corpo ed è posto sul lato Nord, collegato però alla chiesa tramite un vestibolo. Le pareti esterne sono a nudo intonaco civile, la copertura del corpo è a terrazza, e al centro, in corrispondenza dell’altare, si eleva il tiburio, retto da quattro pilastri, che raggiunge un’altezza di 16 metri. Lungo tutto il perimetro della costruzione, sotto la gronda, corre una foracchiatura continua che dà luce all’interno. Ne risulta all’esterno una struttura dalle linee semplici e sobrie che richiama la forma della tenda ebraica, mentre l’interno è costituito da un unico grande e luminoso ambiente, di cui nucleo generatore è un alto volume a pianta quadrata con copertura a vela, avvolto da uno spazio continuo, quasi una espansione orizzontale di ognuno dei lati del quadrato di base. Il volume centrale infatti è anche esternamente l’elemento prevalente della costruzione, in contrasto con uno spazio più basso e largo che accenna molto nella sagoma ad una croce greca con bracci di pari ampiezza e lunghezza. L’interno spazioso riceve molta luce da una vetrata che percorre la sommità delle pareti lungo il perimetro di tutta la costruzione. L’altare, in corrispondenza alle nuove norme liturgiche, è posto in uno dei bracci che ha funzione absidale, ma spostato verso il centro della chiesa; è sopraelevato, con perfetta funzionalità e visibilità da tutti i bracci; il tabernacolo, invece, è posto sulla parete del braccio destro del presbiterio.

La primitiva chiesa crollò come si è detto nel 1977, non è quindi purtroppo ricostruibile l’intero assetto della parte ornamentale e l’ubicazione dell’arredo. Rimangono oggi però alcuni affreschi staccati precedentemente alla caduta del tempio e fotografie di repertorio che ci segnalano le loro collocazioni originarie. Lo stacco eseguito tra il 1970 e il 1976 per opera del restauratore monzese Lucio Viola Boros previde il trasporto su tela, e purtroppo non sempre felici ritocchi, che hanno alterato l’affresco originario nelle cromie. Fu voluto dal parroco don Mario Tomalino con il preciso scopo di salvaguardare parte dell’antico tempio da lui voluto ricollocare nella moderna costruzione, nonostante il parere contrario dell’architetto Caccia Dominioni in quanto ne veniva compromesso l’unità di stile di tutto l’edificio. Tali affreschi sono così collocati: “Il martirio di S. Biagio” sulla parete di sinistra del vestibolo, all’interno della chiesa a partire dall’ingresso principale, a destra, “La miracolosa guarigione del bambino”, quindi gli evangelisti “San Luca” e “San Giovanni” e dal lato sinistro prima, “San Biagio in preghiera”, segue un “Coro di angeli”, “un putto” e da ultimo l’evangelista “San Marco”. Si tratta di opere realizzate tra l’Ottocento e il Novecento da Antonio De Grada e Romeo Rivetta. Antonio de Grada dal 1892 al 1894 aveva ripetutamente lavorato nella chiesa antica come veniamo a conoscenza dell’epistolario ancora oggi conservato nell’archivio della chiesa. Rimangono però solo sei frammenti del suo operato. Rappresentano due le storie di S. Biagio, tre gli Evangelisti e l’ultimo un coro di angeli. Il primo episodio concernente San Biagio rappresenta “La miracolosa guarigione del bambino”. La scena si svolge in una prigione; si nota, infatti, la lunga gradinata racchiusa da mura imponenti e scandita da archi a tutto sesto, che porta all’interno, dove si trova il vegliardo con le catene alle mani e in abiti dimessi. Di fronte ad esso, inginocchiata, sta una donna del popolo; tra le braccia sorregge un fanciullo e lo protende verso il santo affinché lo guarisca. In alto, due testine di angeli sottolineano l’evento miracoloso, mentre sulla soglia di una delle arcate, due donne e un soldato assistono alla scena. Le figure, in primo piano, sono ben costruite con classica compostezza, sottolineata anche nelle vesti rese da sapienti zone di colore, con tonalità decisamente pacate, mentre l’abito azzurro intenso della popolana crea un certo contrasto. Anche l’ambiente appare robusto nella sua struttura pur rude, mentre le figure sullo sfondo risultano più esili.

Il secondo episodio, invece, raffigura “Il santo in preghiera”. San Biagio, con le braccia tese e il capo rivolto verso l’alto, è inginocchiato davanti a una grotta, naturale, aspra, formata da grosse pietre e rivestita da qualche ciuffo d’erba. Al lato destro della grotta, due fiere portano il cibo all’eremita e in alto due putti, circondati da una luce innaturale, osservano compiaciuti l’avvenimento. La figura del santo in primo piano colpisce l’occhio dello spettatore, sia per il manto rosso che fa da contrasto con le altre zone di colore, sia per l’espressione del viso, che risulta curato nei particolari e plastico per il gioco di luci e di ombre. L’impianto costruttivo di tutti gli elementi, ottenuto attraverso le ampie zone chiaroscurate, e le note cromatiche intense sottolineano la forza espressiva della scena rappresentata. Altro affresco: “Il coro di angeli”. Qui le figure occupano tutto lo spazio: sono angeli che inneggiano in festoso atteggiamento. Al centro un cherubino dalle grandi ali e dalle vesti riccamente adorne e di color oro, suona un violino, mentre davanti stanno angioletti dalle vesti svolazzanti blu e rosse, mentre tra le mani tengono rami di palme e mazzi di rose. Alle spalle della figura centrale tre angeli sono in devota preghiera. E’ evidente ancora una volta la matrice cinquecentesca italiana nella resa delle figure e nei volti paffuti e ovali dei cherubini, sostenuti, pera, da un cromatismo molto caldo e dai vivaci colori che fa appunto appello alla cultura Rinascimentale. Infine, le tre figure degli evangelisti “San Marco”, “San Luca” e “San Giovanni”. Tutti e tre i personaggi occupano una posizione centrale rispetto al quadro, sono seduti su massi di pietra ben allineati, tengono tra le mani la pergamena che racchiude la stesura del loro vangelo; al fianco, invece, il simbolo che li rappresenta e che viene ricavato dall’inizio di ogni vangelo. Per San Marco il leone, per San Luca il toro alato e per San Giovanni l’aquila. Il plasticismo delle immagini è robusto e il forte cromatismo è reso dalle ampie pennellate di colore e dal contrasto tra la tinta del mantello e quella della tunica indossata dai personaggi. Degli interventi eseguiti intorno al 1924 da Romeo Rivetta, abbiamo “Il martirio di San Biagio”, collocato – come già è stato detto – sulla parete sinistra del vestibolo, mentre anticamente si trovava sulla parte centrale dell’abside della vecchia chiesa. Al centro della scena spicca il santo genuflesso, con le braccia spalancate e il capo volto verso il cielo, alla sua sinistra il manigoldo lo sta martirizzando con un colpo di spada; intorno gli astanti osservano, chi con stupore, chi con partecipazione emotiva, chi con indifferenza, la scena. Sullo sfondo, nella zona superiore del dipinto, trova posto un tempio classico con colonne doriche e fregio, dove si alternano metope e triglifi. In fondo, il cielo blu cupo sottolinea la drammaticità dell’evento. In primissimo piano, ai piedi del santo, il pastorale, la mitra e altri due martiri della Chiesa. L’intonazione fortemente drammatica è sostenuta dal colore rosso dell’abito degli astanti, dal caldo cromatismo del piviale del santo stesso, dai giochi violenti delle positure dei due manigoldi a destra e a sinistra, che riprendono visibilmente l’iconografia del Cinquecento italiano, come pure è evidente l’intonazione classica in tutta la scena, nel tempio greco, nel vestire dei soldati e nella positura stessa che inneggia alla tradizione Rinascimentale. Tutti i dipinti si risolvono con immagini ferme, strutturate, ben leggibili e definibili, non prive di bravura tecnica e con una gamma cromatica, che fa chiaramente appello a schemi formali e a modelli iconografici dell’arte sacra dal Rinascimento in avanti, con riferimenti allo stile neo-raffaellismo e neo-reniano, che sono alla base del purismo italiano e anche della pittura devozionale italiana, che si mette nella seconda metà dell’Ottocento e che prosegue in talune forme fino ai giorni nostri. La nuova chiesa registra invece gli interventi tra il 1967 e il 1970 dello scultore Francesco Somaini e del pittore Paolo Rivetta. Fin dagli esordi l’edificio viene pensato in relazione all’intervento di Somaini, voluto espressamente dal parroco, e tra l’altro lo scultore lavorava da tempo con l’arch. Caccia Dominioni. I suoi interventi furono numerosi e importanti: le grandi vetrate della chiesa e del battistero, i mosaici pavimentali e il tabernacolo dell’altare laterale a destra. Architetto e scultore avevano optato per una scelta estetica, in cui la semplicità dell’ambiente doveva funzionare quasi da sfondo ad alcuni precisi interventi ornamentali di notevole risultato formale e ,di profondo significato simbolico. L’intervento più importante di Somaini è nelle vetrate: venti per la finestrature a nastro perimetrale dell’edificio; quattordici stazioni della Via Crucis e sei figurazioni simboliche, quattro più grandi per la cupola e tre per il battistero, realizzate con la tecnica dell’acidazione, grisaille e legatura in piombo. Nei quattro grandi riquadri delle vetrate del tiburio sono rappresentati simbolicamente “Lo Spirito Santo” e “Il martirio di Cristo”. La prima vetrata, posta di fronte all’altare, illustra la discesa dello Spirito Santo sotto forma di colomba, secondo l’iconografia cristiana tradizionale. L’immagine simbolica è posta in alto, al centro della vetrata, su una banda verticale di formelle vitree, dal color rosso vivo. Essa distende, occupando tutta la larghezza del campo, le ali dai contorni frastagliati e appuntiti che, nella loro forma, si ripetono sullo sfondo in zone chiaroscurate dell’impiego della grisaille e nella linea della impiombatura. Sotto il volatile, lungo la striscia di color vermiglio, con effetti luministici vibranti, sembrano cadere delle macchie bianche a simboleggiare i doni dello Spirito. La rappresentazione risulta, quindi, fortemente espressiva, e per il significato che assume il colore rosso, simbolo del “fuoco d’amore” che lo Spirito riversa sul credente, e per la linea dinamica e irrompente, propria dell’azione del Paraclito. Le altre vetrate, che raffigurano “Il martirio di Cristo”, sono rese con una grafia a vortice che fa da perno al rosso centrale, o si irradia e scende intorno al nucleo rosso del centro. I colori, limitati al nero ‘morte’, al rosso ‘sangue’ e al bianco ‘luce’, sono di forte efficacia espressiva. Il nastro perimetrale è costituito dall’illustrazione della “Via Crucis”, da sei vetrate con elementi simbolici che esprimono il mistero della morte gloriosa e dalle rimanenti, con un motivo lineare decorativo ripetuto. La “Via Crucis” rappresenta in soluzione di forte stilizzazione le figure umane ridotte a simbolo (mani, fiamma bianca) e i suoi emblemi (croce, corona di spine, scala). Delle quattordici stazioni che si susseguono, cinque si esprimono attraverso la croce, diversamente raffigurata, sei hanno come oggetto il tema delle mani, le altre illustrano la corona di spine, la scala e un fascio di fuoco bianco. Le croci che rappresentano la triplice caduta di Cristo, sono costituite da formelle vitree, che dominano il campo della vetrata e, ovviamente, di grande efficacia espressiva per i tratti decisi, quasi violenti, del colore rosso, che si intensifica passando dall’una all’altra. Forte è pure il contributo dello sfondo realizzato con l’uso della grisaille e della piombatura. Assai significativo il quadro vitreo dell’incontro di Maria con il Figlio: i due protagonisti, il Redentore e la corredentrice, sono simbolicamente raffigurati da due croci bianche in campo rosso, delimitato da due cerchi che si intersecano, dal grafismo molto frastagliato e con effetti di luce-ombra precisi e marcati, che rimandano a corone di spine. Tale “Via Crucis” è anche definita “Via Crucis delle mani”, per la ricorrente presenza appunto di esse, che traducono con evidenza la partecipazione della umanità al patire di Cristo, benché l’artista le ‘senta’ quasi una leggera rottura di stile. Nelle sei vetrate in cui le mani costituiscono l’elemento dominante, si coglie la potenza creatrice e comunicativa del Somaini. Se nella stazione della condanna le mani impure di Pilato, piegate verso il basso dalla forma pesante e, quasi inerte, grondano gocce d’acqua, che si trasformano in sangue, in quella del Cireno si innalzano forti e plastiche a sostenere la croce, mentre quelle di Gesù, sempre rivolte verso l’alto, dicono un momento di sollievo: l’immagine risulta armonicamente composta, in apertura verticale; la luce bianca prevale, segnata da significative zone di color rosso e dai tratti tipici dell’artista negli irrinunciabili toni neri e grigi. Di struttura analoga si presenta la scena della “morte di Gesù”: le mani aperte, simbolo dell’umanità, sono tese verso l’alto, dove la croce, lumeggiata di vermiglio, segna l’apertura orizzontale. Suggerita da singolare originalità risulta la “spogliazione di Gesù”, dove mani aggressive e violente lacerano e squartano il costato di Cristo, le cui mani, invece, si spalancano nitide e luminose, nella parte superiore. Il tema trattato è reso con viva plasticità, fino a tradurre quasi il “conflitto freudiano fra le potenze dell’Ego e quelle dell’Es”, che l’artista esprime soprattutto come scultore. Le rimanenti rappresentano una “l’incontro con le pie donne”, dove campeggiano su fondo rosso le mani pure del Cristo, verso le quali si protendono un fascio di mani dai tratti morbidi; l’altra, “la crocifissione”, dove due mani enormi e inchiodate, grondano sangue e occupano l’intera vetrata. Nell’ultima stazione, “Gesù posto nel sepolcro”, il simbolo della croce si dissolve in una massa di fuoco bianco, che si staglia su uno sfondo decisamente scuro: è la vittoria della vita sulla morte.

Il simbolismo del Somaini raggiunge il vertice in questa rappresentazione, resa con acuta efficacia espressiva, che fa appello all’elemento emozionale derivante dal contrasto luce-colore. Nelle tre vetrate che illuminano il Battistero, sono rappresentate tre croci che riproducono sempre con la stessa funzione simbolica “il battesimo liturgico”, quello “di sangue”, e quello “dello Spirito”. La vetrata risulta stretta e allungata; lo spazio è tutto occupato dalla croce variamente interpretata con un grafismo particolare, pertinente alle tre forme di battesimo. Tre soltanto sono i colori adottati: il bianco e il nero, con qualche zona di grigio, e tocchi di rosso sangue o di azzurro. Una gamma cromatica ridottissima per trattare l’argomento prediletto della passione, della morte, del sacrificio e del dono di sé al mondo. Questa scelta delle tinte che si fa più radicale, viene a chiarire e a rafforzare l’intenzione dell’autore che tende, qui in particolar modo, alla rappresentazione sintetica e simbolica di un dato evento. Tecnicamente Somaini partiva da un colore base, il vermiglio e l’azzurro dei vetri antichi, che veniva corroso con l’acido fluoridrico in maniera più o meno profonda, per ottenere le naunces desiderate fino al bianco puro. Il terzo colore, il nero, era ottenuto con l’impiego della grisaille, una miscela di ossido di ferro fondente, polvere di vetro e alcool, soffiata in quantità variabile, a seconda dell’intensità dei neri richiesti dal bozzetto. L’ultima operazione, la cottura a 600 gradi, fissava in maniera pressoché definitiva la lavorazione compiuta sul vetro, dopo di che si poteva procedere alla legatura in piombo dei singoli pezzi. Le vetrate furono eseguite con questa tecnica particolare presso il laboratorio dei maestri vetrai Lindo e Alessandro Grassi di Milano, con la collaborazione di Emilia Rusconi. Contrariamente a Chagall, Matisse, Léger e Villon, gli artisti francesi che si sono dedicati più di altri al genere, Somaini, seguendo la propria forte disposizione all’espressionismo e all’informale, e scegliendo il rosso-sangue, il nero-morte, il bianco-luce, come lui stesso li ha sempre definiti, colori usati in funzione simbolica e ritenuti sufficienti a significare il contenuto che si voleva esprimere, era sfuggito a ogni caduta nella narrazione e nella illustrazione. Altra opera significativa di Somaini è il pavimento-tappeto musivo del Battistero, posto secondo le nuove norme liturgiche all’ingresso del tempio. In uno spazio quadrato si inserisce la vasca battesimale dalla forma cilindrica, in cui le tessere del mosaico, bianco, nero e toni intermedi, si strutturano per fasce orizzontali. L’opera musiva si. risolve dinamicamente in una sorta di liquida espansione (una colata d’acqua), che parte dal fonte battesimale per fluire, ondeggiando, sul suolo, a significare che dal battesimo viene la vita. Di grande importanza è pure tutta la pavimentazione a mosaico del presbiterio. L’opera musiva è rimasta peraltro limitata nella sua realizzazione. Infatti, stando al progetto originario, avrebbe dovuto occupare tutta la chiesa. L’intervento si ridusse alla rappresentazione di un albero con frutti (i tondi in bronzo levigato), i cui rami partono dall’altare, si diramano, e scendono lungo i gradini del presbiterio, dirigendosi verso i fedeli. L’albero ha il tronco disegnato in nero su fondo bianco, ma i suoi rami si stendono fin nel coro, valicando altri gradini, e diventano a disegno bianco su fondo nero. Il procedimento di inversione negativo-positivo non è casuale, né a fine meramente estetico, ma rimarca la differenza fra l’esistenza terrena e quella ultraterrena: fra il mondo di qui e il suo eterno risvolto. Tutte le opere musive di Somaini hanno, comunque, avuto un denominatore comune: sottolineare i percorsi, privilegiare mediante l’arricchimento la preminenza di un luogo rispetto a un altro, porsi anche quale elemento essenziale all’architettura, rispondendo in tal modo a necessità psicologiche e rappresentative altrettanto valide di altre strettamente funzionali. Per l’esecuzione dei mosaici , l’artista si era valso di manodopera qualificata nelle persone dei fratelli Felice, Alberto e Andrea Bernasconi di Como e dei loro aiuti, tra cui Danilo Macor, formatosi alla scuola di Spilimbergo (Udine), da cui proveniva Gherardo Biasoni, che operava a Milano con la propria maestranza. Secondo le esigenze del disegno, Somaini ricorreva a tecniche differenti: al seminato di graniglia, alla maniera veneziana e all’uso di tessere a cubetto, alla maniera romana o a entrambe contemporaneamente.
Per i grandi lavori di S. Biagio, eseguiti a tessere di marmo con inserimenti di forme bronzee e di tessere di madreperla, si era proceduto secondo il sistema tradizionale dell’ingrandimento dal vero del disegno. Andrea Bernasconi ricorda che Somaini insisteva perché “venisse curata e mantenuta la tensione e la leggerezza delle linee curve e delle forme sempre contrastanti e sfuggenti, così come si presentavano nel disegno”. Ancora a Somaini spettano i confessionali in lamiera ricurva, con intagliate a fuoco delle croci, e il tabernacolo dell’altare di destra. Una fusione triangolare di bronzo con zone levigate e altre grezze e dal peso di cinque quintali. Raffigura simbolicamente la SS. Trinità, che rinserra nella cavità centrale una sfera mappamondo (sfera nera), a significare il mondo redento e santificato da Cristo, che è presente nell’Eucarestia. Va anche detto che molti altri progetti dello scultore rimasero tali perché furono in seguito preferite altre opere di una maggior leggibilità, la cui presenza di rivela ancora oggi incongrua rispetto al contesto architettonico ornamentale. Uno di questi, le croci a quattro bracci, dovevano collocarsi all’esterno, quali elementi terminali dei pilastri centrali di sostegno del velario, e l’altro riguardava “la grande Croceciborio” sospesa sopra l’altare maggiore, che veniva a concludere il presbiterio. Da un incontro con don Tomalino ricavo che l’arch. Caccia Dominioni avrebbe voluto la grande Croce in bronzo di Somaini, il cui bozzetto è ora conservato nella segreteria parrocchiale, come pure le lettere riguardanti il progetto e i preventivi di esecuzione. Quest’opera non ha avuto realizzazione per la sua forma fortemente espressiva e troppo moderna e nuova nell’iconografia, che i fedeli non avrebbero capito; inoltre c’era l’intenzione di collocare l’antico crocifisso della vecchia chiesa, al quale i parrocchiani erano devoti e che si trova ora al centro del coro, dietro l’altare maggiore. Peraltro al parroco il progetto di Somaini piaceva. A questo punto intervenne un donatore che impose un altro mosaico più semplice nello stile, a fondo oro, con raffigurante la Vergine e S. Giovanni, dai colori vivaci e dalle positure ieratiche, posto verticalmente dietro il vecchio crocifisso. L’opera, eseguita nel 1970 dal pittore Paolo Rivetta, figlio di Romeo Rivetta, viene a compromettere l’unità di stile di tutta l’abside. Eventuali divergenze tra la committenza e l’artista, alla cui base stanno evidenti incomprensioni in un discorso ‘artistico’ troppo all’avanguardia per il pubblico locale, si evidenzia quando si osserva la concomitanza della scelta dello stesso Rivetta per realizzare – nel 1970 – il trittico con le “Storie di S. Biagio” collocate nel braccio opposto a quello dove si trova il tabernacolo. Il dipinto, realizzato a olio su tela, raffigura appunto tali narrazioni. I pannelli di destra e di sinistra, a loro volta si suddividono in due registri; il primo riquadro in alto a sinistra, illustra il santo eremita che ammansisce gli animali feroci. Seguono due miracoli del Vescovo, segno di una presenza benefica nell’attuale comunità parrocchiale. Il tutto è leggibile nella riproduzione dell’architettura della chiesa d’oggi, che fa da sfondo. Infine, nel pannello centrale il tema è dato dal martirio del Santo, che veste paramenti di color rosso simbolo di tale eroico gesto e che sta inginocchiato sulla nuda terra, offrendo, con le braccia tese, la testa al carnefice, il quale, alle sue spalle, lo colpisce con la spada. Fa da sfondo un ambiente spoglio e roccioso, dalle linee squadrate e dalle tinte calde e monocrome. I colori dell’intera opera sono piuttosto uniformi, tranne nella veste rossa del Vescovo, che fa da contrasto ed evidenzia l’azione del protagonista. La materia pittorica è resa con cura da pennellate uniformi. Le figure sono costruite da una linea piuttosto geometrica, con nette zone di luce e ombra. I volti sono indagati e curati, mentre gli atteggiamenti un po’ plateali e il tono marcato di racconto, evidenzia uno stile ancora vicino all’iconografia ottocentesca.

L. SOMAINI, “CRONACA DI OPERE E DI GIORNI”, in AA. VV., “SOMAINI, realizzazioni, progetti utopie”, ed. Bora, Bologna, 1984, p. 36