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La Défense, Paris

Parrocchia di S. Pio X

La Storia

La storia della Parrocchia

La parrocchia si è configurata a partire dal 1971, quando l’autorità ecclesiastica ha stralciato questo territorio dall’antica parrocchia di S. Biagio, su istanza di alcuni abitanti (ex-sanbiagini) del quartiere Cazzaniga che stava vivendo in quegli anni un grande sviluppo edilizio con conseguente aumento della popolazione residente.

Indice

Alla cura pastorale di questa zona fu assegnato don Angelo Barzaghi che, dopo gli inizi vissuti in uno stabile adibito a cappella, si prodigò, con l’aiuto di don Mario Tomalino, per costruire l’attuale centro parrocchiale.

L’8 settembre 1972 il vescovo ausiliario mons. Ferdinando Maggioni, già assistente dell’oratorio di S. Biagio, pose la prima pietra della chiesa poi consacrata dal card. Giovanni Colombo il 28 luglio 1974 mentre l’istituzione ufficiale della parrocchia è del 2 marzo 1975.

L’evoluzione del tessuto urbano fece sì che strati sociali di popolazione si sovrapponessero con rapidità e quindi con difficoltà di integrazione, anche perché spesso alle differenti fasi di insediamento corrispondevano classi sociali diverse. Approssimativamente si può dire che allo strato di popolazione già residente o proveniente da altre zone della città, con radicate tradizioni etiche e religiose, si è affiancata la popolazione molto mobile insediatasi negli anni successivi, spesso di estrazione sociale più elevata e proveniente anche da altre città, abitante nei condomini della zona più residenziale e avente mediamente un rapporto più complesso con l’istituzione ecclesiale. Si è aggiunta poi la popolazione abitante nelle case economico-popolari, in buona parte immigrate dal meridione, con tradizioni culturali diverse e a volte con gravi problemi di integrazione, poi attenuatisi nel corso degli anni.

La costituzione della parrocchia in quegli anni, se da un lato significò , con l’avvio da zero, mancanza di tradizioni e povertà di strutture, dall’altro ebbe il vantaggio di poter partire con una pastorale ispirata al rinnovamento del Concilio Vaticano II.

Il Parroco fondatore ha per lunghi anni assecondato e valorizzato l’apporto di due allora giovani sacerdoti: don Luigi Fumagalli, cui è stata affidata la pastorale giovanile dal 1977 al 1992, e il teologo don Giuseppe Angelini che fino al 1995 ha curato soprattutto la catechesi (di richiamo anche a livello cittadino) e più in generale la formazione degli adulti. E’ stato un apporto di cui per molto tempo, in qualche misura fino ad oggi, si sono conservate tracce. Un apporto che ha plasmato negli anni una particolare sensibilità della comunità parrocchiale contribuendo a darle una sua propria fisionomia con l’attenzione e la passione per temi come il primato della parola di Dio, la cura delle celebrazioni, la passione educativa.  Si sviluppò allora un laicato vivace ed impegnato di cui è espressione la costituzione del Consiglio Pastorale Parrocchiale nel 1982, quando tali organismi erano ancora iniziative sperimentali, e pochi anni dopo, la stesura di un primo Progetto Pastorale poi rivisto e aggiornato nel 1997 – 98.

Il card. Martini visitò la parrocchia il 10 ottobre 1984 in occasione del decennale e poi con la visita pastorale del 30 maggio 1996 nella quale riconobbe come la parrocchia fosse diventata punto di riferimento del quartiere e la esortò a raccogliere le sfide della sempre più profonda secolarizzazione e ad aprirsi ad una collaborazione col decanato.

I sacerdoti che si sono susseguiti come coadiutori o vicari parrocchiali incaricati della pastorale giovanile, don Luigi Badi dal 1992 al 2000, don Davide Pepe dal 2000 al 2006, don Fabrizio Borsani dal 2006 al 2008, pur nella diversità degli apporti e degli stili personali, hanno condiviso, continuato e arricchito il cammino iniziato dalla comunità nel sempre più complesso e problematico contesto socioculturale di quegli anni.

Per promuovere sempre più la corresponsabilità dei laici è stato istituito nel 2006, in un primo momento a titolo sperimentale, il Consiglio di Oratorio. E’ da sottolineare come, per ragioni strutturali, nella parrocchia S. Pio X non ci sia mai stata una netta separazione tra attività dell’oratorio e il resto dell’attività pastorale.

A parte gli inevitabili periodi di assestamento seguiti all’avvicendarsi dei sacerdoti, la continuità della vita parrocchiale è stata assicurata dalla permanenza e cura del parroco, don Angelo, fino al giugno del 2007, quando è arrivato per lui il momento di lasciare per motivi di età.

Dal 1 luglio del 2007, e fino alla costituzione della Comunità Pastorale nel 2009, è stato nominato parroco don Silvano Casiraghi,.  Pochi mesi dopo è morto don Angelo che era rimasto comunque in parrocchia come residente, mentre è stato destinato ad altro incarico l’altro sacerdote residente, don Emilio Caprotti e nel settembre 2008 don Fabrizio  Borsani è stato destinato ad incarichi di curia. Sempre nel settembre del 2008 è stata istituita l’Unità di Pastorale Giovanile con le parrocchie di S. Gemma, S. Biagio e Vedano al Lambro affidata alla responsabilità di don Alberto Torriani,

Le linee fondamentali del Progetto Pastorale prima ricordato si articolavano nella triplice dimensione dell’annuncio della Parola di Dio, della vita sacramentale, della testimonianza della carità, dimensioni che, nelle linee essenziali alimentano ancora oggi la vita parrocchiale.

Per il primo ambito, oltre alla catechesi di iniziazione sostenuta negli anni da un impegnato gruppo di catechiste (con qualche raro caso di catechisti maschi), si è data vita per alcuni anni, con forme e interventi diversi, a iniziative di catechesi per adulti. Fin dai primi anni della parrocchia sono anche sorti gruppi che si ritrovavano nelle famiglie per approfondire temi di vita cristiana, poi rivisitati negli anni più recenti, fino ad oggi, con i gruppi di ascolto della parola di Dio, attualmente quattro, di cui tre guidati da laici.

La vita liturgica e sacramentale è stata negli anni curata grazie all’impegno del Gruppo Liturgico, dei cori degli adulti che animano le due messe principali e di quello dei bambini (poi sciolto per vari motivi), dei volontari che collaborano coi sacerdoti per lo svolgimento accurato delle funzioni religiose.  Da tempo sono stati istituiti i ministri straordinari dell’Eucaristia che si recano regolarmente da un certo numero di ammalati e anziani. Oltre ovviamente alla celebrazione eucaristica, cuore della vita comunitaria, si sono curate con una certa continuità l’adorazione eucaristica, gli esercizi spirituali e, almeno fino al primo decennio del 2000, le celebrazioni penitenziali, le veglie di preghiera in Avvento e Quaresima.

L’attività caritativa della parrocchia si esplica in diversi gruppi, dalla Conferenza di S. Vincenzo al Gruppo Intervento che ha l’obiettivo di integrare i disabili e le loro famiglie nella vita del quartiere e della parrocchia, dal gruppo di sostegno scolastico al gruppo missionario , che raccoglie periodicamente offerte per interventi nei Paesi in via di sviluppo, e ad  altri gruppi che ripropongono in parrocchia progetti caritativi elaborati a livello cittadino o diocesano.

Si è cercato di promuovere occasioni di incontro per ragazzi, giovani e famiglie in oratorio, come ad esempio le Domeniche Insieme, iniziative rese peraltro difficili negli ultimi anni dalla pandemia.

Assumendo negli anni caratteristiche diverse, è poi presente in parrocchia un gruppo della Terza Età, denominato negli anni più recenti Gruppo Etàviva, che organizza periodicamente incontri culturali, visite guidate e altre attività.

Un gruppo di uomini, denominato i Giuseppe artigiani, è disponibile per vari servizi, dalla cucina alla manutenzione alla predisposizione dell’occorrente per feste, celebrazioni particolari ecc.

Strumento di informazione e comunicazione sulla vita della comunità è stato dall’inizio il periodico NOI, sostituito poi da un notiziario settimanale e affiancato dal sito Internet. Oggi, accanto al sito Internet, l’organo di informazione per l’intera Comunità Pastorale è il settimanale L’Amico in Famiglia, un agile bollettino che riporta qualche spunto di riflessione e il calendario delle attività e iniziative nelle varie parrocchie.

L’8 gennaio 2009 è stata costituita la Comunità Pastorale Ascensione del Signore, comprendente le parrocchie di S. Biagio, S. Pio X e S. Gemma, di cui è stato nominato parroco don Marco Oneta. Contestualmente è stato costituito il Consiglio Pastorale unitario della Comunità ed è stato elaborato un Progetto Pastorale  con lo scopo di delineare linee comuni per le tre parrocchie.

Don Silvano è diventato incaricato pastorale residente nella parrocchia di S. Pio X, essendo stata fatta la scelta, rivelatasi saggia, di avere in ogni parrocchia un prete residente come figura di riferimento, pur essendo ogni sacerdote al servizio dell’intera Comunità pastorale, eventualmente come responsabile di un particolare settore.

Quando nel settembre 2015 don Silvano ha dovuto lasciare la parrocchia per altro incarico, gli sono succeduti come vicari della Comunità Pastorale per S. Pio X don Guido Gregorini e dopo di lui don Paolo Alberti dal settembre 2020. Va detto che il frequente cambiamento di sacerdoti, proprio quando stavano instaurando relazioni significative con i fedeli, è stata una difficoltà avvertita nel percorso della parrocchia.

Nel frattempo, nel 2019 a don Marco Oneta, trasferitosi a Muggiò, è succeduto come parroco della Comunità don Umberto Oltolini.

Responsabile della pastorale giovanile sono  stati dal 2010 al  2013 don Roberto Spreafico e dal 2011 al 2021 don Alessandro Cesana.

Dal 1 settembre 2021 don Alberto Angaroni è responsabile della pastorale giovanile da cui è stata scorporata l’Iniziazione cristiana affidata a don Paolo.

L’impossibilità del prete responsabile della pastorale giovanile ad essere presente in ogni parrocchia ha portato all’assunzione, dal 2013 di un referente laico per gli oratori di S. Pio X e S. Gemma nella persona di Franco Castoldi.

La costituzione della Comunità pastorale è stata certamente un evento cruciale: anche se la maggioranza dei fedeli ha forse notato soltanto cambiamenti esteriori, molte energie sono state generosamente spese sia dai sacerdoti sia dai laici per cercare un giusto equilibrio tra attività che richiedono un coordinamento unico a livello ‘Comunità’ e la salvaguardia di iniziative, luoghi, carismi di ogni singola parrocchia o di gruppi, al fine di comporre una comunione con tutta la ricchezza portata dalle differenze.

A fronte delle fatiche vissute, possiamo però riconoscere che la costituzione della Comunità Pastorale ha consentito di raggiungere importanti obiettivi, come ad esempio un’unica pastorale giovanile, un unico coordinamento dell’Iniziazione Cristiana e un unico coordinamento delle attività caritative; ma ha consentito anche una più efficace organizzazione di incontri culturali e degli esercizi spirituali annuali e un confronto più ampio con altri cristiani.

La parrocchia, in quanto inserita nella comunità pastorale, ha ricevuto le visite pastorali nel 2010 del cardinale Tettamanzi, nel 2017 del cardinale Scola e nel 2021 di monsignor Delpini: tutti ci hanno esortato a perseverare e a custodire la comunione.

La parrocchia S. Pio X, come del resto tutta la Chiesa, soffre del sempre più mutato contesto sociale in continua trasformazione (calo demografico, immigrazione, mobilità ..) e della crescente secolarizzazione che porta a un diverso approccio alla fede, per cui è vistoso il calo di partecipazione alla vita ecclesiale, accresciuto dalla lunga parentesi pandemica.

Quest’anno nei prossimi mesi verrà rinnovato il Consiglio Pastorale e sarà suo compito riflettere a fondo sulla necessità del rinnovamento della Pastorale da più parti auspicato.

Santo Patrono

S. Pio X (al secolo Giuseppe Sarto)

Un cimelio custodito in parrocchia: una foto di Papa Pio X del 7 marzo 1908 con dedica autografa.

Amava definirsi “un povero parroco di campagna” e, quando qualcuno lo chiamava “Padre santo”, egli correggeva: “Non santo, ma Sarto”. Papa Sarto nacque il 2 giugno 1835 a Riese, nel trevigiano. Fu battezzato il giorno seguente col nome di Giuseppe Melchiorre. Il padre, messo comunale, morì presto lasciando la moglie Margherita Sanson con dieci figlioletti da allevare. “Bepi”, secondogenito, avrebbe voluto interrompere gli studi seminaristici per dare una mano in famiglia. Ma la coraggiosa madre lo esortò a seguire la strada intrapresa. Consacrato sacerdote a 23 anni, per nove anni fu cappellano a Tombolo (VE); per nove parroco a Salzano (VE); per altri nove canonico e direttore spirituale a Treviso; ancora per nove anni Vescovo di Mantova (dal 1884) e per i successivi nove Cardinale Patriarca di Venezia (dal 1893); fu eletto Papa il 4 agosto 1903. (Singolare questa ripetuta cadenza novennale!)

Era appena iniziato il Novecento, orgogliosamente salutato, da talune correnti filosofiche e di pensiero soprattutto in Europa, come l’inizio di un’era nuova in cui l’umanità , per effetto delle recenti scoperte della scienza e della tecnica, avrebbe potuto fare a meno di Dio e della religione; come tutti sappiamo sarebbe stato, invece, un secolo segnato da avvenimenti epocali, drammatici e contraddittori: da un lato, un sorprendente progresso tecnico-scientifico e – almeno per taluni popoli! – grandi conquiste civili e sociali, dall’altro, le tragedie e gli orrori provocati da due guerre mondiali e dalla lunga e vasta dominazione di due aberranti e disumani sistemi socio-politici, il comunismo e il nazismo; anche la Chiesa cattolica, all’inizio del secolo, era attraversata, almeno in parte, dalla subdola eresia modernista.

Proprio all’inizio di questo secolo, Papa Sarto, di modeste origini venete (era dal lontano Medioevo che sulla cattedra di Pietro non sedeva un umile figlio di contadini), si rivelò pontefice di grande statura per la Chiesa e per la storia.

Il suo pontificato fu eccezionalmente fecondo per l’organizzazione interna della Chiesa. Poco incline alle sottigliezze diplomatiche, non curò i rapporti della Chiesa con il potere politico e i suoi atteggiamenti intransigenti crearono attriti con la Russia, gli Stati Uniti (rifiutò perfino la visita di Theodore Roosevelt), la Germania, il Portogallo e la Francia, della quale respinse la legge sulla separazione dello Stato dalla Chiesa; si occupò positivamente della questione romana e dell’Azione Cattolica italiana. Il papa dell’amabilità si mostrò particolarmente ostile a ogni apertura che potesse essere scambiata per accettazione del modernismo, eresia serpeggiante anche in seno al clero: persino il beato Andrea Carlo Ferrari, all’epoca Cardinale Arcivescovo di Milano, ne fu ingiustamente sospettato.

Il suo motto ” Instaurare omnia in Christo” (Ef. 1,10) si tradusse in vigile attenzione alla vita interna della Chiesa: promosse la riforma liturgica e il canto sacro, curò la formazione dei sacerdoti, affermò che la partecipazione ai santi misteri è la fonte prima e indispensabile per la vita cristiana, favorì l’istruzione religiosa dei bambini col Catechismo e li ammise alla Comunione in giovanissima età; abbattè le secolari barriere che separavano la Curia romana dalla pratica pastorale, codificò il diritto canonico. Dotato di equilibrio e discrezione, di prudenza e di forza, nonostante avesse una concezione centralista del governo della Chiesa, altro non si propose se non di essere il servo di tutti e la sua disponibilità fu davvero un fatto nuovo nei palazzi vaticani. Il Papa veneto, sorridente e arguto, scambiava una parola con tutti, senza badare alle regole del protocollo. Povero tra i poveri, per recarsi al conclave ebbe in prestito il denaro per il biglietto ferroviario, di andata e ritorno, convinto com’era che lo Spirito Santo non avrebbe fatto lo sbaglio di suggerire al Sacro Collegio la sua elezione a Papa. Morrà il 20 agosto 1914, addolorato per la guerra che già sconvolgeva l’Europa.

Il 3 giugno 1951 Papa Pio X viene beatificato in San Pietro da Pio XII che poco tempo dopo, il 29 maggio 1954, lo proclamerà santo. Prima di San Pio X, l’ultimo papa canonizzato dalla Chiesa era stato, nel 1712, San Pio V – Antonio Ghisleri da Alessandria, papa dal 1566 al 1572 – il pontefice che diede attuazione alle grandi riforme della Chiesa decise dal Concilio di Trento.

La memoria liturgica di San Pio X è celebrata dalla Chiesa il 21 agosto; la nostra Parrocchia lo ricorda solennemente ogni anno con la festa patronale tradizionalmente fissata alla terza domenica di settembre. Nella Diocesi di Milano cinque sono le parrocchie intitolate a San Pio X, circa 90 in Italia, oltre 300 nel mondo. Tutti noi invochiamone il patrocinio sulla nostra comunità e sulla Chiesa universale.

(note biografiche liberamente tratte da un testo di Piero Bargellini, dal sito web: www.lalode.com)

A chi volesse approfondire la conoscenza della figura e dell’opera pastorale di San Pio X suggeriamo il bel sito web: Museo S. PIO X.

Icona

LA GRANDE ICONA “DEESIS” NELLA CHIESA DI S. PIO X

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“Le immagini venerabili e sante, a colori, in mosaico e in altra materia adatta, sono da esporre nelle sante chiese di Dio, sui vasi e i paramenti sacri, sulle pareti e sui soffitti, nelle case e nelle vie, sia l’icona di nostro Signore Dio e Salvatore Gesù Cristo sia quella di Nostra Signora immacolata, la santa Madre di Dio come anche quelle degli onorati angeli e di tutti gli uomini santi e pii.” (VII Concilio Ecumenico, Nicea – 787 d.C.)

“Da qualche decennio, si osserva un recupero d’interesse per la teologia e la spiritualità delle icone orientali, segno di un bisogno crescente di linguaggio spirituale dell’arte autenticamente cristiana. A tale proposito, non posso non invitare i miei fratelli nell’episcopato a “mantenere fermamente la pratica di proporre nelle chiese le immagini sacre alla venerazione dei fedeli” (Concilio Vaticano II, Costituzione “Sacrosantum Concilium”, 125) e a nulla tralasciare affinché sorgano maggiormente opere di qualità autenticamente ecclesiale.

Il credente di oggi come quello di ieri deve poter essere aiutato nella sua preghiera e nella sua vita spirituale dalla vista di opere che cercano di esprimere il mistero e giammai di nasconderlo. Ecco perché, oggi come per il passato, la fede è l’ispiratrice necessaria dell’arte della Chiesa. La riscoperta dell’icona cristiana aiuterà anche a prendere coscienza dell’urgenza di reagire agli effetti spersonalizzanti e talvolta degradanti delle molteplici immagini che condizionano la nostra vita nella pubblicità e nei mass media, perché essa è un’immagine che dirige su di noi lo sguardo di un Altro invisibile e ci dà accesso alla realtà del mondo spirituale ed escatologico. Amati fratelli, nel ricordare l’attualità dell’insegnamento del VII Concilio Ecumenico, mi sembra che noi siamo richiamati al nostro compito primordiale d’evangelizzazione.

La crescente secolarizzazione della società mostra che essa sta diventando largamente estranea ai valori spirituali, al mistero della nostra salvezza in Gesù Cristo, alla realtà del mondo futuro. La nostra tradizione più autentica, che condividiamo pienamente con i fratelli ortodossi, c’insegna che il linguaggio della bellezza, messo a servizio della fede, è capace di raggiungere il cuore degli uomini e di far loro conoscere dal di dentro colui che osiamo rappresentare nelle immagini, Gesù Cristo, il figlio di Dio fatto uomo, “lo stesso, ieri e oggi, e per tutti i secoli” (Eb 13, 8).” (Giovanni Paolo II – Lettera apostolica “Duodecim séculum” per il XII centenario del Concilio di Nicea, 1987)

Al centro della parete absidale della nostra chiesa, dietro l’altare, a fianco del tabernacolo, è collocata una grande icona della superficie di 12,5 mq. Strutturata principalmente in cinque grandi pannelli affiancati (più un altro pannello sul lato superiore destro) ha, nell’insieme, una non consueta forma trapezoidale.

CHE COSA E’ UN’ICONA

La parola ” icona” – dal greco-bizantino eikòn – significa “immagine” ma, fino dai primi secoli della cristianità , questo termine è stato normalmente utilizzato per riferirsi alle immagini con un contenuto, un significato ed un utilizzo religioso. L’icona non è, come comunemente si crede, tipica ed esclusiva delle Chiese orientali (per esse, lo è diventata dal medioevo in poi) ma, alle origini, era patrimonio comune a tutta la Chiesa. Lo testimoniano il Concilio Ecumenico Niceno II (787 d.C.) che – oltre a stabilire quanto riportato all’inizio di questa pagina – afferma: “L’arte iconografica non è stata inventata dai pittori ma è istituzione e tradizione della Chiesa universale”.

Il Concilio Ecumenico Costantinopolitano IV (869-870) decreta: ” Noi stabiliamo che la sacra immagine di nostro signore Gesù Cristo, liberatore e salvatore di tutti gli uomini, debba essere venerata con altrettanto onore che il libro dei santi evangeli. Perché nello stesso modo in cui, grazie alle parole contenute nel libro, tutti otterranno la salvezza così, grazie all’influsso che esercitano queste immagini con i loro colori, tutti, sapienti e ignoranti, riceveranno senza indugio un utile profitto. Ciò che ci viene comunicato con le parole, l’immagine ce lo annuncia e ce lo consegna mediante i colori.”.

Infine, San Giovanni Damasceno (650-749), grande difensore delle sacre immagini, fa un’affermazione che oggi può sembrare pittoresca ma va riferita ai suoi tempi: ” L’icona è per gli analfabeti ciò che la Bibbia è per le persone istruite; ciò che la Parola è per l’orecchio, l’icona è per la vista…”.

Alla luce di quanto sin qui esposto si comprende quindi la convinta esortazione – sopra riportata – di Giovanni Paolo II a favore dell’icona e della sua importante funzione teologico-liturgica: essa infatti non è semplicemente un’opera d’arte pittorica (e perciò non va considerata come tale) ma è un mezzo per la preghiera, cioè un mezzo di comunione con Dio in senso lato.

Ecco quindi che la scelta di collocare sull’altare della nostra chiesa un’icona – anche se non più consueta per la nostra tradizione latina – non riveste un carattere esotico o un po’ stravagante ma ha invece un significato liturgico-pastorale preciso che ancor meglio si potrà comprendere dalla descrizione seguente.

LEGGERE UN’ICONA

Non è facile leggere un’icona. Essa infatti non è una libera raffigurazione del Mistero lasciata all’immaginazione dell’artista. Il pittore d’icone – più appropriato è dire isografo, cioè: “colui che scrive uguale” – è piuttosto colui che si pone in tutta umiltà a servizio dell’immagine, imparando le regole di una “scrittura” che proviene dalla tradizione. Perciò, prima di prendere in mano i colori e i pennelli, egli deve purificarsi, pregare e intensificare lo studio delle Scritture; solo dopo tre giorni di digiuno comincerà a porre mano all’opera. Neppure firma le sacre immagini che ha raffigurato: ogni forma di orgoglio personale deve essere bandita per lasciare spazio all’ispirazione dello Spirito Santo e all’obbedienza alla tradizione. Ciò non significa ignorare la tecnica, ma piuttosto non condizionare mai ad essa la propria arte; neppure significa mortificare la libertà di espressione che l’artista ritrova entro i limiti stabiliti dalla forma canonica: la varietàinventiva del colore, il ritmo e la costruzione spaziale. Nata dalla preghiera, l’icona è ad essa funzionale: l’immagine deve servire alla preghiera, deve persino esprimerla. La sua contemplazione non solo è in grado di giovare all’educazione religiosa di colui che la guarda, ma è in grado anche di costituire un canale che gli consenta di accostarsi a Dio. Per questo soltanto il credente è in grado di cogliere il valore di una pittura che vuole indirizzare verso l’invisibile.

Sarebbe lungo descrivere la tecnica con cui si realizza un’icona, come anche spiegare che ogni colore, ogni simbolo e ogni particolare (di cui tutte le icone sono ricche) non sono casuali o lasciati all’estro dell’isografo ma rispondono sempre a canoni ben definiti e consolidati aventi ciascuno un significato e un messaggio precisi di carattere biblico-teologico: si potrebbe dire, senza esagerazione, che ogni icona fatta secondo i canoni è un brano di catechesi cristiana. Di seguito ci limiteremo ad alcune essenziali considerazioni e illustrazioni dell’icona Deesis.

L’ICONA “DEESIS”

Deesis – che in greco significa supplica, intercessione, preghiera – è un ciclo canonico di icone che si è formato nel VI secolo; dopo che già le mura delle chiese erano state predisposte a ricevere le Storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, rimaneva la parte fra le colonne che dividevano l’abside dal resto della chiesa: essa fu chiusa da fasce di immagini che formeranno la cosiddetta iconostasi (la parete divisoria, di marmi o legni pregiati e lavorati, che separa la navata dall’altare) e rimarranno poi nella Chiesa d’Oriente: una di queste fasce è chiamata appunto Deesis: ed ha sempre al centro il Cristo Pantocratore; alla sua destra la Vergine Maria, alla sinistra Giovanni Battista mentre ai due lati estremi sono raffigurati i due Arcangeli Michele e Gabriele, secondo un ordine prestabilito.

Infine, particolarità felicemente offerta da motivi architettonici della nostra chiesa (la volta spiovente del soffitto), nella parte superiore destra dell’icona è raffigurato Dio Padre. Nella tradizione cristiana orientale la Deesis è una delle icone più importanti perché è una sintesi della Chiesa attuale, orante, e della Chiesa celeste, trionfante, cui siamo rivolti e raffigura la Comunione dei Santi che intercedono per noi nella Santa Liturgia.

Il Cristo Pantocratore (l’Onnipotente, Colui che dà vita all’essere).
Siede sul trono regale e verso di lui convergono oranti tutte le altre figure in piedi, intercedenti per l’umanità peccatrice. La sua veste porpora – il colore degl’imperatori – esprime la signoria di Cristo sull’umanità e l’affermazione della sua divinità mentre le sottili venature d’oro significano la luce divina irradiata da Cristo-Dio.

Egli ha vinto la morte e regna sull’intero creato, rinnovato dalla sua vittoria su tutte le potenze di divisione a cui l’uomo è asservito. La mano destra è levata in segno di benedizione e le due dita unite indicano le due nature – umana e divina – di Cristo, invece le restanti tre indicano la Trinità.

Con la mano sinistra regge il Libro aperto, simbolo della sua Legge di amore. Sull’aureola è tracciata la croce e sono iscritte le tre lettere greche OON, ossia: “Colui che è”, traduzione dell’ebraico J H W H.

Un’ultima annotazione: la seduta e la predella del trono regale hanno una prospettiva rovesciata; non si tratta di un errore dell’isografo ma di un preciso canone iconografico: il campo di fuga non è all’interno ma verso l’esterno a significare che è l’icona che parla all’uomo e coinvolge colui che si pone di fronte ad essa.

La Madre di Dio.
E’ Colei che presso il Divin Figlio rappresenta tutti noi ed è anche Colei che per tutti noi intercede. Qui è inoltre l’Odigitria, cioè “Colei che mostra la via”, infatti con la mano sinistra ci indica Cristo come “via, verità e vita”. E’ la più grande di tutte le creature, il suo capo – come pure quelli del Battista e dei due Arcangeli – è rivolto verso Cristo e leggermente inclinato in segno di venerazione.

Il blu intenso della tunica sta qui a simboleggiare il distacco della Vergine dai valori di questo mondo e il manto dorato significa la Grazia divina che l’ha avvolta quando è stata prescelta per essere la Madre di Dio fatto uomo. Accanto alla figura si leggono le lettere MR THOU (Métér Theou), che significano “Madre di Dio”.

San Giovanni il Battista.
E’ il Precursore, cioè colui che prepara l’arrivo di Gesù e lo annuncia come colui che battezzerà non più con l’acqua ma in Spirito Santo e fuoco. Angelo del Deserto, di lui Gesù stesso dirà che è “più che un profeta” e che “fra i nati di donna non è mai sorto uno più grande di Giovanni il Battista” (Mt 11, 9-11).

Fu colui che venne prima di Cristo ” per preparare le sue vie” (Mt 3, 3) e perciò, con un gesto della mano, indica il Cristo inchinandosi davanti a Lui. La sua veste è rossa ad indicarne il martirio e il manto azzurro a significare che Giovanni – pur nella sua grandezza – è di natura umana, discendente di Adamo.

L’Arcangelo Michele.
Il suo nome significa “Chi è come Dio?” ed impersona la sfida rivolta a Lucifero. Infatti Michele, il capo delle schiere celesti, è l’angelo che combatte contro Satana in favore del popolo di Dio, difendendone la causa. E’ anche l’Angelo del Giudizio Universale che alla fine dei tempi ancora interverrà in favore del popolo di Dio, contrastando i diavoli che, con prove a carico, cercheranno di trascinare le anime verso gl’Inferi.

Nella mano destra regge un lungo bastone, simbolo del potere e dell’autorità del personaggio. Con la mano sinistra sostiene la prima metà del monogramma di Gesù Cristo, ovvero le lettere IS, che stanno per ” Ièsous” (la seconda parte – le lettere CHS che stanno per “Christòs” sono sostenute dall’Arcangelo Gabriele).

L’Arcangelo Gabriele.
Il suo nome significa “Potenza di Dio”. Gabriele è colui che annuncia a Maria la nascita di Cristo ed annuncia a Zaccaria la nascita di Giovanni Battista; spiega al profeta Daniele le visioni che ha avuto: perciò porta il bastone del messaggero e tutto in lui indica la gioia perché è l’annunciatore delle liete novelle.

Dio Padre.
In alto a destra dell’icona, in posizione dominante, vi è la figura maestosa di Dio Padre, il Dio invisibile, che vediamo qui raffigurato con il volto giovanile di Cristo. Questa è infatti l’unica immagine con la quale noi abbiamo conosciuto Dio, perché il Dio invisibile si è reso visibile a noi attraverso il volto di Cristo: “Dio nessuno l’ha visto mai. L’Unigenito Dio, che è nel seno del Padre, egli lo ha rivelato.” (Gv 1, 18). Il volto è di un’eterna giovinezza, perché Dio non ha età .

La figura del Padre emerge da uno sfondo a tre colori: il blu, mistero divino; il verde, rinnovamento dello spirito ed il rosso, con i tratteggi argentati, potenza del fuoco celeste; mentre i tre raggi che si dipartono dal braccio destro di Dio significano la manifestazione dello Spirito Santo che dal Padre viene a posarsi sul Figlio.

Il suo manto è d’oro, a significare la Luce e la Grazia divina; l’aureola di Dio Padre, così come quella degli Arcangeli, porta il simbolo del settimo eone, ovvero dell’epoca della perfezione, tempo escatologico del compimento di tutte le cose. Nella mano tiene il libro chiuso da sette sigilli, cioè il libro della vita e della storia, che – nella visione dell’Apocalisse – nel giorno del Giudizio l’Agnello vittorioso (Cristo) prenderà dalle mani di Colui che siede sul trono (il Padre) per scioglierne i sigilli e svelare il disegno di Dio sulla storia e sul mondo, dando inizio ai ” nuovi cieli e nuova terra” nei quali non vi saranno più né lutto, né lamento, né affanno.

LO STILE

Lo stile dell’icona richiama quello della Scuola Veneziana-Cretese, nata in Italia attorno al XII secolo, e dunque si ricollega ad una tradizione iconografica più vicina a modelli occidentali, che ebbe proprio nell’Italia nord-orientale uni dei centri di massima fioritura.

L’AUTORE

E’ Aurel Ionescu, nato a Bucarest nel 1951. Dopo gli studi artistici, entra a far parte dell’organico della Patriarchia Romena presso i laboratori del Monastero Plumbuita di Bucarest, ove inizia l’apprendistato come isografo, approfondendo la sua formazione tecnico-spirituale. Nel 1973, superati esami speciali, viene dichiarato persona degna di scrivere le sacre immagini: riceve così l’ aghion miron (santa unzione delle mani, compiuta con il Crisma) e fa voto solenne di dipingere solo immagini sacre per il resto della sua vita, al servizio della Chiesa, della fede e dei fedeli.

Nel 1977, per vicende politiche e personali, giunge a Milano. Nel 1983 si stabilisce a Marchirolo (VA) e da quel momento l’Icona segnerà definitivamente la sua vita. Ha tenuto mostre, seminari e conferenze in Italia, Svizzera e Germania. Si adopera per far conoscere e riconoscere l’apporto incontestabile dell’Italia e della Gens Latina al cammino dell’Icona nella comunità cattolico-cristiana.

Tante cose in più si sarebbero potute dire sull’icona, per trarne l’insegnamento dottrinale che compendia e coglierne l’invito alla preghiera e alla contemplazione.