Icona

LA GRANDE ICONA “DEESIS” NELLA CHIESA DI S. PIO X

icona ” Le immagini venerabili e sante, a colori, in mosaico e in altra materia adatta, sono da esporre nelle sante chiese di Dio, sui vasi e i paramenti sacri, sulle pareti e sui soffitti, nelle case e nelle vie, sia l’icona di nostro Signore Dio e Salvatore Gesù Cristo sia quella di Nostra Signora immacolata, la santa Madre di Dio come anche quelle degli onorati angeli e di tutti gli uomini santi e pii.” (VII Concilio Ecumenico, Nicea – 787 d.C.)

“Da qualche decennio, si osserva un recupero d’interesse per la teologia e la spiritualità delle icone orientali, segno di un bisogno crescente di linguaggio spirituale dell’arte autenticamente cristiana. A tale proposito, non posso non invitare i miei fratelli nell’episcopato a “mantenere fermamente la pratica di proporre nelle chiese le immagini sacre alla venerazione dei fedeli” (Concilio Vaticano II, Costituzione “Sacrosantum Concilium”, 125) e a nulla tralasciare affinché sorgano maggiormente opere di qualità autenticamente ecclesiale.

Il credente di oggi come quello di ieri deve poter essere aiutato nella sua preghiera e nella sua vita spirituale dalla vista di opere che cercano di esprimere il mistero e giammai di nasconderlo. Ecco perché, oggi come per il passato, la fede è l’ispiratrice necessaria dell’arte della Chiesa. La riscoperta dell’icona cristiana aiuterà anche a prendere coscienza dell’urgenza di reagire agli effetti spersonalizzanti e talvolta degradanti delle molteplici immagini che condizionano la nostra vita nella pubblicità e nei mass media, perché essa è un’immagine che dirige su di noi lo sguardo di un Altro invisibile e ci dà accesso alla realtà del mondo spirituale ed escatologico. Amati fratelli, nel ricordare l’attualità dell’insegnamento del VII Concilio Ecumenico, mi sembra che noi siamo richiamati al nostro compito primordiale d’evangelizzazione.

La crescente secolarizzazione della società mostra che essa sta diventando largamente estranea ai valori spirituali, al mistero della nostra salvezza in Gesù Cristo, alla realtà del mondo futuro. La nostra tradizione più autentica, che condividiamo pienamente con i fratelli ortodossi, c’insegna che il linguaggio della bellezza, messo a servizio della fede, è capace di raggiungere il cuore degli uomini e di far loro conoscere dal di dentro colui che osiamo rappresentare nelle immagini, Gesù Cristo, il figlio di Dio fatto uomo, “lo stesso, ieri e oggi, e per tutti i secoli” (Eb 13, 8).” (Giovanni Paolo II – Lettera apostolica “Duodecim séculum” per il XII centenario del Concilio di Nicea, 1987)

Al centro della parete absidale della nostra chiesa, dietro l’altare, a fianco del tabernacolo, è collocata una grande icona della superficie di 12,5 mq. Strutturata principalmente in cinque grandi pannelli affiancati (più un altro pannello sul lato superiore destro) ha, nell’insieme, una non consueta forma trapezoidale.

CHE COSA E’ UN’ICONA

La parola ” icona” – dal greco-bizantino eikòn – significa “immagine” ma, fino dai primi secoli della cristianità , questo termine è stato normalmente utilizzato per riferirsi alle immagini con un contenuto, un significato ed un utilizzo religioso. L’icona non è, come comunemente si crede, tipica ed esclusiva delle Chiese orientali (per esse, lo è diventata dal medioevo in poi) ma, alle origini, era patrimonio comune a tutta la Chiesa. Lo testimoniano il Concilio Ecumenico Niceno II (787 d.C.) che – oltre a stabilire quanto riportato all’inizio di questa pagina – afferma: “L’arte iconografica non è stata inventata dai pittori ma è istituzione e tradizione della Chiesa universale”.

Il Concilio Ecumenico Costantinopolitano IV (869-870) decreta: ” Noi stabiliamo che la sacra immagine di nostro signore Gesù Cristo, liberatore e salvatore di tutti gli uomini, debba essere venerata con altrettanto onore che il libro dei santi evangeli. Perché nello stesso modo in cui, grazie alle parole contenute nel libro, tutti otterranno la salvezza così, grazie all’influsso che esercitano queste immagini con i loro colori, tutti, sapienti e ignoranti, riceveranno senza indugio un utile profitto. Ciò che ci viene comunicato con le parole, l’immagine ce lo annuncia e ce lo consegna mediante i colori.”.

Infine, San Giovanni Damasceno (650-749), grande difensore delle sacre immagini, fa un’affermazione che oggi può sembrare pittoresca ma va riferita ai suoi tempi: ” L’icona è per gli analfabeti ciò che la Bibbia è per le persone istruite; ciò che la Parola è per l’orecchio, l’icona è per la vista…”.

Alla luce di quanto sin qui esposto si comprende quindi la convinta esortazione – sopra riportata – di Giovanni Paolo II a favore dell’icona e della sua importante funzione teologico-liturgica: essa infatti non è semplicemente un’opera d’arte pittorica (e perciò non va considerata come tale) ma è un mezzo per la preghiera, cioè un mezzo di comunione con Dio in senso lato.

Ecco quindi che la scelta di collocare sull’altare della nostra chiesa un’icona – anche se non più consueta per la nostra tradizione latina – non riveste un carattere esotico o un po’ stravagante ma ha invece un significato liturgico-pastorale preciso che ancor meglio si potrà comprendere dalla descrizione seguente.

LEGGERE UN’ICONA

Non è facile leggere un’icona. Essa infatti non è una libera raffigurazione del Mistero lasciata all’immaginazione dell’artista. Il pittore d’icone – più appropriato è dire isografo, cioè: “colui che scrive uguale” – è piuttosto colui che si pone in tutta umiltà a servizio dell’immagine, imparando le regole di una “scrittura” che proviene dalla tradizione. Perciò, prima di prendere in mano i colori e i pennelli, egli deve purificarsi, pregare e intensificare lo studio delle Scritture; solo dopo tre giorni di digiuno comincerà a porre mano all’opera. Neppure firma le sacre immagini che ha raffigurato: ogni forma di orgoglio personale deve essere bandita per lasciare spazio all’ispirazione dello Spirito Santo e all’obbedienza alla tradizione. Ciò non significa ignorare la tecnica, ma piuttosto non condizionare mai ad essa la propria arte; neppure significa mortificare la libertà di espressione che l’artista ritrova entro i limiti stabiliti dalla forma canonica: la varietàinventiva del colore, il ritmo e la costruzione spaziale. Nata dalla preghiera, l’icona è ad essa funzionale: l’immagine deve servire alla preghiera, deve persino esprimerla. La sua contemplazione non solo è in grado di giovare all’educazione religiosa di colui che la guarda, ma è in grado anche di costituire un canale che gli consenta di accostarsi a Dio. Per questo soltanto il credente è in grado di cogliere il valore di una pittura che vuole indirizzare verso l’invisibile.

Sarebbe lungo descrivere la tecnica con cui si realizza un’icona, come anche spiegare che ogni colore, ogni simbolo e ogni particolare (di cui tutte le icone sono ricche) non sono casuali o lasciati all’estro dell’isografo ma rispondono sempre a canoni ben definiti e consolidati aventi ciascuno un significato e un messaggio precisi di carattere biblico-teologico: si potrebbe dire, senza esagerazione, che ogni icona fatta secondo i canoni è un brano di catechesi cristiana. Di seguito ci limiteremo ad alcune essenziali considerazioni e illustrazioni dell’icona Deesis.

L’ICONA “DEESIS”

Deesis – che in greco significa supplica, intercessione, preghiera – è un ciclo canonico di icone che si è formato nel VI secolo; dopo che già le mura delle chiese erano state predisposte a ricevere le Storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, rimaneva la parte fra le colonne che dividevano l’abside dal resto della chiesa: essa fu chiusa da fasce di immagini che formeranno la cosiddetta iconostasi (la parete divisoria, di marmi o legni pregiati e lavorati, che separa la navata dall’altare) e rimarranno poi nella Chiesa d’Oriente: una di queste fasce è chiamata appunto Deesis: ed ha sempre al centro il Cristo Pantocratore; alla sua destra la Vergine Maria, alla sinistra Giovanni Battista mentre ai due lati estremi sono raffigurati i due Arcangeli Michele e Gabriele, secondo un ordine prestabilito.

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Infine, particolarità felicemente offerta da motivi architettonici della nostra chiesa (la volta spiovente del soffitto), nella parte superiore destra dell’icona è raffigurato Dio Padre. Nella tradizione cristiana orientale la Deesis è una delle icone più importanti perché è una sintesi della Chiesa attuale, orante, e della Chiesa celeste, trionfante, cui siamo rivolti e raffigura la Comunione dei Santi che intercedono per noi nella Santa Liturgia.

cristo Il Cristo Pantocratore (l’Onnipotente, Colui che dà vita all’essere).
Siede sul trono regale e verso di lui convergono oranti tutte le altre figure in piedi, intercedenti per l’umanità peccatrice. La sua veste porpora – il colore degl’imperatori – esprime la signoria di Cristo sull’umanità e l’affermazione della sua divinità mentre le sottili venature d’oro significano la luce divina irradiata da Cristo-Dio.

Egli ha vinto la morte e regna sull’intero creato, rinnovato dalla sua vittoria su tutte le potenze di divisione a cui l’uomo è asservito. La mano destra è levata in segno di benedizione e le due dita unite indicano le due nature – umana e divina – di Cristo, invece le restanti tre indicano la Trinità.

Con la mano sinistra regge il Libro aperto, simbolo della sua Legge di amore. Sull’aureola è tracciata la croce e sono iscritte le tre lettere greche OON, ossia: “Colui che è”, traduzione dell’ebraico J H W H.

Un’ultima annotazione: la seduta e la predella del trono regale hanno una prospettiva rovesciata; non si tratta di un errore dell’isografo ma di un preciso canone iconografico: il campo di fuga non è all’interno ma verso l’esterno a significare che è l’icona che parla all’uomo e coinvolge colui che si pone di fronte ad essa.

vergine La Madre di Dio.
E’ Colei che presso il Divin Figlio rappresenta tutti noi ed è anche Colei che per tutti noi intercede. Qui è inoltre l’Odigitria, cioè “Colei che mostra la via”, infatti con la mano sinistra ci indica Cristo come “via, verità e vita”. E’ la più grande di tutte le creature, il suo capo – come pure quelli del Battista e dei due Arcangeli – è rivolto verso Cristo e leggermente inclinato in segno di venerazione.

Il blu intenso della tunica sta qui a simboleggiare il distacco della Vergine dai valori di questo mondo e il manto dorato significa la Grazia divina che l’ha avvolta quando è stata prescelta per essere la Madre di Dio fatto uomo. Accanto alla figura si leggono le lettere MR THOU (Métér Theou), che significano “Madre di Dio”.

battista San Giovanni il Battista.
E’ il Precursore, cioè colui che prepara l’arrivo di Gesù e lo annuncia come colui che battezzerà non più con l’acqua ma in Spirito Santo e fuoco. Angelo del Deserto, di lui Gesù stesso dirà che è “più che un profeta” e che “fra i nati di donna non è mai sorto uno più grande di Giovanni il Battista” (Mt 11, 9-11).

Fu colui che venne prima di Cristo ” per preparare le sue vie” (Mt 3, 3) e perciò, con un gesto della mano, indica il Cristo inchinandosi davanti a Lui. La sua veste è rossa ad indicarne il martirio e il manto azzurro a significare che Giovanni – pur nella sua grandezza – è di natura umana, discendente di Adamo.

michele L’Arcangelo Michele.
Il suo nome significa “Chi è come Dio?” ed impersona la sfida rivolta a Lucifero. Infatti Michele, il capo delle schiere celesti, è l’angelo che combatte contro Satana in favore del popolo di Dio, difendendone la causa. E’ anche l’Angelo del Giudizio Universale che alla fine dei tempi ancora interverrà in favore del popolo di Dio, contrastando i diavoli che, con prove a carico, cercheranno di trascinare le anime verso gl’Inferi.

Nella mano destra regge un lungo bastone, simbolo del potere e dell’autorità del personaggio. Con la mano sinistra sostiene la prima metà del monogramma di Gesù Cristo, ovvero le lettere IS, che stanno per ” Ièsous” (la seconda parte – le lettere CHS che stanno per “Christòs” sono sostenute dall’Arcangelo Gabriele).

gabriele L’Arcangelo Gabriele.
Il suo nome significa “Potenza di Dio”. Gabriele è colui che annuncia a Maria la nascita di Cristo ed annuncia a Zaccaria la nascita di Giovanni Battista; spiega al profeta Daniele le visioni che ha avuto: perciò porta il bastone del messaggero e tutto in lui indica la gioia perché è l’annunciatore delle liete novelle.

Dio Padre.
In alto a destra dell’icona, in posizione dominante, vi è la figura maestosa di Dio Padre, il Dio invisibile, che vediamo qui raffigurato con il volto giovanile di Cristo. Questa è infatti l’unica immagine con la quale noi abbiamo conosciuto Dio, perché il Dio invisibile si è reso visibile a noi attraverso il volto di Cristo: “Dio nessuno l’ha visto mai. L’Unigenito Dio, che è nel seno del Padre, egli lo ha rivelato.” (Gv 1, 18). Il volto è di un’eterna giovinezza, perché Dio non ha età .

dio La figura del Padre emerge da uno sfondo a tre colori: il blu, mistero divino; il verde, rinnovamento dello spirito ed il rosso, con i tratteggi argentati, potenza del fuoco celeste; mentre i tre raggi che si dipartono dal braccio destro di Dio significano la manifestazione dello Spirito Santo che dal Padre viene a posarsi sul Figlio.

Il suo manto è d’oro, a significare la Luce e la Grazia divina; l’aureola di Dio Padre, così come quella degli Arcangeli, porta il simbolo del settimo eone, ovvero dell’epoca della perfezione, tempo escatologico del compimento di tutte le cose. Nella mano tiene il libro chiuso da sette sigilli, cioè il libro della vita e della storia, che – nella visione dell’Apocalisse – nel giorno del Giudizio l’Agnello vittorioso (Cristo) prenderà dalle mani di Colui che siede sul trono (il Padre) per scioglierne i sigilli e svelare il disegno di Dio sulla storia e sul mondo, dando inizio ai ” nuovi cieli e nuova terra” nei quali non vi saranno più né lutto, né lamento, né affanno.

LO STILE

Lo stile dell’icona richiama quello della Scuola Veneziana-Cretese, nata in Italia attorno al XII secolo, e dunque si ricollega ad una tradizione iconografica più vicina a modelli occidentali, che ebbe proprio nell’Italia nord-orientale uni dei centri di massima fioritura.

L’AUTORE

E’ Aurel Ionescu, nato a Bucarest nel 1951. Dopo gli studi artistici, entra a far parte dell’organico della Patriarchia Romena presso i laboratori del Monastero Plumbuita di Bucarest, ove inizia l’apprendistato come isografo, approfondendo la sua formazione tecnico-spirituale. Nel 1973, superati esami speciali, viene dichiarato persona degna di scrivere le sacre immagini: riceve così l’ aghion miron (santa unzione delle mani, compiuta con il Crisma) e fa voto solenne di dipingere solo immagini sacre per il resto della sua vita, al servizio della Chiesa, della fede e dei fedeli.

Nel 1977, per vicende politiche e personali, giunge a Milano. Nel 1983 si stabilisce a Marchirolo (VA) e da quel momento l’Icona segnerà definitivamente la sua vita. Ha tenuto mostre, seminari e conferenze in Italia, Svizzera e Germania. Si adopera per far conoscere e riconoscere l’apporto incontestabile dell’Italia e della Gens Latina al cammino dell’Icona nella comunità cattolico-cristiana.

Tante cose in più si sarebbero potute dire sull’icona, per trarne l’insegnamento dottrinale che compendia e coglierne l’invito alla preghiera e alla contemplazione.